
Con The Raven, Lou Reed insegue il sogno di quasi tutti i musicisti rock di una certa eta': essere considerato, anche solo per un attimo, un compositore serio. Spogliarsi per un secondo della giacca di pelle nera e scambiarla per una copia del "New Yorker". Essere di casa a Soho piuttosto che al Greenwich Village. Diventare oggetto di conversazione nei club di Lower Manhattan, alla Downtown Music Gallery e su The Wire.
Il Reed di questo disco resta newyorkese fino al midollo. Il centro di gravita' di The Raven e' ancora il suono celebrato da New York, il capolavoro del 1991: chitarre graffianti e solide, nessuna concessione ai solismi, e batteria secca, tutta di tamburi e rullante. E' questo il suono di brani come Edgar Allan Poe o A Thousand Departed Friends, collocati in posizione strategica nella tracklist. Intorno a questo baricentro molto e' stato aggiunto: sezioni di fiati, secche ed arcigne come le chitarre di Reed e Rathke, note di pianoforte e l'onnipresente violoncello di Jane Scarpantoni. Una varieta' destinata ad essere una novita' forse disorientante per quelli che erano abituali all'abilita' di Reed nel muoversi all'interno di dischi monolitici.
Ufficialmente le musiche sono al servizio dell'apparato lirico di The Raven, come noto un concept dedicato ad Edgar Allan Poe scritto su commissione di un teatro tedesco. L'omaggio a Poe e' fonte di una ulteriore iniezione di diversita' nel disco, che comprende la lettura di un paio di testi da parte di Elizabeth Ashley e Amanda Plummer, l'uso di altre voci che sostituiscono ed accompagnano Reed al canto e un paio di ballate quasi sussurrate. Come New York, The Raven e' quindi un disco che di ascolta dall'inizio fino alla fine, una galleria di ambizioni poetico-letterarie che richiedera' una minima padronanza dell'inglese per farsi pienamente apprezzare (ma tutti possono assaporare l'arte anglosassone dell'allitterazione messa splendidamente in mostra da Willem Dafoe nel brano The Raven).
Molto si e' anche speculato sulle presunte analogie tra Poe, Reed e le rispettive poetiche. A nostro avviso, molte di queste letture, che "forzano" un Reed emotivamente allineato con le novelle narrate da Poe, finisce per essere fuorviante rispetto a The Raven (per non parlare dell'intera carriera di Reed). Da un lato e' fin troppo facile far notare come i temi tipicamente urbani del cantante mal si connettono con il mood del poeta-scrittore di Baltimora, certo sinistro ma non cosi' negativo e nichilista quale quello di Reed. Dall'altro e' piu' delicato osservare come The Raven sia si' un omaggio, ma non nel senso di un appiattimento del Reed "aspirante poeta" sul Poe "classico della letteratura", quanto piuttosto secondo i dettami di una riappropriazione e reinterpretazione da entertainer rock.
Solo cosi' diventa pienamente apprezzabile la progressione dei brani, dal rock quasi pacchiano che parla di Poe come di un vecchio amico (Edgar Allan Poe) al cabaret che gli fa il paio (Broadway Song, cantata dall'attore Steve Buscemi), fino alla ballata col cuore in mano di Who Am I. Sempre attraverso il doppio filo conduttore che associa ad ogni brano un personaggio di Poe: un gioco letterario che permette al cantautore tanto di parlare in prima persona quanto di trasformarsi, di volta in volta, in Ligeia, Tripitena, Rowena.
Al termine di questo gioco di specchi, che travolge di input musicali e letterari, si trova poi la voce di Reed. Esaltata dall'accostamento con un accompagnamento cosi' fantasioso (per i suoi canoni), e stimolata da un materiale in un certo senso appartenente alla cultura "alta", la voce e' la protagonista di The Raven.
La capacita' di Reed di consegnare un testo all'ascoltatore attraverso una dizione che nulla ha del canto gli ha garantito un posto da intoccabile nella storia del rock. Con Reed il parlato e' diventa nobile come il canto, le minime modulazioni della voce divengono tavolozze melodiche dalla infinite' possiblita', ed il cantante rock diventa piu' narratore e meno urlatore.
