
I Matmos hanno avuto la rara capacità di oltrepassare i limiti di
genere, diventando un nome noto non solo agli appassionati di elettronica
dai tratti bislacchi, bensì un moniker identificativo di ricercatezza,
creatività e inventiva. Se il precedente A Chance To Cut
Is A Chance To Cure era partito dal suono concreto per re-inventarne
l'attitudine pop, "The Civil War" è un album di concetto
che si propone di attraversare periodi storici e generi musicali.
Il cambio di registro c'è stato ed i Matmos, contrariamente al passato,
tentano una sintesi elettro-acustica in senso compiuto avvalendosi della collaborazione
di Steve Goofriend e Jim Putnam dei Radar Bros, Tim Barnes
(per i sample della batteria), Keenan Lawler (per gli assoli di chitarra),
Dave Grubbs (piano) Blevin Blectum (violino)
e Mark Lightcap (tuba, banjo),
Civil War è dunque un lavoro complesso che si propone di unire suggestioni
disparatissime: dai violini scozzesi, alle marce rituali della guerra in costume,
dai goticismi elettronici alle chitarre roots feheyiane. Il collante è
rappresentato da una buffa macchina del tempo, di quelle sghembre come la
De Lorian di Ritorno al Futuro, che viaggia tra due grandi periodi storici
senza farsi mancare sbagli di sincronizzazione temporale.
Non c’è pretesa grandguignolesca quindi, piuttosto un sano humor
che pervade in parte l’album, un elemento prezioso che ne arricchisce
intelligentemente la fruizione ma che pur tuttavia ne malcela i difetti.
Se sulla carta c’era
lo scopo di viaggiare tra la guerra civile inglese del 1640 e quella di secessione
americana del 1861, l’esperimento riesce soltanto nella prima metà
del disco, diciamo fino alla cover di Souza; successivamente i Nostri si
perdono, dando la sensazione di concentrarsi principalmente su sperimentazioni
stilistiche
piuttosto che sull’avventura sonora intrapresa. Se all’ascoltatore
viene aperta una prospettiva magica e accattivante – grazie a cambi
di tempo storico, funambolismi, marcette, mostricciattoli elettronici e
strumenti
acustici, ottimi chiaroscuri, gradazioni di colori e sfumature – poi
gli si toglie la trama da sotto naso, mettendo sul piatto presumibilmente
un altro film.
Il tricorder spazio-temporale regala comunque ottimi momenti: l’apertura
con le cornamuse scozzesi e le chitarre folk nel preludio alla guerra di Regicide
(in cui l'aspetto elettronico passa decisamente in secondo piano) e a seguire,
senza tirare il fiato, l’inizio delle danze con il banchetto di Z.O.C.K..
Y.T.T.E., con i suoi nove minuti, apre il corpo dell’album
all’insegna dell’evanescenza, unendo convenzionalità a
riuscite trovate sampledeliche: all’inizio s’illumina delicatamente
di scintille che aprono la strada a un ritornello orecchiabile e sbarazzino,
quindi ne viene svelato il carattere etereo ed accecante; una chitarra in
puro roots blues, suonata al calar del sole in perfetta solitudine, chiude
il brano nel più caratteristico american style pionieristico.
For The Trees, con i suoi tre minuti e mezzo in cui i lievi click
e skip minimali vengono legati ad un fanciullesco riff di chitarra, è
un racconto in musica di una qualche scena di vita paesana che si staglia
su pianismi rassicuranti e trilli esotici awaiani. Il vero capolavoro d’arrangiamento
è comunque The Stars And Stripes Forever, uno stravolgimento
del componimento di Souza che trasforma il brano originale
in una giostra psichedelica di suggestioni circensi, caos da fiera paesana
e numeri da Ministrel Show. In astrazione critica è al tempo stesso
un omaggio al melting-pot statunitense e un’innocua critica sotterranea
alla civil war politica dell’America di oggi.
Eppure, come si diceva in precedenza, da questo punto in poi le cose cambiano:
le accelerazioni di Pelt and Holler e gli scuotimenti gotici di The
Struggle Against Unreality (con la sola eccezione dell'ottimo assolo
per puntello su acciaio, roba da far sanguinare le orecchie) non centrano
il bersaglio, ed il finale di pianoforte ha tutta l'aria di una nostalgica
tautologia. Avrebbe potuto essere un capolavoro, ma evidentemente il rinnovamento
della vecchia forma attende ancora una sua precisa definizione.
(6.5/10)