
Ormai archiviato il seminale progetto Red House Painters (i cui ultimi
segnali di vita vale a dire le sessions per Old Ramon -
risalgono addirittura al 97) e messosi alle spalle un paio di album-divertissement
di cover, Mark Kozelek torna alla ribalta capitanando il combo Sun Kil
Moon, di cui fanno parte lex batterista dei RHP Anthony Koutsos, Geoff
Stanfield già bassista dei Black Lab e Tim Mooney,
batterista (un altro!) degli American Music Club. Uscito un po alla
chetichella sul finire del 2003, Ghosts Of The Great Highway è il
loro primo lavoro, ed è un buon lavoro.
Laria che si respira è più leggera e sbrigliata rispetto
a quanto ci si potesse attendere, il programma presenta una vivace alternanza
di umori e ambientazioni (contese folk-rock di stampo seventies, sonorità desertiche,
scappatelle energizzanti, il fluire intimo delle melodie, certe flemmatiche
dilatazioni
) tenuti assieme dalla scrittura di un Kozelek tornato in
vena.
Dovessi azzardare unipotesi, direi che Mark è rimasto abbastanza
colpito dal lavoro di Jim ORourke, in special modo dal suo ultimo
album Insignificance, che sembra riecheggiare tanto nellarpeggio
in squillante primo piano della trepida Floating quanto nel power country-glam
ai limiti dello smargiasso di Lily And Parrots. Per non dire della contrapposizione
tra attitudine minimal-seriale e languide imprevedibilità stilistiche,
vedi come Duk Koo Kim si protragga reiterando un riff per quasi nove
minuti finché quando sembrerebbe proprio il caso di abbozzarla il
paesaggio dimprovviso muta abbandonandosi a pastelli di tastiera e chitarre
acidule, sfilacciandosi in una soffice sbrigliatezza percussiva, in una madreperla
di coretti straniti e campanellini che ci fanno doppiare in surplace il quarto
dora.
Meno sorprendenti ma altrettanto efficaci sono le crepitanti chitarre à la Crazy
Horse di Salvador Sanchez e lo strumentale Si, Paloma, sorta
di tenero mariachi con solletico al cuore allegato, mentre non sorprende per
nulla Carry Me Ohio, ballata che piega il classico Kozelek-style a congetture
più pop, centrando in pieno il bersaglio grazie alla melodia cristallina
e linterpretazione accorata.
Suona piuttosto azzeccato pure lutilizzo di un trio darchi (del San
Francisco Conservatory) perché avviene con ottimo senso della misura,
senza calcare troppo la mano anzi mantenendolo sempre un passo indietro rispetto
a chitarre, percussioni e mandolini, come nelle dolciastre Last Tide e Gentle
Moon, o come nella splendida chiusa di Pancho Villa (reprise a spine
staccate della succitata Salvador Sanchez).
Nel complesso nulla di cui strapparsi i capelli, poca selvaggina per i cacciatori
dinaudito. Però, come dicevo, un buon lavoro, perché semplicemente
non cè un pezzo malriuscito, e scusate se vi sembra poco. Alla
fine mi ha convinto anche liniziale Glenn Tipton, scambiata sulle
prime per un mero esercizio di franchezza acustica, più Jackson Brown che Bob
Dylan. Invece è il biglietto dingresso per la dolce e insidiosa
anima del caro, vecchio Mark Kozelek.
(6.9/10)