
Chi non parte, torna (prima o poi). Così è anche per l'eclettico percussionista Jerry Hemingway. E non si può che gioirne.
Dopo aver dato alla luce, negli ultimi anni, una serie di lavori, nell'ambito dell'improvvisazione "colta", pressocchè eccellenti (da recuperare Tom & Jerry in combutta, al synth analogico, con Thomas Lehn), Jerry si fionda di nuovo in pista. E lo fa rimischiando intelligentemente le carte. Songs è, di fatto, un piccolo capolavoro, un gioiello d'appariscenza minima e massimo effetto.
A cominciare dal novero, eccellente, dei nomi coinvolti (Lisa Sokolov, James Emery, Kermit Driscoll, John Butcher e Lehn stesso) sino alla varietà di generi ed accenti lambiti dal suo cantautorato raffinatissimo. Tutto pervaso da un mood pacato, nottambulo. L'opener Succotash e la susseguente Anton sono canzoni inebriate dai fumi ottenebranti d'un piano bar e, la seconda soprattutto, giocate sul fil di lana d'una elettronica in sordina, un recitato a fior di labbra e le emissioni sapientemente modulate di sax, tromba e trombone. Il pathos, cercando un referente plausibile, potrebbe essere identico a quello dei defunti Morphine. Ad Ani Di Franco e Spain si rifanno, invece, Thump It (un funk-soul, dalla trama tenue, assai sofisticato) e Going Down (jazzy e spagnoleggiante) senza essere affatto derivative.
Su tutto e tutti svetta la voce, capace dei più arditi melismi, della jazz singer Lisa Sokolov. Il lavoro conclude in bellezza col terzetto "inventivo" di Rain (movimentata ballata per soli piano e voce), Emperor (un trip hop dimesso) e la lunga Time to Go (sorprendentemente ska).
Songs, interamente scritto da Jerry, vale in bellezza a savoir faire quella pietra miliare che fu Nothing Ever Was (Annette Peacock, Marilyn Crispell e Paul Motian; 1997).
(8.0/10)