The Raven presenta un Reed in forma strepitosa a livello vocale, e finisce per essere una autocelebrazione ben riuscita di questo immenso cantante, prima ancora che un esperimento musicale e poetico.
(7.0/10)
Più che un disco, l'ennesimo assalto del conflitto infinito tra la bruciante epifania del rock e la potenza evocativa della parola: orchestrato da Lou Reed col piglio delle seconde (terze?) giovinezze, The Raven è il figlioccio per forza di cose monco di un più ampio progetto teatrale denominato POEtry, in cui prendeva forma la venerazione dell'ex Velvet per il genio letterario di Edgar Allan Poe. Una prima nota di merito va alla scelta di pubblicarne due versioni, una in doppio cd contenente reading e canzoni per un totale di 36 tracce e l’altra in cd singolo che esclude quasi tutti i reading a parte The Valley Of Unrest (legge Elizabeth Ashley, Reed alle tastiere), la title track (legge un suggestivo Willelm Defoe) e Tripitena’s Speech (legge Amanda Plummer) per un comunque cospicuo programma di 21 pezzi. Va da sè che i fans si getteranno con languido tormento sulla release estesa (o su entrambe), ma a tutti gli altri - specie a chi mastica l’inglese con difficoltà - non esito a consigliare l’edizione ridotta, che è poi quella di cui ci occupiamo in questa sede, essendo la più strutturalmente vicina a ciò che comunemente si intende - senza alcun esauriente alibi - per “album rock”.
Escludendo forse lo splendido Songs For Drella (omaggio alla figura di Andy Warhol firmato assieme a John Cale), si tratta della proposta più marcatamente “concept” mai licenziata da Reed, sorta di riarticolazione massimalista dell'afflato narrativo già alla base di capolavori come Berlin e Transformer, dai quali - come ad avocare una persistenza d’intenti - provengono due splendide riletture, la trepida The Bed (voce tenera e altera, basso ad archetto, il vaporoso background di Antony) e l’ineffabile Perfect Day (totalmente affidata alle tastiere di Friedrich Paravicini e alla voce eterea e androgina di Antony, straordinariamente simile al parossistico vibrato di Jeff Buckley in pezzi quali You And I).
Vecchie partite rigiocate, strategie incrudite, lucide, irruenti: come la gragnola di watt su deriva wave-punk di Blind Rage, il funky soul bianco di Change (illuminato dal violoncello di Jane Scarpantoni) o il rock’n’roll sontuoso di Edgar Allan Poe (prevedibile ma splendidamente confezionato, con quegli ottoni che falciano i piedi), mentre in Broadway Song ritaglia per il sorprendente Steve Buscemi un ruolo di crooner da jazz cafè che fa venire in mente ancora Berlin con però qualche mano di smalto (troppo?) sull’antica decadenza di inizio settanta.
Non mancano altresì momenti irritanti, in cui fa capolino quella china svenevole e fin troppo laccata che abbiamo avuto modo di conoscere nel Lou più recente, laddove sospetto che l’influsso di Laurie Anderson - la cui sensibilità artistica mi ostino a ritenere poco compatibile con quella del Nostro - invada il campo di gioco: capita quindi di imbattersi in una Call On Me che soffoca i buoni propositi in un sentimentalismo infeltrito, nella conclusiva Guardian Angel che cincischia senza risolverla una memoria di Magic And Loss o nella peraltro eccellente Who Am I?, da annoverare tra le cose migliori dell’ultimo Reed seppur penalizzata da una stesura leziosetta a cui gioverebbe non poco qualche capriccio in meno di archi e synth.
