
I ragazzoni vitaminizzati della più negletta e sperduta provincia americana, cosa sono capaci di fare? Solo football, cine, Mc Donalds e balli di fine anno o c'è dell'altro? C'è dell'altro, direi. Ascoltando l'esordio del corpacciuto ventiseienne Jaff Hanson, semplicemente intitolato "Son", di primo acchito mi par d'aver posto nel lettore il cd sbagliato. Ma come, una vocina così pura, sottile ed adolescenziale modulata sui sovratoni più melodiosi d'un Brian Wilson (Beach Boys) ed è un ragazzo (parava una donna, giuro). Difficile crederci se poi si dà una sbirciata all'interno del booklet e alle sue foto non resta che arrendersi all'evidenza (è un uomo, è un uomo). Ma cosa racconta, cantando, Jeff? I temi affrontati, in realtà, sono quelli tipici del cantautore post-puberale. Citiamo alcuni titoli di canzoni, per comprendere meglio: "You are the Reason", "Some Years Ago", "Just like Me", "You and I alone", "Everything You do", "If You ever say". Un'intera fitta selva d'eventi, privati e segretissimi (come quelli d'ognuno in quell'età di mezzo), d'emozioni (mal) rattenute, di sentimenti inconfessabili e repressi, di sogni solo sognati e disillusioni vere e brucianti muove da essi a noi. Ciò, in chi ascolta e quell'età l'ha d'un bel tratto sorpassata, provoca flashback imprevisti tuffi al cuore, inimmaginati solo un attimo prima. Quello che, in verità, muove a noi è il talento cristallino come polistrumentista e melodista sopraffino di Jeff, su di esso si reggono le 11 perle di disarmante bellezza costituenti il lavoro (40 minuti o poco più, la durata complessiva). "Son" è il regno dell'accordo assonante, scintillante, avvolgente, nostalgico e melodico (la cui scuola, più che al cantautorato usa degli ultimi trent'anni, si rifà al miglior Lennon nei Beatles - l'album bianco, in particolare - e ai Beach Boys geniali di fine '60). Si ascolti, per chi scrive capolavoro del disco, "The End of Everything Known" (paradigmatici alcuni suoi versi: "And everytime for everyday is something more with less to say"). In molte delle canzoni della raccolta ad un'analisi qualitativa della mediocrità delle vite nell'America meno esposta, se ne aggiunge una prettamente quantitativa, dove non si fa altro che elencare tutti i motivi d'insoddisfazione ed alienazione per l'adolescente medio statunitense (in "You're the Reason", fulgido esempio di come suonerebbero oggi i Bedhead con un pizzico di Beatles in più ed uno d'elettricità in meno). Abbondano soprattutto le ballate, trasognate e trascendenti, sola chitarra e voce ("Some Years Ago" e "As Honest as a Liar can be" con deliziosi refrain ripieni di melodiche dolcezze) che si pongono come confessioni, fatte solo a sé stessi, da cameretta buia. L'intero lp non è altro che una lunga, commossa elegia, (vista l'età di chi suona e compone) in anticipo sui tempi della vita, sull'adolescenza, i suoi dolori, le sue redenzioni.
(7.0/10)