Il titolo di quest'album - "Pieces for Guitar" - potrebbe forse
fuorviarvi, richiamandovene alla mente decine e decine d'altri analoghi, nell'odierna
musica improvvisata d'impostazione avant-jazz. In realtà col cd in
questione, la benemerita Tzadik - etichetta dell'eclettico, prolifico e spesso
geniale sassofonista newyorkese John Zorn - ha voluto sottrarre dall'anonimato
e dall'oblio più ignominiosi alcune partiture fra le maggiormente interessanti
nel pluritrentennale catalogo di mastro Bailey (quello esordiente, nello specifico).
7 pezzi in tutto che colmano il gap informativo, concernente l'attività
dell'oramai anziano (classe 1930) chitarrista anglosassone, nel periodo '66-'67
(quando cioè militava, con tali Tony Oxley - batteria - e Gavin Bryars
- contrabbasso -, nel negletto trio Joseph Holbrooke).
Niente da eccepire sulla qualità delle musiche che ascolterete, magari
riscoprendo o scoprendo ex novo la sensata e razionale radice jazz (classico
invero) da sempre celatasi dietro le contorsioni stilistiche più audaci
del Derek innovatore-strumentista. Questa è gran musica, diamine: niente
stecche o fitte atonali da brividi, nessun sfrigolamento o grattugiamento
chitarristico di sorta.
Stavolta è un mood meditativo, non assente anche nel Biley "a
venire", che tiene banco. "G.E.B.", ad esempio, dedicata alla
memoria del padre scomparso, traspone nell'ambito del jazz modale, seppur
deragliato, gli "accorgimenti" seriali d'un indiscusso caposcuola
contemporaneo: Anton Webern (con Schoenberg e Berg, vertice della cosiddetta
Seconda Scuola di Vienna). Scorrono le tracce sul display e mai davvero il
sopruso armonico prende le redini (differenziando QUESTO Bailey da QUELLO,
per dire, della Company o delle prime incisioni Incus). Se infatti "Practising:
Wow" e "Stereo" indulgono in strimpellii e cacofonie assortite,
un uso ad hoc dei silenzi e dell'alea cageana smorzano qualsivoglia velleità
belligerante dei pezzi. L'influenza probabilmente più duratura, nei
modi "gentili" di questo "old fashioned" Bailey, è
certamente quella del Webern pianistico. In tal senso, "Improvisation
On Guitar Piece n°1 & 2", riproducono e glorificano alla 6 corde
le complessità timbriche tipiche dei lavori "espressionisti"
più riusciti del compositore viennese. Terminato l'ascolto mi pare
un po' come se un povero musicista fantasma - magari d'una orchestrina sinfonica,
ormai estintasi, del "bel secolo" - seguitasse ad eseguirmi nelle
orecchie tristi lamenti funebri su d'un invisibile strumento a corda.
Se non avete mai provato il brivido suscitato dai poteri medianici in musica,
acquistate - con le poche lirette salvatesi da anni d'infauste politiche economiche
- questo dischetto e quel sublime ectoplasma ve lo ritroverete, come per incanto,
a materializzarsi nel chiuso buio delle vostre camerette. Un'esperienza da
brividi.