
Gli younghiani di lungo corso ben sanno che da ogni disco del canadese pazzo
cè da aspettarsi uno scarto stilistico, o una ricaduta, o un
rigurgito, o un rinnegarsi sferzante. Inesorabile fino allingenuità,
è una regola a cui anche questo nuovo Greendale non sfugge: dopo il
folk indolenzito di Silver & Gold e i barbagli RnB di Are
You Passionate?, le coordinate si prosciugano dalle parti di un folk
rock rugginoso, dilatato e ruspante.
Quintessenza Crazy Horse (basso, chitarra elettrica e batteria più
apparizioni darmonica e organo a pompa) in cui però spicca lassenza
di Poncho Sampedro alla sei corde ritmica: voci di corridoio riferiscono
di scazzi e dissapori allinterno del combo, che avrebbero indotto il
chitarrista ad un periodo sabbatico. Eppure la livida asciuttezza del suono
sorta di vigoroso contrappunto alla gravità delle liriche (si
presti orecchio allacida Sun Green o al fatalismo funereo di
Leave The Driving) sembra il frutto di una precisa intuizione
stilistica.
Sia quel che sia, la vera sorpresa del lavoro risiede nella sua natura di
concept, e oltretutto multimediale: in attesa di vedere il lungometraggio
diretto dallo stesso Neil (sarà mai distribuito da queste parti?),
su www.neilyoung.com il canovaccio si arricchisce di così tanti
dettagli (mappe, biografie, reading
) da delineare un autentico luogo
letterario, Greendale appunto, alla maniera chessò dellantonomastica
Spoon River.
Al centro dellazione cè lalbero genealogico dei Green,
su cui fruttificano sogni e incubi, determinazione e fato, sacri valori e
pulsioni demoniache. Sarà proprio una combinazione inesplicabile di
fato e pulsione malvagia a sconvolgere la quiete relativa del villaggio, richiamando
come un contagio lattenzione invasiva dei media. Sotto la pressione
dei quali il fragile guscio della quotidianità (un sereno circolo virtuoso,
lultimo rifugio dalle tempeste di un mondo impazzito), inevitabilmente,
sinfrange.
Nello sviluppo allucinato del plot (su cui non mi dilungo, a voi il piacere
della scoperta) il simbolismo younghiano - da sempre nel guado tra ingenuità
e alienazione gioca un ruolo primario, è linvolucro che
riveste una comitiva di stereotipi neo (o post) hippies, tragici spostati
a due dimensioni, teneri sognatori in cerca di causa, cuori incarogniti alla
periferia dellimpero. A cui non si può credere fino in fondo,
no, ma solo in quanto abbozzi metaforici, simbionti delle categorie mentali
- tuttaltro che lucide, per(ci)ò toccanti - del vecchio Neil.
Al di là di ogni (inesigibile?) robustezza artistica e strutturale,
se è nel disco che i temi dellopera dovrebbero convergere e concretizzarsi,
è proprio lì che il meccanismo sinceppa afasico, fallisce
il decollo, brucia tutto il carburante senza incendiarsi mai davvero. Il problema
va ricercato nella sostanza del progetto stesso, nel modo in cui lesigenza
narrativa trascina melodie ed afflato poetico (scarsine le une, affannato
laltro) in una prosaicità talora sterminata, a gioco lungo spossante.
Rispetto alle cavalcate dei sessanta-settanta (Last Trip To Tulsa,
Cowgirl In The Sand, Southern Man, Cinnamon Girl, Ambulance
Blues, Cortez The Killer
) il fuoco sembra dipinto sul muro,
gli assolo e i riff timbrano un carosello di atti dovuti, il canto declama
come una macchinetta impazzita. Spiace dirlo, ma in più di un passaggio
sembra che Young scimmiotti se stesso, si limiti a giocare con la lunghezza
rispettabilissima della propria ombra, stringendo tra le dita accordi esausti,
i fili di un discorso mai abbastanza attorcigliato ai segreti dellanima.
A differenza dellultimo Dylan, che mette a nudo le radici e le
incide cercando tracce dellarcaica linfa (trovandone), e del Lou
Reed che sbandierando un intellettualismo ai limiti della pedanteria persegue
unalternativa credibile al decadimento poetico-testosteronico (e in
parte l'azzecca), Neil non sembra porsi il problema, va dove lo porta lispirazione
senza curarsi della prospettiva, senza mettersi in prospettiva. Capace
ormai solo di riflessi automatici, come un vecchio artigiano del folk-blues
i cui folk-blues stanno ancora in piedi a patto di non fermarsi, di mantenere
la giusta velocità, per non fare i conti con lequilibrio.
Vagamente fuori dal tempo, dunque, come se tutti i ponti fossero crollati.
Astruso, isolato per quanto si sgoli di salvare il mondo, espettorando denunce
come il più romantico new-global in circolazione.
I pezzi migliori (Bandit, Falling From Above e Be The Rain)
acciuffano la giusta dose di passione, quellidentificazione totale col
momento-canzone che in uno come Young è requisito necessario e sufficiente.
Intendiamoci, siamo ben al di sotto degli antichi fasti, però niente
male. Al resto del programma, semplicemente, sembra mancare il terreno sotto
ai piedi.
Alla fine ciò che più amo di Greendale - il motivo per cui comunque
lho molto ascoltato e qualche altra volta lo ascolterò - va cercato
nel fatto stesso che ho nelle orecchie lennesimo nuovo disco di Neil.
E questo è quanto.
(5.0/10)