
Chi è stato Julius Hemphill? Semplicemente uno dei musicisti, riduttivamente
confinato dagli stolti dietro angusti steccati jazz, più importanti
degli ultimi trent’anni di storia musicale.
Clarinettista, sassofonista
e, ad entrambi gli strumenti, "virtuoso", Hemphill – infatuato
ai suoi primordi da un musicista quale Gery Mulligan – ha
pubblicato, a partire dal ’72, una serie ininterrotta di capolavori
accreditati a suo nome: da Dogon A.D. a Coon
Bid’ness (’75),
dallo strepitoso Blue Boyè (’77) sino alle prove
cronologicamente più recenti ("Five Chords Stid", ’93
e "Fat Man And The Hard Blues", ’91).
E giusto per acclarare
quanto sia stato (Julius è infatti passato a miglior vita nel ’95)
variegato e duttile il suo "genio" musicale diciamo anche che
ha suonato, nei decenni, con personaggi disparatissimi, da Ike Turner ai
vari membri del cosiddetto "Black Artist Group" (Oliver Lake,
Joseph Bowie, Baikida Carroll ecc).
Questa sua uscita su Tzadik, invece,
vede il nostro nel di fficile ruolo di "compositore contemporaneo";
One Atmosphere ad esempio, componimento datato ’92 ed eseguito
dal
Pacifica String Quartet, dura 8 intensissimi minuti in cui
la tensione "espressionista" della Notte
Trasfigurata di Schoenberg dilata dialogicamente gli archi altrimenti
davvero troppo rinserrati cupamente nei propri ranghi. Gli altri due rimanenti
componimenti inclusi, da annoverarsi fra i suoi "masterpieces",
ossia Savannah Suite (’78, per flauto, violoncello e percussioni) e
Water Music For Woodwinds (’76), rielaborano rispettivamente gli idiomi
del Giacinto Scelsi esotico-indiano e, nei suoi ambiziosissimi e nondimeno
riusciti 33 minuti di durata, le solitudini orchestrali del Ligeti cameristico
(virandole progressivamente verso linguaggi inconfondibilmente jazz). Un
cd che è un must. E la recensione finisce così.
(8.0/10)