Se avvince il rovello hard-black di A Thousand Departed Friends (beffardo perorare di sax e tromba su watt deraglianti, percussionismo sopra le righe), il soul acidulo di I Wanna Know si affida un po’ troppo alla suggestione portata in dote dai Blind Boys Of Alabama risultando alla lunga più confezione che corpo, mentre l’irruenza sorniona di Hop Frog (canta mister David Bowie) sembra sacrificare consistenza e scrittura alle sorti dell’insieme narrativo.
I pezzi migliori alla fine sbocciano adiacenti nel bel mezzo del programma: Burning Embers (RnB esagitato dalla tensione crescente, impreziosito da desueti intarsi di archi e fiati, cantato oltretutto da Lou con piglio waitsiano sul coretto rabbrividente del solito Antony), la palpitazione tenue di Vanishing Act (piano, archi, voce e mestizia) ed il funky incrudito di Guilty, con il sax sgusciante di Ornette Coleman a chiudere e aprire il rubinetto dell’adrenalina (non sono da meno l’impagabile Tony Smith ai tamburi e Reed che declama impudente e malsano come un Alan Vega ringalluzzito).
Un buon album, dunque, sempre che lo si voglia considerare alla stregua di un semplice album rock. Ambizioso, cerebrale, vivido, segnato da cambi di ritmo e direzione, slegato ma in fondo convincente, attendibile proprio in virtù della smisurata opinione di sè che lo muove e anima: di quelle che tipi come Lou Reed possono decisamente permettersi.
(7.0/10)
La totale incapacità delle nuove generazioni di ascoltatori (...ma anche di addetti ai lavori ) ad essere obiettivi nei confronti dell’opera dei grandi e particolarmente stagionati artisti, causata a mio parere soprattutto dall’incessante ed a volte sterile ricerca di novità musicali e di nuove etichette a tutti i costi sortiscono spesso, soprattutto nelle webzines...quelle indie-dipendenti tanto per intenderci...un atteggiamento di sufficienza a riguardo !
Navigando un pò attraverso i forum mi sono accorto che anche a THE RAVEN, il nuovo disco di LOU REED non è stato riservato certo un trattamento di riguardo. Sapete qual’è l’opinione dominante ? Lou Reed da tempo non ha più nulla da dire... è un artista scontato ed obsoleto..un pò la stessa cosa che sta succedendo a Nick Cave in un contesto diverso. Tutt’altra musica sulla stampa rock specializzata cartacea, che giustamente sta sottolineando questo ennesimo colpo di coda creativo di Reed. Il tarlo oscuro di tantissimi è il morboso attaccamento ai luoghi comuni, primo tra tutti quello secondo cui un musicista rock debba essere ‘bello e maledetto’ per tutta la vita. Lou Reed un adone non lo è stato mai......maledetto invece sì , dai suoi esordi fino a Coney Island Baby per alcuni.....Street Hassle per altri....Magic & Loss per altri ancora!
In realtà credo che Lou non abbia mai smesso nei suoi albums e nei suoi testi di scandagliare il lato oscuro della società americana e della psiche umana. Questo nuovo doppio THE RAVEN è una ulteriore lapalissiana conferma della sua perenne inquietudine esistenziale ed artistica : fonte d’ispirazione questa volta per Lou ( che ha comunque una lunga frequentazione con la letteratura..) i racconti del poeta/scrittore ‘maledetto’ per eccellenza della letteratura americana, Edgar Allan Poe...colui che ha scavato già in tempi non sospetti nei recessi più oscuri ed ambigui dell’individuo!
Ed infatti Lou sottolinea fortemente nelle note introduttive la modernità di Poe: ‘ Poe..sicuramente il più classico degli autori americani, è anche quello dalle peculiarità più attinenti al ritmo cardiaco del nostro nuovo secolo…il padre per me di William Burroughs ed Hubert Selby ; ..ossessioni, paranoie, azioni autodistruttive ci circondano costantemente. Io ho riletto e riscritto Poe per rispondere sempre alla stessa domanda: chi sono io ? ‘ . Ed Who Am I ? è il titolo di uno dei brani più vibranti del lavoro: il suo trepidante tremulo timbro vocale qui fa sì che anche l’ascoltatore finisca per porsi la stessa amletica domanda! Non voglio qui dilungarmi sull’origine teatrale di THE RAVEN, ne avrete letto abbondantemente sui giornali.
