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Hogwash - Atombombproofheart (Urtovox)

di Stefano Solventi

Non millanterò confidenza con i precedenti lavori degli orobici Hogwash, le cui note stampa riferiscono di due album nel segno dell'heavy metal psichedelico: ci credo sulla fiducia, non mi impegnerò a verificare. Rubricato ciò, sorprende la sterzata intrapresa con l’opera terza Atombombproofheart: mandolini, rhodes, chitarre acustiche, le elettriche tenute nei ranghi di folk aciduli, blues ombrosi, ballate indolenzite, accenni pop in fuga zuccherina.
Da rilevare giusto un conato più hard, la breve To Become - a dire il vero una roba tipo Crazy Horse contagiati new wave - messa proprio nel mezzo del programma. Prima e dopo però imperano le tinte sonnacchiose di Bribe, il folk zampillante di Keys From The Bunch, quello ai limiti del popadelico di Stock Phrase, il giro di valzer lento attorno ad una mestizia sospesa di Imaginary Flower
Canzoni che evidenziano talora una scrittura un po’ acerba (l’unica insufficiente a mio avviso è Saturday Morning, dall’incedere impalpabile, il chorus scontato e un contro-chorus dolciastro al modo del peggior Billy Corgan), abbondantemente compensata però da un egregio tessuto sonoro (sentite i fragranti primissimi piani delle percussioni, l’emulsione tiepida degli organi, e quelle corde che sembrano accendersi come il filamento di una lampadina…), la cui grana molto deve alla registrazione in analogico.
A tal proposito, mi occorrono un paio di ascolti per realizzare che da mesi non mi capitava per le mani una new release totalmente priva di espedienti sintetici: potrebbe sembrare una presa di posizione pateticamente integralista la loro, ma alla fine il sound si stende pulsante e compiuto, mai eccessivo e tantomeno col fiato corto, insomma coerente al mood dell’insieme.
Indie rock, dunque, però come immortalato durante un tranquillo week-end d’indolenza, la rabbia ovattata tra bucoliche prospettive, schegge di memoria a decantare, lo sguardo irretito da folate di nebbia, lo scatto in agguato dietro (dentro) la quiete. Tra le unghiate in slow motion di Better So, il piglio dolceagro di Watershed, l’accumulazione claudicante di Grin e la sgangherata serenità di Stock Phrase potrà trovare soddisfazione tanto il muffoso del rock d’una volta quanto l’entusiasta emo-core, il nostalgico dei Pavement e il cultore dei Karate, il redento del post-post-rock à la Giardini Di Mirò e perché no chi custodisce da qualche parte nel cuore il pop borderline dei Go-Betweens.
La conclusiva A Murder gioca con materiale folk-blues senza meta, con un senso di frontiera oltrepassata, di spaesamento tra i landscapes, di timore allibito. Forse il cadavere di questo assassinio sono proprio i “vecchi” Hogwash: non so quali risultati avessero conseguito tritando e mitragliando heavy-psych, certo è che quella odierna sembra una strada percorribile. La loro strada.


(6.9/10)

01 – Better So
02 – Bribe
03 – Prank Calls
04 – Stock Phrase
05 – Sunday Morning
06 – To Become
07 – Grin
08 – Keys From The Bunch
09 – Watershed
10 – Imaginary Flower
11 – A Murder
Enrico Ruggeri – Voce/Chitarra
Edoardo Nazzarri – Chitarra
Giuseppe Belotti – Basso
Roberto Remondi - Batteria