
Non millanterò confidenza con i precedenti lavori degli orobici Hogwash,
le cui note stampa riferiscono di due album nel segno dell'heavy metal psichedelico:
ci credo sulla fiducia, non mi impegnerò a verificare. Rubricato ciò,
sorprende la sterzata intrapresa con lopera terza Atombombproofheart:
mandolini, rhodes, chitarre acustiche, le elettriche tenute nei ranghi di
folk aciduli, blues ombrosi, ballate indolenzite, accenni pop in fuga zuccherina.
Da rilevare giusto un conato più hard, la breve To Become - a
dire il vero una roba tipo Crazy Horse contagiati new wave - messa proprio
nel mezzo del programma. Prima e dopo però imperano le tinte sonnacchiose
di Bribe, il folk zampillante di Keys From The Bunch, quello
ai limiti del popadelico di Stock Phrase, il giro di valzer lento attorno
ad una mestizia sospesa di Imaginary Flower
Canzoni che evidenziano talora una scrittura un po acerba (lunica
insufficiente a mio avviso è Saturday Morning, dallincedere
impalpabile, il chorus scontato e un contro-chorus dolciastro al modo del peggior Billy
Corgan), abbondantemente compensata però da un egregio tessuto sonoro
(sentite i fragranti primissimi piani delle percussioni, lemulsione tiepida
degli organi, e quelle corde che sembrano accendersi come il filamento di una
lampadina
), la cui grana molto deve alla registrazione in analogico.
A tal proposito, mi occorrono un paio di ascolti per realizzare che da mesi
non mi capitava per le mani una new release totalmente priva di espedienti
sintetici: potrebbe sembrare una presa di posizione pateticamente integralista
la loro, ma alla fine il sound si stende pulsante e compiuto, mai eccessivo
e tantomeno col fiato corto, insomma coerente al mood dellinsieme.
Indie rock, dunque, però come immortalato durante un tranquillo week-end
dindolenza, la rabbia ovattata tra bucoliche prospettive, schegge di
memoria a decantare, lo sguardo irretito da folate di nebbia, lo scatto in
agguato dietro (dentro) la quiete. Tra le unghiate in slow motion di Better
So, il piglio dolceagro di Watershed, laccumulazione claudicante
di Grin e la sgangherata serenità di Stock Phrase potrà trovare
soddisfazione tanto il muffoso del rock duna volta quanto lentusiasta
emo-core, il nostalgico dei Pavement e il cultore dei Karate,
il redento del post-post-rock à la Giardini Di Mirò e
perché no chi custodisce da qualche parte nel cuore il pop borderline
dei Go-Betweens.
La conclusiva A Murder gioca con materiale folk-blues senza meta, con
un senso di frontiera oltrepassata, di spaesamento tra i landscapes, di timore
allibito. Forse il cadavere di questo assassinio sono proprio i vecchi Hogwash:
non so quali risultati avessero conseguito tritando e mitragliando heavy-psych,
certo è che quella odierna sembra una strada percorribile. La loro strada.
(6.9/10)