
Qualcuno di voi crede ancora alla preview, allo studio report, o ai tradizionali
tre brani ascoltati in anteprima? Vi fidate di mandrie di giornalisti ubriachi,
con la pancia piena di tartine, al soldo delle major di turno, non di rado
in buoni rapporti con i musicisti oggetto di recensione?
Tutto questo alla faccia della deontologia professionale del critico musicale,
oggi più che mai burocrate di bassa lega. I Metallica, a partire dalla
pubblicazione di Load si sono sempre più affinati nel
gioco della "carota con l'asino", puntando sempre maggior denaro
in promozione ed iniziative di contorno (vedi il Metallitrain) piuttosto
che sui contenuti musicali veri e propri. Ecco allora, a partire dal marzo
2003, gli aggiornamenti in tempo reale dalla base dei quattro e piccoli spezzoni
di riff scaricabili in formato mp3; ed ecco un giornalista svedese che durante
un preascolto anticipa i contenuti di un album violentissimo, il migliore
che abbiano mai realizzato.
Addirittura il combo di Frisco parla dello sviluppo dei nuovi brani in linea
con quanto proposto in passato dai Meshuggah. Vengono tirate in ballo anche
le migliorie tecniche nello stile di Lars Ulrich, la cui performance si sarebbe
miracolosamente arricchita di passaggi ultraveloci, al limite dei confini
con il black metal, con frequenti blast beat.
Dunque Jason aveva scelto il momento meno opportuno per abbandonare i compagni,
dati in grande ripresa e in forte riavvicinamento alle gloriose origini metal.
La controprova arriva ovviamente inserendo "St. Anger" (accompagnato
da un DVD con i brani del cd eseguiti live nello studio di registrazione)
nel lettore, cercando un riscontro a queste succose anticipazioni. E Frantic
fa gridare effettivamente al miracolo: grandi accelerazioni, un cantato
sfrontato, sezione ritmica a briglie sciolte, ma soprattutto un brano valido
come non se ne sentivano dai tempi di ... And Justice For All,
con l'unica differenza costituita da una produzione minimale, attenta a cogliere
l'aspetto live delle esecuzioni.
Ma si sa, le cose belle durano poco, ed ecco puntuale la titletrack, improbabile
polpettone di accelerazioni di antica memoria e cantati su basi alla Limp
Bizkit, con chitarre pulite ed esilaranti controcanti simil-rap di James.
Proseguendo viene confermata l'alternanza (vera costante del lavoro) fra strutture
tipicamente thrash e tempi rallentati, valvole di sfogo per brani dalla durata
media di 6 minuti. Some Kind Of Monster si giova di un riffing oscuro
e di efficaci variazioni metronomiche, nonostante il fastidioso approccio
in stile Fred Durst che Hetfield mantiene in alcuni passaggi vocali.
Inizia a serpeggiare una fastidiosa ironia, che puntualmente esplode nella
successiva Dirty Window, sfuriata hardcore di buona fattura fatta a
pezzi da passaggi clean e da aperture melodiche di una bruttezza immane.
Una caduta di tono amplificata da una risata in stile cowboy di James, novello
Ted Nugent del metal. Invisible Kid suona invece come uno strano
ibrido fra l'approccio compositivo dei Monster Magnet e il Jerry
Cantrell più plumbeo, chiamato in causa nelle sezioni slow, per
otto minuti abbastanza noiosi. My World alza il tiro, ricalcando cliché
tipici della Bay Area che fu, con i consueti riff stoppati accompagnati all'unisono
dai proverbiali stop and go di Lars (leggasi batterista in piedi, mano
sul ride, e colpo di cassa in sincronia con il riff), per un mix tra il vecchio
ed il nuovo che ritroviamo anche nella seguente Shoot Me Again, brano
insipido, con vocals cristalline figlie dei Korn.
Il disastro è dietro l'angolo, ed ha il nome di Sweet Amber:
riff puerile, voci sommerse, un tempo arrancante, ed un Hetfield che vorrebbe
ammaliare con la sua interpretazione, con l'effetto di rendere ancora più
palesi i suoi limiti vocali. Un risultato che puntualmente viene replicato
nei brani posti in chiusura, The Unnamed Feeling, Purify e la
sfiancante (per il minutaggio) All Within My Hands, dove fra l'altro
figura un pietoso esperimento di Hammett, che esegue una breve sequenza di
note pulite prima di risolvere sull'accordo, quasi a voler citare i System
Of A Down del primo album.
Discutibile anche la produzione di Bob Rock che, se da un lato enfatizza
l'alchimia tipica della sala prove, dall'altro evidenzia i limiti dell'Hetfield
cantante (è indubbiamente l'album in cui si esprime peggio). Suonano
strane anche alcune soluzioni tecniche nel drum kit di Ulrich, il cui rullante
in più di un'occasione è talmente "tirato" da generare
un suono simile a quello di una campana. De Gustibus..... In St. Anger
ai 'Tallica va riconosciuto il tentativo di rialzare la testa dopo
le ultime vergognose prove in studio, ma qualcuno avrebbe dovuto ricordare
loro che un grande disco ha alla base grandi canzoni, indipendentemente dalle
accelerazioni e dalla saturazione del suono. E qui, stranamente, di grandi
canzoni se ne vedono un paio!
(5.0/10)