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Sun Kil Moon - Ghosts of the Great Highway (Jetset)

di Stefano Solventi

Ormai archiviato il seminale progetto Red House Painters (i cui ultimi segnali di vita – vale a dire le sessions per Old Ramon - risalgono addirittura al ’97) e messosi alle spalle un paio di album-divertissement di cover, Mark Kozelek torna alla ribalta capitanando il combo Sun Kil Moon, di cui fanno parte l’ex batterista dei RHP Anthony Koutsos, Geoff Stanfield già bassista dei Black Lab e Tim Mooney, batterista (un altro!) degli American Music Club. Uscito un po’ alla chetichella sul finire del 2003, Ghosts Of The Great Highway è il loro primo lavoro, ed è un buon lavoro.
L’aria che si respira è più leggera e sbrigliata rispetto a quanto ci si potesse attendere, il programma presenta una vivace alternanza di umori e ambientazioni (contese folk-rock di stampo seventies, sonorità desertiche, scappatelle energizzanti, il fluire intimo delle melodie, certe flemmatiche dilatazioni…) tenuti assieme dalla scrittura di un Kozelek tornato in vena.
Dovessi azzardare un’ipotesi, direi che Mark è rimasto abbastanza colpito dal lavoro di Jim O’Rourke, in special modo dal suo ultimo album Insignificance, che sembra riecheggiare tanto nell’arpeggio in squillante primo piano della trepida Floating quanto nel power country-glam ai limiti dello smargiasso di Lily And Parrots. Per non dire della contrapposizione tra attitudine minimal-seriale e languide imprevedibilità stilistiche, vedi come Duk Koo Kim si protragga reiterando un riff per quasi nove minuti finché – quando sembrerebbe proprio il caso di abbozzarla – il paesaggio d’improvviso muta abbandonandosi a pastelli di tastiera e chitarre acidule, sfilacciandosi in una soffice sbrigliatezza percussiva, in una madreperla di coretti straniti e campanellini che ci fanno doppiare in surplace il quarto d’ora.
Meno sorprendenti ma altrettanto efficaci sono le crepitanti chitarre à la Crazy Horse di Salvador Sanchez e lo strumentale Si, Paloma, sorta di tenero mariachi con solletico al cuore allegato, mentre non sorprende per nulla Carry Me Ohio, ballata che piega il classico Kozelek-style a congetture più pop, centrando in pieno il bersaglio grazie alla melodia cristallina e l’interpretazione accorata.
Suona piuttosto azzeccato pure l’utilizzo di un trio d’archi (del San Francisco Conservatory) perché avviene con ottimo senso della misura, senza calcare troppo la mano anzi mantenendolo sempre un passo indietro rispetto a chitarre, percussioni e mandolini, come nelle dolciastre Last Tide e Gentle Moon, o come nella splendida chiusa di Pancho Villa (reprise a spine staccate della succitata Salvador Sanchez).
Nel complesso nulla di cui strapparsi i capelli, poca selvaggina per i cacciatori d’inaudito. Però, come dicevo, un buon lavoro, perché semplicemente non c’è un pezzo malriuscito, e scusate se vi sembra poco. Alla fine mi ha convinto anche l’iniziale Glenn Tipton, scambiata sulle prime per un mero esercizio di franchezza acustica, più Jackson Brown che Bob Dylan. Invece è il biglietto d’ingresso per la dolce e insidiosa anima del caro, vecchio Mark Kozelek.

(6.9/10)

01. Glenn Tipton
02. Carry Me Ohio
03. Salvador Sanchez
04. Last Tide
05. Floating
06. Gentle Moon
07. Lily and Parrots
08. Duk Koo Kim
09. Si, Paloma
10. Pancho Villa
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