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The Go-Betweens - Bright Yellow Bright Orange (Jetset)

di Stefano Solventi

L’impasto è fragrante, ma tutto sommato tradizionale: una bella infarinatura di folk, un po’ di sale country rock, vivace lievito post-wave e un pizzico – appena un’idea – di aroma psych. Niente di clamoroso, no? A maggior ragione mi sorprende la facilità con cui Bright Yellow Bright Orange mi si è aggrappato ai pensieri, e ancor più l’imperituro accompagnarmi attraverso questi giorni di molte bestemmie masticate in silenzio, tra cupi timori globali e la consueta maledetta routine. Che dire, sarà la voglia di qualcosa o qualcuno che mi conforti palpeggiandomi il cuore, quindi ben vengano le carezze & lusinghe di questi due longevi australiani.

Due anni e qualcosina sono trascorsi dacché Robert Forster e Grant McLennan hanno rimesso in moto la ragione sociale Go-Betweens sfornando l’ispirato The Friends Of Rachel Worth, in cui ostentavano vis umbratile, freschezza da ragazzini e consumata sapienza compositiva. In sostanza gli stessi ingredienti che, puntellandone il tenero afflato pop, conferiscono alle dieci nuove tracce la struttura nitida e vibrante delle cose preziose.

Vedi In Her Diary, che adagia uno scheletro folk nell’oppiacea bambagia del farfisa, o quella Poison In The Wall febbricitante come degli Smiths in missione californiana, le chitarre appena sotto il pelo del jingle jangle, una slide fugace e il romanticismo marmorino del piano. C’è poi il piglio versatile e ipercinetico ravvisabile in Old Mexico (accorata disidratazione XTC) o nell’iniziale Caroline And I (che si incendia su un riffettino stile La Bamba salvo poi declinare su languide traiettorie wave), a contrappuntare l’inquieto allungarsi di certe abbacinanti penombre emozionali (la vivisezione affettiva a cuore aperto di Mrs. Morgan, l’amarezza sputata nella polvere di Something For Myself - come uno Steve Wynn crepuscolare – oppure il country-pop disarmato e disarmante di Crooked Lines).    

Così, tra una Make Her Day che rimanda ai R.E.M. di quando ancora spolpavano l’asprigno frutto Velvet Underground e una Too Much Of One Thing che fa incontrare folk dylaniano e acidule angolosità Paisley, si arriva alla breve Unfinished Business col cuore – come è possibile? – per nulla sazio anzi bisognoso dell’ultimo sbuffo di tenerezza, ed è un bell’inseguire quello sgocciolare di piano, il brontolio filamentoso del contrabbasso, quelle spume di steel guitar, la voce che abbottona un tiepido sconforto, appende l’ultima mestizia e – tenera, impagabile, bastarda - se ne va. Lasciandomi col dito sul repeat.

Rimangono da segnalare quattro extra tracks che non avrebbero certo sfigurato nel programma ufficiale (ma il vezzo delle dieci-tracce-dieci ha avuto di nuovo la meglio) ben intonate come sono al suddetto melange sonico, spiccando per cupo bagliore il sinistro figlioccio Violent Femmes di Woman Across the Way - su cui germogliano archi in vena d’esotico e tremuli goticismi di chitarra - e il disincanto palpitante di The Locust Girl, di quelli che ci si aspetterebbe dalla vena migliore dei Belle And Sebastian.  

Più che consigliarvelo questo disco ve lo auguro, sperando che vi sia altrettanto amico.

(7.0/10)

01. Caroline and I - 3:52
02. Poison in the Walls
03. Mrs. Morgan
04. In Her Diary
05. Too Much of One Thing
06. Crooked Lines
07. Old Mexico
08. Make Her Day
09. Something for Myself
10. Unfinished Business
11. Instant Replay
12. Woman Across the Way
13. The Locust Girl
14. Girl Lying On A Beach
Robert Forster  -  Guitar (Acoustic), Piano, Guitar (Electric), Organ (Hammond), Vocals, Slide Guitar
Grant McLennan  -Guitar (Acoustic), Guitar (Electric), Vocals
Helen Mountfort  -  Cello
Hope Csutoros  -  Violin
Glenn Thompson -  Drums, Guitar (Electric), Keyboards, Vocals, Farfisa Organ