
Keiji Haino è uno spaccapalle autentico. Sia essa all'accordion, all'hurdy-gurdy, alla chitarra elettrica o al canto, la sua musica bisogna prima di tutto sopportarla.
Più che compresi, artisti del suo stampo, vanno resistiti. Quest'ultima uscita (ma mentre parliamo, il nerovestito Keiji, già altre ne avrà programmate) non smentisce l'assunto. C'est Parfait (lascio i puntini, così prendete la rincorsa e pronunciate questo titolo infinito d'un fiato e via), esce per la giovane etichetta francese, dedita alla sperimentazione continentale e non, A Bruit Secret.
Nomen=Omen, dicevan nell'antichità nulla di più vero.
L'album in questione svela infatti, almeno fino al sondabile, cosa muova, nella testa del giapponese, tanto rumore. Dietro le urla straziate di Keiji e i ritmi tonitruanti d'una drum machine che si fratturano e si sbriciolano per poi improvvisamente riavvolgersi alla voce ( o alle voci? Keiji pare davvero spiritato ), si celano i misteri d'un anima flagellata: le confessioni, sebbene non così esplicite, d'un figlio del secolo. This is the Son of Nihilism recitava il titolo d'un suo capolavoro di recente ristampato. L'unico pezzo (40 minuti abbondanti) che ascolterete, chiama in causa la "gestualità" sofferta del teatro No, il Jim Morrison maggiormente plateale ed introvertito (The Celebration of the Lizard), le lunghe agonie mantriche di Meredith Monk, l'isterismo scomposto ed ostentato di Patty Waters e, sempre alla voce, persino l' "Omaggio a Joyce" di Berio (1958, Studio di Fonologia di Milano).
Perché dedicarsi a questo baillame voce-batteria? Perché l'esistenza è un fiore di carta: piace ma non soddisfa. Brucia però! e quella fiamma taluni scotta (Haino), altri riscalda ( ristoratevi, quindi, al suo tepore). Romantico e brutale, idealista e nichilista lo spasmo sonico di Keiji Haino è ancora umano, troppo umano, per lasciarci indifferenti.
(8.0/10)