
Un gruppo finito, spacciato, irrimediabilmente
andato. Così pensavo, fino all'ascolto di questo recentissimo Dark Island,
dei veterani Pram. Perdute per sempre le brillanti metronomie (alla Jacki Leibzeit)
dell'oramai lontano esordio (The Stars are so big, the Earth is so small
stay
as you are, 1993), la band della cantante Rosie Cuckston aveva dato un ultimissimo
colpo di coda col modernariato pop di Sargasso Sea (1995). Seguivano dipresso
il divorzio da casa Too Pure e il naufragar, per nulla dolce, nella svilente
categoria "lounge pesi piuma" di The North Pole Radio Station: classico
disco d'intrattenimento sofisticato ma dispensabile. Giunta a tal segno, la
carriera dei nostri pareva aver del tutto smarrito il cosiddetto bandolo della
matassa. E già me li vedevo, io menagramo, i londinesi a precipitar in
rovinosa caduta libera, non trovando freno alcuno, giù giù verso
gli anonimi inferi di tanto odierno jazz da cocktail bar. Questo insperato terzo
capolavoro (dopo il debutto e l'album del '95), mi smentisce zittendomi.
Introdotta dal delizioso esotismo strumentale (con la tromba in bella evidenza)
di Track of the Cat, Penny Arcade crea, riuscendoci, l'amalgama perfetto fra
la fiabesca vocalità della leader ed un elettronica di sottofondo tanto
dimessa quanto fantasiosa.
Rispetto al passato, anche più recente, s'ampliano a referenti prima
inesplorati le influenze della band. Così The Pawnbroker pare una melodia
del miglior canzoniere seventies del sottostimato Al Stewart (Orange, 1972 direi).
Altra importante caratterizzazione stilistica del sound d'assieme, l'uso modale
delle tastiere secondo il trascurato magistero del Richard Wright di Ummagumma
o A Saucerful of Secrets (ponete attenzione alla già citata The Pawnbroker
o a Scirocco). Un retrogusto orientale s'insinua, per questa via, in molte di
queste canzoni. Paper Hats vivacizza invece la scaletta e si consuma gioiosa
nel breve volgere d'un mentre. A saper ben ascoltare potrebbero essere ancora
i Pink Floyd, quelli di Biding my Time stavolta, ad imporre il paradigma per
una canzone di consumo malinconica e jazzata. Trasformando il piombo in oro,
i Pram tramutano tale sbiadita formula musicale in pura alchimia. Ad imporsi,
nella seconda parte del programma, è il lato più sperimentale
di questi musicisti: ne fa fede l'ennesimo strumentale, Scirocco (concentrica
girandola jazz bruciata da un sommesso vento d'elettronica sahariana) oppure
il carillon "canterburiano" di The Archivist (componimento sovrarrangiato
ma per nulla appesantito: un piccolo capolavoro di buon gusto). Le capacità
forse più notevoli del pra(g)m-atismo dei nostri consistono nel dar fuoco
alle polveri pop d'ogni canzone senza mai ricorrere ai volgari combustibili
delle musiche commerciali e di consumo (se non per nobilitarli). Eccezionale
in tal senso, Goodbye, liquidescente lisergia che irradia luce nel mood rabbuiato
di questi solchi.
Chiudono un'opera nient'affatto minore Distant Islands e Lee Ward, rispettivamente
il pezzo più regolare dell'ellepì (una ballata) ed uno strumentale
d'ambiente stile Dead Man (mai troppo ascoltata colonna sonora del film musicato
da Neil Young). Appassisse ancora una volta all'improvviso, il bocciolo dei
Pram lascerebbe stavolta d'attorno il suo penetrante olezzo: quando la sera
si fa notte è questo il suo poetico, inconfondibile profumo. Inebriante.