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Mojave 3 - Spoon And Rafter (4AD / Self)

di Stefano Solventi

Le intenzioni di Neil Halstead con il progetto Mojave 3 non sono mai state tanto chiare come in quest’ultimo lavoro: comporre la perfetta soundtrack del torpore, riempire gli interstizi vuoti tra istante ed istante, quando si è troppo poco impegnati per non pensarsi, ma troppo distratti ormai per riuscirci davvero.
E’ questione di individuare la profondità e la densità giuste, giocando sul galleggiante come un pescatore. L’esca è un impasto di elementi complesso (moog e hammond, chitarre ed elettroniche, glockenspiel e pianoforti, banjo e pedal steel, pianoforte e violoncello…) che riesce tuttavia a manifestarsi diafano, grazie ai giri delle orchestrazioni tenuti sapientemente al minimo. Molte carezze dunque, e nessuna spinta. Una seduzione in apnea.
Ne risulta un suono capace di mimetizzarsi nell’ambiente, di intercettare il flusso di sensazioni, pensieri e microtraumi sottocutanei, e quindi di agganciare la corrente, per lasciarsene docilmente trasportare. Canzoni come una distrazione dolciastra dagli attimi catena-di-montaggio, inviti al silenzio in cui (forse) il cuore può ancora dire la sua. Canzoni intime come può esserlo un sogno, sempre altro e altrove, sulle tracce del fantasma Gram Parsons aleggiante a Joshua Three, respirando la nebbia sospesa dei pomeriggi di Tanwort-In-Arden, scorgendo en passant il tramonto a Waterloo.
Ammirevoli gli intenti, i risultati però - in linea con i precedenti lavori - smarriscono i tanti buoni spunti in una caligine soporifera. Difficile mantenere la rotta per tutti i cinquanta minuti, la distrazione sembra un corollario intrinseco al programma stesso, sembra una modalità di fruizione ideale – forse addirittura voluta.
Fenomeno per nulla ostacolato dai mo(vi)menti più catchy, virati su umori tipicamente british (Battle Of The Broken Hearts, Tinker’s Blues, quella Starlite N° 1 che potrebbe passare per un apocrifo dei Belle And Sebastian) sapientemente alternati alle lente ondate folk (Writing to St. Peter – palpitante crescendo colmo di riverberi liquidi – e la narcotica malinconia di She's All Up House), avviando così un morbido contrasto, un suadente effetto culla.
La qual cosa avviene già per intero – quasi fosse un riassunto poetico/formale - nell’iniziale Bluebird Of Happiness, sorta di suite che parte come una tenue ballata a base di pianoforte, slide e mirabilie sintetiche pseudo-Air, sterza verso struggenti malie emo, quindi si autosospende in bilico come il Neil Young di Philadelphia, per poi ricominciare: l’impressione è che agli ex Slowdive proprio non interessasse smussare l’eterogeneità delle parti, come se il principale interesse fosse traslare l’altern-country da un’altra parte, a costo di togliergli plausibilità. Di vaporizzarlo. Di vaporizzarsi.
Un’affascinante strategia di auto-dissipazione che raggiunge lo zenit nell’impalpabile mestizia di Hard To Miss You, giustamente posta al centro del programma. Così come emblematica suona la conclusiva Between the Bars, in cui l’anima country (il baluginio della slide, gli zampettii del banjo, la desolata mestizia dell’armonica, l’amplesso tiepido, teneramente inestricabile delle voci…) riaffiora come un rigurgito di solennità, quasi ad avocare l’esclusiva sulla parola “fine”.
Ne potranno fare altri cento di dischi così, Halstead e soci, perché di canzoni ne sanno scrivere eccome (lo dimostrano certi episodi “minori”, come la sublime banalità folk pop di Billy Oddity – parente stretta della Not Even Stevie Nicks a firma Calexico - o la bucolica ibridazione di Too Many Mornings - da qualche parte tra Donovan e i Left Banke), ma soprattutto perché il loro è un viaggio che non deve arrivare: ci sono già, e non lo sanno. O fingono (bene) di non saperlo.


(6.0/10)

01. Bluebird of Happiness
02. Starlite
03. Bill Oddity
04. Writing to St. Peter
05. Battle of the Broken Hearts
06. Hard to Miss You
07. Tinker's Blues p
08. She's All Up House
09. Too Many Mornings
10. Between the Bars
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