
Forti dell’hit California Waiting, che
riporta la memoria a tempi delle zampe d’elefante, i Kings
Of Leon propongono
un discreto blues-rock anni ’70 senza fronzoli, perfetto per le stazioni
radio del deserto dell’Arizona. Potrebbero assomigliare, nella loro ruvidezza,
ai White Stripes, tuttavia qualcosina à la Strokes non manca e più in
generale emerge una voglia di passato senza quel rev(isited) che tanto piace
ai cugini Jack e John. I Re di Leoni preferiscono dunque il groove d’epoca
agli spigoli stellestrisce e s’inventano pure una nicchia ancora incontaminata
ripescando (furbescamente?) un certo folk del Greenwich, senza dimenticare
alcune crudezze proto-punk di rito.
California Waiting, si diceva: un brano simil Strokes, una canzone commerciale
e, per fortuna, un caso isolato; il resto lo possiamo riassumere in due generi:
quello che incarna l’anima hard rock e quello più tipicamente
folk. Al primo appartengono le canzoni zeppe di richiami New York
Dolls,
Free e Gun Club, mentre del secondo fanno parte gli omaggi a Bob
Dylan con
quel
retrogusto Violent Femmes che non guasta.
Talihina Sky, prima traccia, è un omaggio al menestrello
che scrisse della 61 Highway, mentre l’hard glam marchiato
Los Angeles di Happy
Alone ripesca il sound dei compagni sporcaccioni di Johnny
Thunders, spostando le
lancette generazionali un attimo prima. Fresca e immediata risulta Wasted
Time,
traccia motociclistica come quelle dei Motorheard degli
esordi, e buono anche quel fare alla Violent Femmes passato al radiatore
(Spiral Staircase). Certo,
Molly's Chambers forse era meglio come b-side e Trani è veramente
un piccolo plagio Stones, con quella cantilena bluesy iniziale. D’altronde,
non cercate nulla da queste parti che non sia già stato trito e ritrito.
Che dire? Monkey Business, e ai lettori la scelta se interpretare questo
slang alla lettera o meno. (6.0/10)