
Le Desert Sessions sono ormai da anni (il primo volume risale al 97)
la realtà parallela sonora di Josh Homme, il suo dark side creativo,
la bottega degli orrori aperta ad improvvisazioni, collaborazioni, scazzi
ed esperimenti. Abdicato via via il magma psichedelico del periodo Kyuss,
le jam si sono sempre più cristallizzate in forma di canzoni, sovente
così buone da venire riutilizzate (in veste più opportuna)
nei progetti ufficiali (Queens Of The Stone Age, Mondo Generator).
Arrivati ai volumi 9 e 10, la formula ha raggiunto una tale efficacia da surclassare per
la freschezza e lintensità dellimpatto la muscolarità freak
del recente Songs For The Deaf a firma QotSA. Dove quello infatti
si esaurisce nella combustione di forme ipercinetiche - ruvide sotto una glassa
ruffiana, mostruose ma pur sempre nellambito di una narrazione fin troppo
rassicurante (che è la ragione stessa della mostruosità), una
partita a carte scoperte con limmaginario hard-rock - qui la teatralità sembra
sprofondare sotto il livello del suolo, alla luce fioca di cantine off, tra
brividi out of time e un refolo di gelida anarchia.
Convincono certe intuizioni melodico/stilistiche (il marpionismo stomp di I
Wanna Make It Wit Chu, la torrida tetraggine desert di Crawl Home,
il blues al metadone di Holey Dime) e quel senso di sbrigliatezza che
sgrana i bordi, quegli spasimi deccitazione che spuntano dalle elettricità sfilacciate,
covano nelle ombre, nelle polluzioni elettroniche, nelle incandescenze scomposte
di un suono che restituisce fragranze normalmente irreperibili perché aliene,
giudicate chissà perché indigeribili e quindi eliminate dalle normali produzioni.
Un ascolto vagamente fuori dal tempo quindi, inzuppato di goliardia acida e
psichedelia autoreferenziale, come se lalone di comunità riparata
(un autentico plotone di scellerati pistoleri dellhard deviante, da Dean
Ween a pezzi di A Perfect Circle e Marylin Manson) prevalesse
sulla presenza dellascoltatore futuro, e questi nastri rivelassero
un rituale segreto che tale avrebbe potuto benissimo rimanere.
Messa così non stupisce che tracce come Subcutaneous Phat sembrino
proiettili traccianti sparati a ciò che resta del desert sound, oppure I´m
Here For Your Daughter e Covered In Punk´s Blood meri esercizi
a soggetto (folk mariachi il primo e tritatutto hard-punk il secondo), tiri
daggiustamento più che canzoni fatte e compiute.
Nel ruolo di vestale, sciamana e forse chissà - anche musa ispiratrice
troviamo una PJ Harvey sugli scudi di un invasamento antico, eccellente
davvero nelle interpretazioni della già citata Crawl Home e in There
Will Never Be A Better Time (torrido folk blues flamencato condotto dalla
chitarra acustica di Chris Goss verso un intenso autodafé melodico),
ed è brava a reggere la parte pure nella banalotta A Girl Like Me nonché ad
inscenare un soul dei suoi (nevrastenico-uterino) nella bizzarria elettrowave
di Powdered Wig Machine.
Liniziale Dead In Love sembra riesumare la bituminosa cupezza
di certi Soundgarden (sotto cui ancora Polly Jean stende una palpitante
controtrama di piano) come ancor meglio riesce a Bring It Back Gentle,
dove le dinamiche si stemperano in un valzer saturo di apatiche nebbioline.
Conclude lopus il delirio etilico di Sheperds Pie, sul cui
scazzonismo ben poco cè da dire se non che quei coretti mariachi
raggiungono un grado di misteriosa, irresistibile comicità nonsense.
Prendetelo dunque per quello che è, puro accessorio (perché non
necessario) con licenza di rapire e azzannare.
(7.0/10)