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Steve Roden - Speak No More About The Leaves (Sirr; 2003)

di Massimo Padalino

Esiste un ramo dell’esperienza romantica ottocentesca che si suole definire espressionista. A quest’ala del romanticismo europeo di, oramai, ben due secoli orsono, appartengono anche le vicende artistiche di nomi, grandi ma mai abbastanza celebrati, quali quelli del poeta austriaco Stefan George e del drammaturgo del Woyzek (1836), Georg Buchner.

Buchner nacque il medesimo anno di Kierkegaard, il 1813, e come il grande filosofo-letterato ebbe a spandere, col senno storicista del poi, quel virus esistenzialista che nel Novecento di lì dall’esser(ci) fece faville. Al detto filone doloroso, introverso, deformante, iperinteriorizzato dell’arte teutonica romantica, si rifaranno anche i grandi del dodecafonismo espressionista: Schoenberg, Webern e Berg.

Berg musicò, infatti, quasi un secolo dopo la sua prima edizione cartacea, la funesta piece del Woyzek (giungendo ad un teatro musicale già implicito nel capolavoro del maestro drammaturgo). Stefan George, invece, fu cibo di cui si nutrì l’avventizia esperienza musicale del primissimo Schoenberg. Un iniziale accostamento ai versi del nostro, Schonberg lo verificò coi “Zwei Lieder op.14” (1907) e nei due componimenti intrappolati nello Streichquartett op.10. Ma l’idillio vero e proprio col talento che fece della parola poetica "pura risonanza spirituale", Schoenberg volle riguardasse la raccolta dei George Lieder op.15 (1908). Qui poeta e musicista combaciano in perfetta identità d’intenti; l’uno crea parole da far risuonare come suoni interiori, l’altro, di rincalzo, attende l’ispirazione per comporre sotto l’impulso dettato in lui dalla "risonanza interiore" di quelle medesime.

"Fiducia cieca nell’arte come missione di vita", ed avrete il quadro esatto dello stato d’animo in cui riversava il rivoluzionario conservatore Schoenberg allorché musicò il Das Buch Der Hangenden Garten (ovverosia Il Libro Dei Giardini Pensili). A quasi un secolo di distanza, il creatore-manipolatore di suoni Steven Roden si ispira ai succitati Geoge Lieder schoenberghiani per il suo nuovo atto discografico: Speak No More About The Leaves. Senza mezzi tentennamenti, una delle uscite di esercitazione microsonora (e testuale) più appaganti nell’anno musicale appena conclusosi.

Tre lunghe meditazioni lo compongono. Ognuna di esse – Airria (Hanging Garden), Speak No More About The Leaves e Airria (Hanging Garden) Second Version – conduce per mano, quasi fosse un bambino chissà dove smarritosi, la risonanza interiore, stavolta, provocata dalle musiche di Schoenberg.

Travasato una prima volta nei George Lieder, il contenuto poetico dei Giardini Sospesi di George, viene nuovamente preso come sorgente per una filiazione artistica da filtrare, mediante l’illuminazione sensitiva dell’anima, dentro una creazione in note contemporanea. Così come il musicista viennese ne leggeva solo l’incipit, d’ogni poemetto, per poi ricostruirne emotivamente (e musicalmente) lo svolgimento emozionale-irrazionale successivo, nell’identico modo opera Roden; frammenti di Schoenberg aleggiano nei suoni riprocessamenti acustici, ma solo per fiondare la sua vena visionaria e volitiva più lontano di quanto ci si aspetterebbe nello stagno dell’infiltrazione elettronica.

Un viaggio non facile, quindi, ma molto appagante. Lenzuola su lenzuola, morbide e avvolgenti, vi faranno flettere il capo, consenzienti, verso questo delicato giaciglio ambient dove la poesia non s’è chinata invano. Un sogno restauratore…


(7.0/10)

1. airria (hanging garden)
2. speak no more about the leaves
3. airria (hanging garden) second version
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