
I primissimi ascolti di questo disco, l'esordio per i pisani DRM (acronimo
per Digital Rights Management, sistema di protezione di files digitali: in
pratica, l'incubo di ogni libero scambiatore), non mi avevano particolarmente
colpito. Proprio così: Haiku il suo fascino strutturato,
la sua levità ombrosa - ha dovuto superare una certa resistenza, mi
è sprofondato sottopelle lentamente, un po' come l'automobile con ripieno
di cadavere che Norman Bates seppellisce nel mistero della palude in Psycho.
Quell'esitazione del destino - che sfugge la metodica maniacalità del
pazzo omicida - è come una scossa che rivela, abbagliandola, la tensione
della trama, l'insidia annidata nel plot. Ok, ok, non centra nulla,
fine della divagazione.
Haiku, dunque. Dodici tracce in cui l'elettronica viene a sussurrarti il disagio
dello stare alle consuetudini del mondo, di venire a patti con i morsi della
(post) modernità, calcolando una lentezza febbrile tra groove ipnotici
e l'attitudine cibernetica di corde snervate, caricando quel poco di senso
residuo su parole indolenzite che la voce di Federico Madeddu riveste di languore
affilato/sfibrato. Lo so, lo so, dovrei adesso sciorinare l'immancabile bestiario
di etichette e sottogeneri, roba tipo: trip-hop, club culture, IDM, post-ambient,
micro-house, downtempo, minimalismo, drill'n'bass, clicks'n'cuts e via discorrendo.
Beh, l'ho appena fatto, servitevi pure.
Se la cifra sonora è riconducibile a quell'elettronica spigliata che
ha imparato a contenere Sonic Youth, Massive Attack, Radiohead,
Swayzak e Closer Musik in un pensiero solo (sentitevi a tal
proposito il deliquio sordido di Stamina, il calor funky spettrale
della title track o la sincope industriale di Ricentro), occorre altresì
fare i conti con vocazioni melodiche riconducibili a tipi italici (dai Subsonica
paventati in Ci Siamo Così Ignorati e Voodoo a certi
Tiromancino evocati in Fase 2).
Tuttavia, ciò che più mi affascina (a atterrisce ad un tempo)
è la nitida sensazione che in pezzi come Barcelona, Camera
Oscura (uno Stevie Wonder post criogenizzazione), Febbre,
Come Icaro (sorta di reggae liofilizzato) e soprattutto Generazione
Chimica (prodotta e mixata dai To Rococo Rot - ed è tutto
dire) si definisca una sorta di capolinea del soul, la sua estrema coagulazione,
metamorfosi danima (il suo profilarsi caloroso, la tensione fisica,
il rovello spirituale) ai tempi dell'intima devastazione dell'umano (tanto
che si sente di "non poterne più", dell'anima, appunto).
La conclusiva Amante Blu (dissolvenza con fall out di micro-burst sonori
curata dai napoletani Retina.it) è una lama che penetra piano
nelle coronarie intorpidite, un ordigno che esplode in slow motion, una narcolessia
che non lascia scampo. Tirando le somme, non solo i DRM hanno dimostrato di
saperci fare sul serio, ma hanno acciuffato la bestia per la collottola, lhanno
piegata con naturalezza al proprio volere, lhanno condotta pancia a
terra proprio dove volevano. Fanno cioè la loro cosa come se fosse
il primo respiro del mattino, la faccia nello specchio, il biscotto nel caffellatte,
e avanti così fino a sera. Vale a dire, il loro linguaggio, la loro
vita. Se stessi.
Se sapranno aprirsi altra strada, sarà un bel viaggetto, oh sì.
Obbligatorio intanto godersi la prima fermata.
(7.0/10)