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Hala Strana - Hala Strana (Emperor Jones; 2003)

di Massimo Padalino

Hala Strana è un prolungamento del lungo braccio musicale del polistrumentista Steven R. Smith (anche con i Thuja). In passato, sotto tale moniker, era già uscito un cd 3” e, sempre per la texana Emperor Jones, ma a nome del solo Smith, un album in proprio.

I luoghi visitati da questo debutto omonimo riprendono la passione del musicista, già appariscente nell’Jewelled Antler Collective, per il folklore dell’est Europa (Polonia, Romania, Croazia, Ungheria ecc) fondandoci sopra un nuovo linguaggio di reinvenzione popular internazionale. Fra i molteplici pregi dell’amena operettta si conta, senza dubbio, quello di avvicinarsi a riletture tanto pericolose con spirito freak, da sempre del nostro, ma favorendo per piccoli spiragli anche squarci di rumore dissonante (per lo più al violino, come in Stria), stridenti-stordenti, per bellezza e non per decibels, danze tzigane (Quarter Mesto, con un glockenspiel usato percussivamente) o anche deliziosi ritagli folk-rock (Street Of Raised Platforms) invece che tout court raga-roots, se mi lasciate passare tal supposto genere, qual è qui Spring Plume.

In realtà, a rubare spesso la scena nelle composizioni-improvvisazioni, è l’intero, inusuale, magniloquente armamentario di attrezzi strumentali adoperati (stratificandoli con sapienza e vigore); ai già citati glockenspiel e violino vanno a sommarsi pure chitarra, violoncello, harmonium, batteria, cly flowerpots, laundray cart, harpsicord, melodica, nastri manipolati, optigan, gourd guitar, per dirne alcuni. I referenti principali, riguardanti le dosi psichedeliche inflitte ad un sound solo surrettiziamente "tradizional", potrebbero essere gli Incredible String Band anno 1968 (i migliori quindi).

Ma gli Hala Strana hanno conosciuto biblicamente l’ambient dilatata e psicotropa dei Thuja, han giaciuto carnalmente pure con le musichette da strada dei viandanti bavaresi del secolo passato, hanno masticato e digerito l’essenza di quei suoni, la forza evocativa "miserabile" e al contempo "piena" che ne fa la fama. La nostalgia da cartolina stereotipata, però, no… qui proprio non alberga. Un disco vario d’umori perduti fra le anticaglie d’un rigattiere di Lubecca e quelle d’un vecchio librario praghese, che rimanda alle bande di paese zingare e agli studi condotti da Barthok (o Kodaly) sul folklore ungherese e che mescola tutti questi ingredienti nel calderone blues-folk statunitense. Un disco, insomma, che potrebbe ridare, modernizzandone il sentimento e lo spirito d’ispirazione profondissimo, un’anima e un significato compiutamente "pop", e colto, a quelle che furono, nella musica classica, le "danze ungheresi" composte da Brahms.

(8.0/10)

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