
La marcata tendenza all’affermazione scenica miete ormai molte vittime
nel mondo dello spettacolo ed in particolar modo in quello musicale, perché
si deve emergere, ci si deve far notare, si deve giocare sull’estetica
per imprimere a fuoco le menti dei ragazzini emmetivìdipendenti ed
in queste strategie mnemoniche la musica conta poco o nulla.
È triste, ma è vero. E l’assurdità nella quale
ci troviamo ad esistere ci spinge a chiederci dov’andata a finire la
Spears, perché si è lasciata con Timberlake e perché
questo se la fa con la Diaz che potrebbe essere sua zia. Questo è il
gioco dell’oca mediatico: si parte da un cd e si arriva ad una rivista
di gossip… e quel brusio di sottofondo a tratti fastidioso cos’è?
È musica.
Però l’orizzonte è ampio, profondo e se si cambia posto
cambia anche la prospettiva; bene, se ci mettiamo a guardare da una collinetta
nella campagna londinese riusciamo a scorgere un pop non impegnato, leggero,
delicato, a volte acustico, figlio di una riflessione durata quattro anni
(e secondo me si poteva riflettere di meno e meglio, ma le velocità
di pensiero sono relative no?), e molto timido.
Un sound che porta la firma di Dido, la giovane ragazza dai
colori tenui resa famosa da No Angel, un debutto
affermatosi in virtù di logiche prevedibili, ma molto orecchiabili,
uscito nel ’99 con la collaborazione del fratello Rollo, dei Faithless.
Ascoltando l’album appena uscito Life for Rent
non si rimane per nulla sorpresi. Niente traumi da cambiamento di registro,
niente sbigottimento, niente frasi tipo “Ma che è sta roba?”,
perché “sta roba” ha lo stesso taglio dell’esordio:
c’è prevedibilità, ma anche coerenza. È romantica
Dido, non sente il bisogno di cambiare, di sorprendere, di far parlare di
sé e così, tranquillamente, non lo fa.
In effetti non c’è niente da dire e neanche da aggiungere, perché
chi ha trovato piacevoli pezzi come Hunter o Here whit Me non
avrà problemi a pensare la stessa cosa di White Flag o Mary’s
In India. Gli altri brani presentano, con piccole varianti, tipo il ritmo
quasi hip hop di Who Make You Fell o la pseudo dance con influenze
barocche di Do You Have A Little Time (che si presta benissimo a
qualche remix che magari ci riproporrà il fratellino tra qualche tempo),
la stessa disarmante dolcezza. Perfetto per riempire vuoti da pomeriggio con
amichetta/o pre, inter o post compiti. Il tutto ovviamente accompagnato dal
tradizionale pane e nutella, che tanti ragazzini ha fatto innamorare.
I want you thank you
Prego Dido, non c’è di che.
(6.0/10)