Ciò che mi preme riferirvi è che se si vuole afferrare a pieno il fascino sfaccettato dell’opera bisogna ascoltare ( come ha fatto il sottoscritto) la versione in doppio cd, quella che contiene i lunghi brani recitati da enormi attori come Willem Dafoe, Steve Buscemi, Elizabeth Ashley ed Amanda Plummer, e non certo quella singola scevra dai contesti teatrali contenente solo i brani musicali, che invece è consigliata a chi vuole andare al sodo.
Masochismo? Forse sì…visto che è praticamente impossibile capire il contenuto dei dialoghi concitati e serrati, o dei monologhi di The Fall Of The House Of Usher, The Raven, Prologue (Ligeia), The Cask, A Wild Being From Birth, The City and The Shadow….ma nello stesso tempo trovo incredibile la musica, il carisma ed il fascino sprigionati dalla voce rabbiosa ed insidiosa di Dafoe, da quella acuta e sarcastica di Buscemi, dalla solennità stentorea di Amanda Plummer, dalla emozionalità della Ashley. In molti di questi brani recitati Lou Reed si adopera all’Electronic Music, creando fondali umoristici ed ambientali ; affascinante poi il contrasto atmosferico tra spoken words e brani musicali. Ma veniamo ai brani veri e propri, la vera ossatura di The Raven : c’è di leccarsi le dita davvero, Lou Reed non finisce mai di sorprenderci sfornando ed eseguendo con i fidi Mike Rathke (guitars), Fernando Saunders (bass) e Toni Smith (drums) una serie di brani memorabili; i tesi e rabbiosi Blind Rage, Burning Embers, Edgar Allan Poe ma soprattutto I Wanna Know (The Pit and The Pendulum)..un Reed esasperato impegnato in un gospel paranoico giocato sul filo dell’angoscia con il vibrante ausilio vocale dei Blind Boys Of Alabama, i primi di una lunga serie di ospiti illustri. Poi Guilty-Song…ancora Reed immerso nei suoi incubi ad occhi aperti, con il simpatetico sax alto di Ornette Coleman…insieme a materializzare ‘waves of fear’ metropolitani… proprio come ai tempi dei Velvet Underground !!!
Ma registriamo anche un meraviglioso ritorno alla vena più decadente e lirica di Lou….in impagabili slow-songs come Guardian Angel, Vanishing Act, Call On Me ( con la compagna Laurie Anderson ospite alla voce), Change….sino alle stupende ispiratissime, nuove versioni di classici loureediani come The Bed e Perfect Day, la prima commovente nel recuperare con rinnovata umanità il feeling originario… Perfect Day nella trascendentale interpretazioni di Antony, un incredibile vocalist scovato da Lou Reed nel circuito dei clubs newyorkesi e dotato di un vocalismo acuto ed inquietante! Come poi non esaltarsi di fronte al denso strumentale A Thousand Departed Friends, vero manifesto della lucida ricerca sulle sonorità chitarristiche che Reed porta avanti da molto tempo a questa parte.
Qui le corde di Reed e Rathke approntano un affresco elettrico di rara bellezza e potenza. La violenta Fire Music..electronic music pura e shokkante, ectoplasmi di Metal Machine Music in libera espansione ed a questo punto è chiaro come il sole che Lou Reed ha ancora voglia di osare, di sperimentare….! Detto del fondamentale apporto in numerosi brani per gli arrangiamenti degli archi di Jane Scarpantoni, di Steve Bernstein per quelli dei fiati concluderei sottolineando che THE RAVEN è il poliedrico sorprendente frutto della produzione e della creatività di due geni, Lou Reed ed Hal Willner , trasposizione musicale e recitata non fedele di POE-Try, lavoro teatrale scritto da Reed e diretto da Robert Wilson, commissionato ed andato in scena al Thalia Theatre di Amburgo.