
Anche quest’anno New York è stata protagonista. Ha visto i belli senz’anima Strokes, i promettenti Interpol, i pupilli Rapture e Yeah Yeah Yeahs, le promesse Tv On The Radio e naturalmente Hell, che s’è inserito nel fermento sviscerando i propri incubi metropolitani. Arrivato da Berlino, il Dj ha occupato tre studi di registrazione e, avvalendosi di nuove e vecchie leve dell’underground, ha confezionato NY Muscle, l’album dance che vive nel punk.
Un altro Hell a New York e ricordi di quasi trent’anni fa riaffiorano
e, con essi, l’ombra lunga di loschi figuri quali Richard Meyers: il
primo ad assumere le sembianze di Hell, vampiro votato ai bassifondi, replicante
armato di stracci, giullare dal volto violaceo.
Richard Hell e Dj Hell. Hell contro Hell. Inferni paralleli,
ovvero, il punk e la Techno come paradigmi giovanili senza tempo, come schegge
di malessere
moderno e post-mo(rt-d)erno.
Il punk, in particolare, epitome dell’ambiguità,
della lascivia, della sozzura, della pelle di serpente, delle occhiaie solcate
dalla nicotina... Il punk come schiacciamento sulla dimensione suburbana,
sulla strada, sull’eroina, sulle giacche di pelle, sulle spille, sulle
magliette con le maniche strappate, sulle creste post-atomiche, sul Bahnhof.
Il punk come paura che diventa rabbia, disperazione schizoide. Punk come
de-differenziazione sessuale. Punk come 1976. Punk come New York.
Era ...il punk.
Teletrasporto.
1986,
dieci anni avanti.
L’Acid-House della prima alba. L’ondata ballo/sballo primigenia,
la sintesi dei sorridenti pastiglioni, Ibiza, il balearic sound che s’incupisce
infrangendosi contro gli edifici di future mecche di de-differenziazione
sociale quali lo Shoom e il Ministry. Tech-Acid-House come androgina devoluzione
sessuale, nudità di fronte al feel, all’emozione della
chimica altra che sale e si combina con quella della vita. Acid
come popolo senza baricentro, come esercito di manichini parkinsoniani ad
una parata proto-nazista,
replicanti come macchine molli, braccia in altro a disegnare losche figure.
Acid, come belligeranza, paura nascosta dietro all’esercito in guerra
contro nessuno e innamorato del nulla.
House e Punk, due mondi crudeli dove paura e sesso sublimano in qualcos’altro,
dove la realtà umana è non-più-umana. Per entrambi:
New York, caput mundi, up-town dirt del dopo apocalisse. New York, la Gotham
City senza eroi: tombini fumanti e rave, cattivi narcotrafficanti e subway,
regno di creature fitomorfe e esseri antropomorfi. Una colonna sonora fatta
di torridi urli a picco, riverberi di dialoghi malati e vapori radioattivi.
N.Y. Muscle è l’album dei punk nell’arena rave, capannone
K col timbro E all’ingresso, l’universo sonoro di Hell, vampiro
dell’era digitale, alter ego di Alan Vega nell’era post-moderna.
Primissima Detroit Techno, Chicago House, Acid e industrial-punk. Questi
sono gli assi attorno ai quali ruotano gran parte delle tracce dell’album:
una riuscita rappresentazione estetica dai forti contrasti e dai contenuti
tanto musicali quanto cinematografici, tanto fumettari quanto teatrali.
In sostanza, mentre l’omonimo dei Suicide era una metafora della condizione
umana nella grande metropoli questo lavoro è un tribute work di un
uomo - oramai quarantenne - verso gli universi estetici che l’hanno
formato. Il sunto di una vita a ritmo serrato, passata in un mondo parallelo
quale quello dei locali Techno internazionali, dove esistono codici tribali
più che valori e dove le differenze tra il dj e il proprio pubblico
sono oramai l’equivalente di quelle tra un re e i propri sudditi.
Veniamo all’album, non parco di sorprese.
L’iniziale Keep On
waiting vede un Erlend Oye – probabilmente sodomizzato
e drogato – trasformarsi,
dal caricaturale fighetto occhialuto nerd dei Kings Of Covenience, in una
persona perfettamente a suo agio nelle depravazioni che accadranno nei brani
seguenti. Keep On, primo singolo tratto da NY Muscle, è un brano di
lasciva electrohouse, sorta di tunnel da percorrere prima dell’ingresso
nell’arena punk-rave di Listen To The Hiss. In questo brano,
cerimoniere, tra un tappeto di percussioni/tribalismi house e un imperturbabile
ronzio
mortuario, è Alan Vega con il suo inconfondibile timbro a ululare
e dannarsi come ai tempi di Frankie Teardrop. La successiva traccia, Tragic
Picture Show, porta l’inconfondibile marchio punk funk di James
Murphy,
una scheggia impazzita figlia bastarda di Echoes dei Rapture;
e Follow
You,
con la voce “girly power” di Meredith Danluck che
strizza l’occhio
ai gay club delle Chicks On Speed ...farebbe impallidire Peaches, forte
com’è di
un collage di trovate quali: una battuta doom house, un carillon proto-house
e delle radiazioni mefitiche.
Let No Man Jack, già dal titolo un richiamo alle prime tracce
techno, è un
omaggio a Derrik May e al minimalismo di Detroit coll'unica
importante differenza che queste sonorità sono
immolate all’inferno industrial suicideiano, proprio
come se Hell facesse scorrere veleno dalle prese d’aria dei dance floor
neri, provocando inesorabili urla e sospiri mentre la musica continua imperturbabile.
La tetra The Ambient Songè un momento per prendere
fiato e prepararsi a Black Panther Party: ghetto blaster, breakbeats,
e poi drum-machines house, il momento storico dove l’hip hop incontra
l’house
passando per i Kraftwerk.
Con I Regret si giunge ad un’altra sala di decompressione. Una traccia
dalle atmosfere à la Portishead che vede la chanteuse Billy
Ray Martin intonare con fierezza una ballata da diva d’altri tempi. Control scopre
mestamente l’elettropop anni ’80 e in Meat The Heat, Vega torna
in sella come se fosse accompagnato dai Pan Sonic in acido. Infine, in Wired,
il cingolato della techno concede qualcosa alla raucedine dal cuore nero
di Tricky.
È l’ultimo girone d’inferno della New York
di Dj Hell ma, spento lo stereo, è come se la realtà non fosse
più la stessa.
(7.0/10)