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Hans Joachim Irmler - Lifelike (Staubgold/Wide)

di Martino Lorsusso

Benchè alla gran parte dei giovani indie rocker questo nome non dirà molto, Hans Joachim Irmler è un personaggio leggendario. Dal 1971 si nasconde timido e silenzioso dietro le tastiere e l’ambaradan elettronico di quello che possiamo tranquillamente considerare uno dei gruppi più “seminali” dell’intero movimento krautrock,  i Faust.
Dopo aver curato per la band la produzione di Patchwork, ingiustamente poco considerato dalla critica e di cui ci sarà modo di parlare in altra sede, Irmler dà un’altra zampata con Lifelike, suo primo lavoro individuale oltre che, per quanto possa sembrare strano, primo disco solista in assoluto di un membro dei Faust (almeno secondo le mie fonti). Concepita “come la vita”, continuum sonoro in perenne evoluzione, quella del tastierista tedesco è un’opera di acutezza e rigore esemplari tra le produzioni di tal fatta, capace di focalizzare e sviscerare come poche altre esperienze sonore coeve il dramma e il fascino del contrasto. Stando alle note di copertina peraltro, pare che  Irmler abbia curato i pezzi che compongono Lifelike come le piante del proprio giardino, nutrendoli e arricchendoli giorno dopo giorno, lasciandoli crescere spontaneamente, indirizzandone appena l’evoluzione in una metodologia fortemente antitetica a quella attuale del produci tutto & subito, basta che suoni “strano”.
Chi si sta domandando se questa sia una frecciatina alla scena avant odierna e alla sua ipersterilità produttiva, sono lieto di rispondere con un “sì, lo è”. Elektroblitz apre il sipario su un magma rumoristico disturbante, specchio di ribollenti umori guerreschi dal quale prende vita una frase di organo che procede oscillante suggerendo un crescendo di inquietudine. L’armonium prosegue chiesastico nella distesa di Atlantik, sporcata di clangori e cigolii industriali, colonna sonora ideale per riti pagani celebrati tra le lamiere metalliche di una fabbrica in disuso con Klaus Schulze a presenziare l’atto. Sottoposto a incerte spinte centrifughe, l’aggregato sonoro di Trepido oscilla lentamente attorno a un baricentro tonale, senza assecondare spinte centrifughe di sorta, mentre in “The Actor’s Gone” caracolla in un crescendo di tensione amplificato dal fruscio dei cembali e infranto da un cristallino arpeggio minimale di synth.
Il tema è ripreso in Kleine Welt in un ipnotico fluttuare di riverberi e camere d’eco che sfumano in “Trevo”, traccia più lunga e stratificata dell’album, brillante per ricercatezza delle timbriche e uso discreto, misurato e strutturato di field recordings, sezioni d’archi e rumori percussivi. Eis, giocando ancora su campioni ambientali, esprime l’impercettibile movimento della staticità, mentre la conclusiva Werft! riaffonda la lama nel caos iniziale restituendoci la circolarità dell’opera e chiudendo il sipario su un organo in dissolvenza. Lifelike è opera fortemente chiaroscurale che stupisce per la molteplicità di livelli che si rivelano ascolto dopo ascolto in un tipico effetto “a buccia di cipolla” e per la varietà di sensazioni in grado di suscitare in chi si predispone a un’esperienza d’ascolto ricettivo, configurandosi come opera longeva da riscoprire e di cui stupirsi ad ogni successivo passaggio.

(7.0/10)

01. Eletktroblitz
02. Atlantik
03. Trepido
04. The Actor's Gone
05. Kleine Welt
06. Trevo
07. Eis
08. Werft!
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