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THE MICROPHONES - Mount Eerie (K Records)

di Massimo Padalino

Ex Old Time Relijun, batterista basico, bravo ragazzo, nemico delle spacconate, bizzarro però: Phil Elvrum è tutto ciò e ancor più. È, ad esempio, un campione delle dissonanze quanto della più immota quiete. Positiva, razionale eppure emotiva, inquieta la sua mente tende, in musica, sempre più al caos deliberato, al disordine creativo.
Come tutt'e tre furono quelli che lo precedettero (gli album "Don't wake me up", "It was hot, we stayed in the water" e "The Glove, pt. 2"), anche il nuovissimo "Mount Eerie" (un concept, pare) è inzuppato fin alle midolla d'entropia. In esso Phil sfoga le sue passioncelle sonore di sempre, quelle per il dilettantismo genial-pervicace di Lou Barlow, per i più eterei e rumorosi My Bloody Valentine (…le melodie "risorgive", che vengono e vanno dal e nel frastuono generale), per il Tim Buckley maggiormente spaurito (la dilatazione sonora come metafora d'allucinazione) e per certe psichedelie abrasive e "freakettone" dei primordi (Amon Duul I, Red Crayola….forse). L'intensità di tali "devozioni domestiche" diviene pratica e trova un suo maturo picco artistico (dopo l'ottimo "The Glove", dell'anno passato) nei due lunghi componimenti che, di fatto, sono il lato A e B di questo "Mt. Eerie". Essi hanno il sapore d'un mito di fondazione e d'una cosmogonia tutte private. Inutile citare un brano o un titolo piuttosto che l'altro.
Non è album di canzoni questo. Diciamo, invece, che la prima facciata dipana una religiosità cosmica alla Sun Ra: poliritmie da Africa nera, tribaloidi happenings percussivi (con buona pace della comune, prima versione, dei teutonici Amon Duul), musique d'ameublement ed infine tanto e ancora tanto rock krauto. Sollevate ora la puntina , alzate la plastica dal piatto e riponetela al contrario sullo stesso. Nulla cambia, penseranno alcuni: facciata diversa, identiche sonorità. Lasciando che i suoni fluiscano…qualcosa di nuovo, in effetti, accade. Ai soliti ingredienti se ne aggiungono ora di nuovi, e la faccenda nella sostanza cambia molto: estenuanti recitativi a fior di labbra (tiranti in ballo la " lovely music" di Robert Ashley e persino il "pop minimalista" della Anderson di "Big Science"; 1982), melodie celestiali, rumorismi d'accatto, stacchetti funky che han perduto la via, vertigini (chitarra ed elettronica) al calor bianco.
L' "educazione tecnica" nello sviluppo sonoro di queste due suite risulta davvero essere minima; piuttosto i Microphones puntano all' "erudizone musicale" (conoscenza di generi e metodi nell'odierna popular music) per forgiare un efficace strumento "espressionista" che, sempre più a fondo, sondi e dia vita alle riposte fantasticherie (musicali e non) affollanti oramai la testa del loro leader (deformandole, magari). In ciò sta la loro arte e il nostro godimento.

01 The Sun
02 Solar System
03 Universe
04 Mt. Eerie
0 5 Universe
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