Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Matmos - The Civil War (Matador)

di Edoardo Bridda e Michele Casella

I Matmos hanno avuto la rara capacità di oltrepassare i limiti di genere, diventando un nome noto non solo agli appassionati di elettronica dai tratti bislacchi, bensì un moniker identificativo di ricercatezza, creatività e inventiva. Se il precedente A Chance To Cut Is A Chance To Cure era partito dal suono concreto per re-inventarne l'attitudine pop, "The Civil War" è un album di concetto che si propone di attraversare periodi storici e generi musicali.
Il cambio di registro c'è stato ed i Matmos, contrariamente al passato, tentano una sintesi elettro-acustica in senso compiuto avvalendosi della collaborazione di Steve Goofriend e Jim Putnam dei Radar Bros, Tim Barnes (per i sample della batteria), Keenan Lawler (per gli assoli di chitarra), Dave Grubbs (piano) Blevin Blectum (violino) e Mark Lightcap (tuba, banjo),
Civil War è dunque un lavoro complesso che si propone di unire suggestioni disparatissime: dai violini scozzesi, alle marce rituali della guerra in costume, dai goticismi elettronici alle chitarre roots feheyiane. Il collante è rappresentato da una buffa macchina del tempo, di quelle sghembre come la De Lorian di Ritorno al Futuro, che viaggia tra due grandi periodi storici senza farsi mancare sbagli di sincronizzazione temporale.
Non c’è pretesa grandguignolesca quindi, piuttosto un sano humor che pervade in parte l’album, un elemento prezioso che ne arricchisce intelligentemente la fruizione ma che pur tuttavia ne malcela i difetti. Se sulla carta c’era lo scopo di viaggiare tra la guerra civile inglese del 1640 e quella di secessione americana del 1861, l’esperimento riesce soltanto nella prima metà del disco, diciamo fino alla cover di Souza; successivamente i Nostri si perdono, dando la sensazione di concentrarsi principalmente su sperimentazioni stilistiche piuttosto che sull’avventura sonora intrapresa. Se all’ascoltatore viene aperta una prospettiva magica e accattivante – grazie a cambi di tempo storico, funambolismi, marcette, mostricciattoli elettronici e strumenti acustici, ottimi chiaroscuri, gradazioni di colori e sfumature – poi gli si toglie la trama da sotto naso, mettendo sul piatto presumibilmente un altro film.
Il tricorder spazio-temporale regala comunque ottimi momenti: l’apertura con le cornamuse scozzesi e le chitarre folk nel preludio alla guerra di Regicide (in cui l'aspetto elettronico passa decisamente in secondo piano) e a seguire, senza tirare il fiato, l’inizio delle danze con il banchetto di Z.O.C.K.. Y.T.T.E., con i suoi nove minuti, apre il corpo dell’album all’insegna dell’evanescenza, unendo convenzionalità a riuscite trovate sampledeliche: all’inizio s’illumina delicatamente di scintille che aprono la strada a un ritornello orecchiabile e sbarazzino, quindi ne viene svelato il carattere etereo ed accecante; una chitarra in puro roots blues, suonata al calar del sole in perfetta solitudine, chiude il brano nel più caratteristico american style pionieristico.
For The Trees, con i suoi tre minuti e mezzo in cui i lievi click e skip minimali vengono legati ad un fanciullesco riff di chitarra, è un racconto in musica di una qualche scena di vita paesana che si staglia su pianismi rassicuranti e trilli esotici awaiani. Il vero capolavoro d’arrangiamento è comunque The Stars And Stripes Forever, uno stravolgimento del componimento di Souza che trasforma il brano originale in una giostra psichedelica di suggestioni circensi, caos da fiera paesana e numeri da Ministrel Show. In astrazione critica è al tempo stesso un omaggio al melting-pot statunitense e un’innocua critica sotterranea alla civil war politica dell’America di oggi.
Eppure, come si diceva in precedenza, da questo punto in poi le cose cambiano: le accelerazioni di Pelt and Holler e gli scuotimenti gotici di The Struggle Against Unreality (con la sola eccezione dell'ottimo assolo per puntello su acciaio, roba da far sanguinare le orecchie) non centrano il bersaglio, ed il finale di pianoforte ha tutta l'aria di una nostalgica tautologia. Avrebbe potuto essere un capolavoro, ma evidentemente il rinnovamento della vecchia forma attende ancora una sua precisa definizione.


(6.5/10)

01. Regicide
02. Zealous Order of Candied Knights
03. Reconstruction
04. Y.T.T.E. (Yield to Total Elation)
05. For the Trees
06. The Stars and Stripes Forever
07. Pelt and Holle
08. The Struggle Against Unreality Begins
09. For the Trees (Return)
...