
Benchè alla gran parte dei giovani indie rocker questo
nome non dirà molto, Hans
Joachim Irmler è un personaggio leggendario. Dal 1971 si nasconde timido e silenzioso
dietro le tastiere e l’ambaradan elettronico di quello che possiamo tranquillamente
considerare uno dei gruppi più “seminali” dell’intero
movimento krautrock, i Faust.
Dopo aver curato
per la band la produzione di Patchwork, ingiustamente poco considerato dalla
critica e di cui ci sarà modo di parlare in altra sede, Irmler
dà un’altra zampata con Lifelike, suo primo lavoro individuale oltre che, per
quanto possa sembrare strano, primo disco solista in
assoluto di un membro dei Faust (almeno secondo le mie fonti). Concepita “come
la vita”, continuum sonoro in perenne evoluzione, quella del tastierista
tedesco è un’opera di acutezza e rigore esemplari tra le produzioni di tal fatta,
capace di focalizzare e sviscerare come poche altre esperienze sonore coeve il
dramma e il fascino del contrasto. Stando alle note di copertina
peraltro, pare che Irmler abbia curato i pezzi che compongono
Lifelike come le piante del proprio giardino, nutrendoli e arricchendoli giorno
dopo
giorno, lasciandoli crescere spontaneamente, indirizzandone appena l’evoluzione
in una metodologia fortemente antitetica a quella
attuale del produci tutto & subito,
basta che suoni “strano”.
Chi si sta domandando se questa
sia una frecciatina alla scena avant odierna e alla sua ipersterilità produttiva,
sono lieto di
rispondere con un “sì, lo è”. Elektroblitz apre il sipario su un magma rumoristico
disturbante, specchio di ribollenti umori guerreschi dal quale prende vita una
frase di organo che procede oscillante suggerendo un crescendo
di inquietudine. L’armonium prosegue chiesastico nella
distesa di Atlantik, sporcata di clangori e cigolii industriali, colonna sonora
ideale per riti pagani celebrati tra le lamiere metalliche di una fabbrica in
disuso con Klaus Schulze a presenziare l’atto. Sottoposto a incerte spinte centrifughe,
l’aggregato sonoro di Trepido oscilla lentamente attorno
a un baricentro tonale, senza assecondare spinte centrifughe di sorta,
mentre
in “The Actor’s Gone” caracolla in un crescendo di tensione amplificato dal fruscio
dei cembali e infranto da un cristallino arpeggio minimale di synth.
Il
tema è ripreso in Kleine Welt in un ipnotico fluttuare di riverberi e camere
d’eco che sfumano in “Trevo”, traccia più lunga e stratificata dell’album, brillante
per ricercatezza delle timbriche e uso discreto, misurato e strutturato di field
recordings, sezioni
d’archi e rumori percussivi. Eis, giocando ancora su campioni ambientali,
esprime l’impercettibile movimento della staticità, mentre la
conclusiva Werft! riaffonda la lama nel caos iniziale restituendoci la
circolarità dell’opera e chiudendo il sipario su un organo in dissolvenza.
Lifelike è opera fortemente chiaroscurale che stupisce
per la molteplicità di livelli che si rivelano ascolto dopo ascolto in un tipico
effetto “a buccia di cipolla” e per la varietà di sensazioni in grado di suscitare
in chi si predispone a un’esperienza d’ascolto ricettivo, configurandosi
come opera longeva da riscoprire e di cui
stupirsi ad ogni successivo passaggio.
(7.0/10)