
Accompagnato dalla cantante giapponese Eriko Toyean, So è il nuovo
progetto di Markus Popp (Oval, Microstoria), l’artista elettronico
celebre per essere stato uno degli ideatori del glitch e, conseguentemente,
della nu elettronica internazionale.
L’album, rappresenta un nuovo tassello di quello che è oramai
un format che da Bjork, antesignana del nuovo cantautorato digitale assieme
ai Matmos, ha portato a David Sylvian, accodatosi (come al solito) alla corrente
del momento, grazie anche al pluridecorato Fennesz.
So, come Vespertine e Blemish, presenta dunque vocalizzi eterei e maree digitali,
ma si distingue per il particolare ambiente sonoro popolato dai tipici mostriciattoli
poppiani, figure timbriche curate, al solito, nei minimi dettagli, artefatti
originalissimi privi d’appigli temporali e spaziali.
Componenti fondanti di queste creature, oltre alle radiazioni di vecchi microonde,
frigoriferi e cellulari, sono i famosi glitch, un termine rubato agli informatici,
che significa “piccoli errori elettrici”, difetti generati dal
malfunzionamento delle macchine (analogiche come digitali); effetti sonori
frutto di errori di programmazione/lettura (software) o di costruzione (hardware),
bug che generano suoni, quindi risorse che, allo stato puro o grazie a opportune
modifiche mediante programmi software, rappresentano de facto la cassetta
degli attrezzi dell’artista elettronico del 2000.
L’album è un lavoro non propriamente a quattro mani: Eriko,
oltre alla voce, si occupa di alcune soluzioni elettroniche, specie nella
traccia
d’apertura dove la farina è tutta del suo sacco, per il resto è Oval-Popp
a insinuarsi nel nuovo fabbricato avanzando, come d’abitudine, la propria
proverbiale seriosità e imperscrutabilità.
È
come se ogni singola creatura, ogni aggregato di glitch, dovesse costituire
un componente di un fantomatico galeone dylandogiano, un lavoro che in passato
il musicista ha perseguito tenacemente, suscitando, dopo un clangore iniziale,
più d’una perplessità presso pubblico e critica.
Non è un caso che l’artwork della copertina dell’album
sia proprio un’imbarcazione, un dipinto a firma di Katsumi
Yokota che
ne riproduce la sensazione dell’ascolto: a fronte d’una possibilità d’intravedere
una forma, è come se vi fosse una descrizione contemporanea di tutti
i tratti che la compongono, l’insieme diventa inafferrabile e il movimento
si riduce così a stasi
Sembra che dietro a So vi sia il desiderio di forgiare
una grammatica, un nuovo linguaggio che, tuttavia, risulta ancora lontano
dall’uomo, la
testarda ricerca d’un individuo poco aperto al confronto e convinto
che, prima o poi, quell’espressione venga compresa nelle sue intenzioni.
Tutto, però, sembra così stucchevole.
Forse è un problema di saturazione d’ascolto: allargando il
cerchio, pare che, a due anni di distanza da Endless Summer non vi sia stato
alcun lavoro propriamente glitch in grado di prescindere dai propri elementi
costitutivi; molti, troppi, stanno sfruttando queste suggestioni estetiche
come gingilli sui quali trastullarsi, altri, e non sono pochi, approfittano
dell’aura sacra dell’elettronica per assemblare suoni che non
sono altro che vezzi estemporanei di ragazzetti perditempo.
D’altronde, Popp aveva già preconizzato questo scenario: tutti
possono diventare glitcher …peccato che i cloni ovaliani parlino una
lingua incomprensibile gli uni agli altri e che inoltre appaiano serissimi
in questa che non è altro che una triste realtà.
(4.5/10)