
Le intenzioni di Neil Halstead con il progetto Mojave 3 non sono mai state
tanto chiare come in questultimo lavoro: comporre la perfetta soundtrack
del torpore, riempire gli interstizi vuoti tra istante ed istante, quando
si è troppo poco impegnati per non pensarsi, ma troppo distratti
ormai per riuscirci davvero.
E questione di individuare la profondità e la densità giuste,
giocando sul galleggiante come un pescatore. Lesca è un impasto
di elementi complesso (moog e hammond, chitarre ed elettroniche, glockenspiel
e pianoforti, banjo e pedal steel, pianoforte e violoncello
) che riesce
tuttavia a manifestarsi diafano, grazie ai giri delle orchestrazioni tenuti sapientemente
al minimo. Molte carezze dunque, e nessuna spinta. Una seduzione in apnea.
Ne risulta un suono capace di mimetizzarsi nellambiente, di intercettare
il flusso di sensazioni, pensieri e microtraumi sottocutanei, e quindi di agganciare
la corrente, per lasciarsene docilmente trasportare. Canzoni come una distrazione
dolciastra dagli attimi catena-di-montaggio, inviti al silenzio in cui (forse)
il cuore può ancora dire la sua. Canzoni intime come può esserlo
un sogno, sempre altro e altrove, sulle tracce del fantasma Gram
Parsons aleggiante a Joshua Three, respirando la nebbia sospesa dei pomeriggi
di Tanwort-In-Arden, scorgendo en passant il tramonto a Waterloo.
Ammirevoli gli intenti, i risultati però - in linea con i precedenti lavori
- smarriscono i tanti buoni spunti in una caligine soporifera. Difficile mantenere
la rotta per tutti i cinquanta minuti, la distrazione sembra un corollario intrinseco
al programma stesso, sembra una modalità di fruizione ideale forse
addirittura voluta.
Fenomeno per nulla ostacolato dai mo(vi)menti più catchy, virati su umori
tipicamente british (Battle Of The Broken Hearts, Tinkers Blues,
quella Starlite N° 1 che potrebbe passare per un apocrifo dei Belle
And Sebastian) sapientemente alternati alle lente ondate folk (Writing
to St. Peter palpitante crescendo colmo di riverberi liquidi e
la narcotica malinconia di She's All Up House), avviando così un
morbido contrasto, un suadente effetto culla.
La qual cosa avviene già per intero quasi fosse un riassunto poetico/formale
- nelliniziale Bluebird Of Happiness, sorta di suite che parte come
una tenue ballata a base di pianoforte, slide e mirabilie sintetiche pseudo-Air,
sterza verso struggenti malie emo, quindi si autosospende in bilico come il Neil
Young di Philadelphia, per poi ricominciare: limpressione è che
agli ex Slowdive proprio non interessasse smussare leterogeneità delle
parti, come se il principale interesse fosse traslare laltern-country da
unaltra parte, a costo di togliergli plausibilità. Di vaporizzarlo.
Di vaporizzarsi.
Unaffascinante strategia di auto-dissipazione che raggiunge lo zenit nellimpalpabile
mestizia di Hard To Miss You, giustamente posta al centro del programma.
Così come emblematica suona la conclusiva Between the Bars, in
cui lanima country (il baluginio della slide, gli zampettii del banjo,
la desolata mestizia dellarmonica, lamplesso tiepido, teneramente
inestricabile delle voci
) riaffiora come un rigurgito di solennità,
quasi ad avocare lesclusiva sulla parola fine.
Ne potranno fare altri cento di dischi così, Halstead e soci, perché di
canzoni ne sanno scrivere eccome (lo dimostrano certi episodi minori,
come la sublime banalità folk pop di Billy Oddity parente
stretta della Not Even Stevie Nicks a firma Calexico - o la bucolica
ibridazione di Too Many Mornings - da qualche parte tra Donovan e
i Left Banke), ma soprattutto perché il loro è un viaggio
che non deve arrivare: ci sono già, e non lo sanno. O fingono (bene) di
non saperlo.
(6.0/10)