
Il francese Sylvain Chauveau può essere annoverato tra le figure più interessanti e prolifiche della nuova scena maudit francese. Un talento originale, irrigato dall'amore incondizionato per i compositori Debussy e Ravel, e per l'opera dell'esistenzialista Camus. Tradizione classica e ricerca sperimentale rappresentano un continuum filologico i cui esiti stilistici hanno lusingato e affascinato nei diversi progetti di gruppo "Watermelon Club", "Micro:mega" e "Arca". Con "le livre noir du capitalisme" - uscito nel 2000, ora ristampato dalla Disques du soleil et de l'acier - Chauveau da seguito ad una personale ricognizione introspettiva, una discesa ipnagogica nel mare magnum dell'incoscio. Il mirabile prodotto euristico è tutto qui, in queste tredici perle fulgide del simbolismo più arcano, di poetica agnizione. Bozzetti cameristici in bianco e nero dipinti da violini lemuri e da ricamate visioni elettroniche retrò, lasciano le orme ai solipsismi stranianti delle note di pianoforte; tra pathos e requiem di obnubilante bellezza, gli intarsi di samplers metropolinati e agresti contribuiscono a ricreare movimenti vividi, dall'impatto fortemente cinematografico, vedi l'iniziale incipit di "Et peu à les flots " e l'elegiaca "JLG" tributo solenne a Jean-Luc Godard. Le composizioni del giovane di Toulouse rimandano inequivocabilmente alle cosmogonie artistiche di referenti assoluti come Satie, Cage, Yann Tiersen, e perché no, alle medievali raffigurazioni dei Dead Can Dance di "Within the realm of a dying sun". Un'opera incantevole e raffinata, che sa schiudere, all'ascoltatore in grado di abbandonarsi alle sue catartiche spirali crepuscolari, inestimabili percezioni visivo-uditive. Capolavoro d'altri tempi.
(9.0/10)