
Il cocktail: due parti di Sigur Ros (quelli più eterei), una
parte di Sparklehorse (quelli allibiti), due gocce di Sodastream,
fragranze Low, guarnizione Badly Drawn Boy (quello dolciastro)
e una spolverata - giusto un'idea - di Radiohead. Ecco a grandi linee
la formula escogitata dal giovane Finn, al secolo Patrick Zimmer, tedesco
di Amburgo, abilissimo a ottenere da cotanti ingredienti un impasto perfettamente
omogeneo. Fin troppo, tanto che in questo trepidante debutto sembra voler
elevare la monotonia a qualità estetica. Riuscendoci, per molti versi.
Già perché le dieci tracce che compongono il lavoro stanno immerse
più o meno nello stesso liquido amniotico, una madreperlacea narcosi,
una lenta, avvolgente catarsi. Pochissime le variazioni di dosaggio, si gira
sempre attorno alle vibrazioni suddette, quindi: chitarre acustiche cartilaginose,
mellotron incantato, vaghe scenografie di synth e tastierine, drum machine
minimale, la voce fiera e fragile (fiera della propria fragilità, fragile
della propria fierezza) vagamente effettata e spesso raddoppiata à la Mark
Linkous.
Nella sistematica dilatazione e diluizione del climax, va notata la pressoché totale
assenza di momenti forti come di momenti morti, in virtù di melodie
ad un tempo semplici ed efficaci ed inermi. Nel cui incanto verrebbe voglia
di perdersi, non fosse che da ogni pertugio spuntano grappoli di fantasmini,
una folta segnaletica che rimanda senza posa a caratteri e stilemi preesistenti.
I quali sembrano affiancati e/o giustapposti come antidoto l'uno dell'altro,
a disinnescare il potenziale epico o freak o alieno presente nei modelli originali.
Prendete Moon Rocks, il modo in cui riesce a rendere solubili Low e
Sigur Ros, ottenendo un appeal "easy listening" che le due band forse
mai hanno avuto. E come si facciano gentili i Radiohead (quelli più nudi
e indolenziti) nella caligine Sodastream/Sparklehorse di A Hotel, For Example.
È indubbio che la penna sia felice, come dimostrano gioiellini folk-pop
dalla obliqua trasparenza come No Slow-motion Hype e The Future Of
American Education, oppure l'algida trepidazione di We Define The Superlative (in
cui fa capolino un certo piglio cibernetico stile Notwist), senza contare
la diafana prolissità di ....So Book Your Flight By Telephone,
che si avvita malinconica e opalina attorno ad un riff di mellotron per oltre
dieci minuti in conclusione di programma, dopo averlo inaugurato con un antipastino
dal titolo You Will Be Replaced...
Canzoni che prese singolarmente sono carezze per le immancabili afflizioni
della vita, mentre tutte insieme regalano un senso di intimo allarme, come
un'angoscia penetrata sottopelle, l'umano trasfigurato in "risorsa",
una lentissima, dolce, soffusa apocalissi.
Messaggio tanto poco originale - anch'esso - quanto urgente e necessario, che
qui trova una collocazione formale impeccabile malgrado la monotonia di fondo,
anzi proprio in virtù della sostanziale immobilità delle forme,
come a suggerire uno scolorare di luce e forze, come se anche l'aria avesse
diminuito le proprie funzioni vitali.
In conclusione, un lavoro non spiacevole, però non abbastanza piacevole
da farmi accantonare tutte le riserve che ho tentato di spiegarvi, che potrei
riassumere nella parola: artificiosità. Il voto che segue è da
intendersi come media molto approssimativa di stati d'animo mutevoli e contraddittori.
(5,9/10)