Se si prova a confrontare le caratteristiche di alcuni recenti esponenti del rock sintetico con quelli dei cantautori e menestrelli anni sessanta e settanta, si possono rinvenire varie affinità e traslazioni. Si può scoprire, in realtà senza troppe sorprese, che quello che veicolavano i testi e le parole trent’anni fa, oggi lo fanno particolari associazioni strumentali ed elaborazioni di suoni in studio.
Uno dei risultati di questa progressiva convergenza al digitale è l’aver realizzato un’interfaccia più che mai ideale per comunicare il desiderio di libertà espressiva in questo nuovo millennio. Stili e linguaggi comunicativi non convenzionali, universi ancora da esprimere dalle ipotesi illimitate, sganciati dall’oppressione della tradizione, liberi dai condizionamenti armonici convenzionali e dal complesso metodologico.
Quello cantautoriale era il linguaggio privilegiato con cui il rock si esprimeva, ha subito col tempo modifiche, sviluppi importanti, fino ad originare, tra gli altri, oggi, una stirpe di sintetici passionali.
Costoro si esprimono sentimentalmente. Questi artisti narrano le proprie storie attraverso strumenti e macchine. Sono storie immaginarie, fantastiche, ritratti personali fortemente interiori, spirituali. In molti casi, sono messaggi estremamente intimi e sinceri. Questi musicisti (si) mettono a nudo come i cantautori che parlavano in modo coinvolgente di se stessi senza schermi.
Ordiscono trame luminescenti e calorose attraverso una tecnologia elettronica amatoriale (quando non infantile). La loro arte è frammentaria, fatta di collegamenti, di esperimenti e incroci: suoni, rielaborazioni, sequenze di effetti, campionamenti, partiture elettroacustiche, inserti vocali. Il tutto viene montato insieme a produrre senso.
Il suono dissolve ogni narcisismo, ogni vanitas, fardello di decenni di rock mainstream. Il fine è esprimere il sentimento in se stesso.
Mondi onirici, ideali, astratti per rappresentare, meglio e semplicemente, l’essere umano.
Associamo con qualche licenza un gruppo di opere pubblicate di recente, affini per forma e contenuti, libere da schemi e definizioni al punto da considerarle un rischio, un danno.
Alternano tensioni e suggestioni, attingono dal free jazz come dall’avanguardia, dalla psichedelica allo space rock dei ’60 fino all’ambient dub dei primi ‘90, dal synt-pop alla wave.
Un lavoro di accostamenti e ritagli sempre arbitrario, percorsi personalissimi che a volte esprimono un fascino inaudito, un senso del visionario e del montaggio propriamente cinematografici.
Magic Radios a nome Morgan Caney & Kanal Joory: Musica come passione “panica”, accogliente, che esemplifica come meglio non potrebbe, che “ogni colpo inventa le sue regole” (G.Deleuze). Un’ansia di liberazione, uno spettro variegato e allucinato di soluzioni, di sintesi, di approdi, jazz, ambient, romantica orchestrale. Flauto, sax alto, riverberi e droni. Una densa nebulosa che avviluppa e che annulla la ragione, che esprime ed estende spazi percettivi immaginari, che concretizza l’illusione dell’esistenza di un tempo a sé all’interno dell’opera, che si svincola dalla percezione reale. (7.8/10)
Le fluttuazioni sintetiche alla deriva spaziale nel disco di Casino Versus Japan (ossia Erik Kowalski, alla terza prova in studio) rivisita i suoni Orb schivando abilmente quelle soluzioni ovvie e ormai scadute che riconosciamo a menadito. (7+)
Bye bye di Domotic è tra gli esempi di scrittura sensibile più riusciti di recente, che meglio identificano questa particolare comunità musicale. Un ibrido emotivo sentimentale fresco e spontaneo, dalle cromature calde e, che sprigiona magiche e sgargianti essenze, che si perde in struggenti e tormentate melanconie sintetico morriconiane, da ascoltare più volte per svelare più elementi e particolari. (7.5/10)
Soddisfa solo parzialmente Postal Service, il nuovo progetto di Jimmy Tamburello mentore di Dntel e Figurine, che qui divide il progetto con Benjamin Gibbard dei Dead Cab For Cutie.
Synt-pop quintessenziale, scorre via un po’facile e sufficiente, senza la classe e la tensione emotiva di altre sue opere (su tutte, il fondamentale Life is Full of Possibilities). (6/10)
Arbol è la nuova veste di Miguel Marin dei Piano Magic. Colpisce la somiglianza di questo disco con gli esordi (Popular Mechanics) di quel gruppo benedetto.
A volte mantenere simili coordinate è salutare: questo omonimo ripropone le affascinanti interazioni di strumenti analogici e digitali; rifrazioni, coagulazioni ed echi a perlustrare il confine desolato e glaciale della viola, o del synt che fende un’aria da tundra.
Spesso si affaccia, timida e sensibile, una voce femminile, memore di sogni e percorsi, di ascese a planare, di trucchi del mare. (7.5/10)