
Con questo esordio solista Filippo Gatti porta a compimento il processo di
distacco dagli (e dissolvimento degli) Elettrojoyce già evidentissimo
in Illumina (2000). Mossa a mio avviso azzeccata, perché di
rock (cant)autoriale si tratta - segno di un percorso interiore intenso e
delicato, tenacemente peculiare e quindi ben venga l'outing di Filippo,
finalmente smarcato dalla band-cortina fumogena (stavolta è il gruppo
- Diaz Ensemble - a rimanere più in ombra), lontano dalle ruvidezze
di un rock che o ci credi fino al midollo oppure mostrano la corda di devozione-applicazione
al modello.
Spogliato dunque il suono, asciutto e luminoso (le chitarre perlopiù ad
intarsiare leggere - e quando graffiano cè come un guinzaglio
ad ovattarle, il drumming più calligrafia che zampata), è come
una cartilagine tra noi che ascoltiamo e il senso di quelle parole, cantate
perlopiù in trepido primo piano. Parimenti i temi vengono sottoposti
ad unesercizio di distanza poetica, raccogliendo lantico dissidio
individuo-mondo (società) nel cono di luce di un trepido dissidio esistenziale.
Che è quanto raccoglie, esplica e svolge 4nv nel sottofinale,
manifesto spiritual-filosofico (buddismo schopenaueriano?) in tre stazioni
di consapevolezza più un'invocazione d'aiuto, recitati con drammatica
vaporosità su un tappeto di piano elettrico, vibrafono, synth, il basso
un'impronta appena, frattali sintetici sullo sfondo. Toccante, enigmatico e
impalpabile, è il degno approdo di strategie diafane come l'iniziale Kaya (al
piano Vittorio Nocenzi del Banco) e spigolosità contagiate
d'oriente come Pandora, di valzer tenui in punta d'anima (Fermati
Non Guardare), sbrigliatezze pop tra Nino Bonocore e i Notwist (Solo
Gli Stupidi Si Muovono Veloci), e massì anche dellamaro post-blues Un
Idiota (organino-synth come una Lucy In The Sky inacidita, algebra
ritmica sussultante, vibrafono a palpeggiare una speranza esausta).
Non deve a questo punto stupire che nel rigurgito funk-rock di Microspirity aleggi
evidente il Fossati giovane - stessa disinvoltura al confine tra rock
paraculo e progressivo, la danza di un canto graffiante tra improvvise (quasi
sloganistiche) destrezze di senso - e quello più maturo nella palpitante La
Memoria Libera, il cui chorus è nobilitato da un angelico Bruno
Lauzi (chapeau).
Più canonico se vogliamo lintervento del sodale Riccardo Sinigallia a
sovrintendere Requiem Per I Grandi Numeri, dove infatti il registro
subisce una sterzata: si veste dallarme il testo (tra le righe il più urgentemente
politico) e dombre e barbagli il suono (incalza denso il basso, uggiola
un arpeggio indolenzito, corde grattano pareti laterali, in mezzo si solleva
una poltiglia sintetica). Traccia giustamente replicata a fine programma con
più spiccata propensione techno-ambient e bailamme ritmico conclusivo
parente in qualche modo degli ultimi Radiohead.
Un lavoro piacevolissimo, insomma, questo primo atto del nuovo Filippo Gatti,
strutturato con misura attorno ad uno straordinario equilibrio di forma e sostanza,
sorretto da intuizioni mai banali ancorché lontano da qualsivoglia strategia
di auto-alienazione. Sembra cioé che sia stato concepito in una specie
di sogno dove la musica pop(ular) sia qualcosa di più... importante.
Sarei curioso di saggiarne la portata nelle classifiche di vasto (?) consumo: la palla a questo punto va a chi tiene in mano il rubinetto dellairplay.
(7.3/10)