
Ex Old Time Relijun, batterista basico, bravo ragazzo, nemico delle
spacconate, bizzarro però: Phil Elvrum è tutto ciò
e ancor più. È, ad esempio, un campione delle dissonanze
quanto della più immota quiete. Positiva, razionale eppure emotiva,
inquieta la sua mente tende, in musica, sempre più al caos deliberato,
al disordine creativo.
Come tutt'e tre furono quelli che lo precedettero (gli album "Don't
wake me up", "It was hot, we stayed in the water" e "The
Glove, pt. 2"), anche il nuovissimo "Mount Eerie" (un
concept, pare) è inzuppato fin alle midolla d'entropia. In esso
Phil sfoga le sue passioncelle sonore di sempre, quelle per il dilettantismo
genial-pervicace di Lou Barlow, per i più eterei e rumorosi My
Bloody Valentine (
le melodie "risorgive", che vengono
e vanno dal e nel frastuono generale), per il Tim Buckley maggiormente
spaurito (la dilatazione sonora come metafora d'allucinazione) e per
certe psichedelie abrasive e "freakettone" dei primordi (Amon
Duul I, Red Crayola
.forse). L'intensità di tali "devozioni
domestiche" diviene pratica e trova un suo maturo picco artistico
(dopo l'ottimo "The Glove", dell'anno passato) nei due lunghi
componimenti che, di fatto, sono il lato A e B di questo "Mt. Eerie".
Essi hanno il sapore d'un mito di fondazione e d'una cosmogonia tutte
private. Inutile citare un brano o un titolo piuttosto che l'altro.
Non è album di canzoni questo. Diciamo, invece, che la prima
facciata dipana una religiosità cosmica alla Sun Ra: poliritmie
da Africa nera, tribaloidi happenings percussivi (con buona pace della
comune, prima versione, dei teutonici Amon Duul), musique d'ameublement
ed infine tanto e ancora tanto rock krauto. Sollevate ora la puntina
, alzate la plastica dal piatto e riponetela al contrario sullo stesso.
Nulla cambia, penseranno alcuni: facciata diversa, identiche sonorità.
Lasciando che i suoni fluiscano
qualcosa di nuovo, in effetti,
accade. Ai soliti ingredienti se ne aggiungono ora di nuovi, e la faccenda
nella sostanza cambia molto: estenuanti recitativi a fior di labbra
(tiranti in ballo la " lovely music" di Robert Ashley e persino
il "pop minimalista" della Anderson di "Big Science";
1982), melodie celestiali, rumorismi d'accatto, stacchetti funky che
han perduto la via, vertigini (chitarra ed elettronica) al calor bianco.
L' "educazione tecnica" nello sviluppo sonoro di queste due
suite risulta davvero essere minima; piuttosto i Microphones puntano
all' "erudizone musicale" (conoscenza di generi e metodi nell'odierna
popular music) per forgiare un efficace strumento "espressionista"
che, sempre più a fondo, sondi e dia vita alle riposte fantasticherie
(musicali e non) affollanti oramai la testa del loro leader (deformandole,
magari). In ciò sta la loro arte e il nostro godimento.