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David Sylvian – Blemish (Samadhisound)

di Edoardo Bridda

A quattro anni di distanza da Dead Bees on a Cake, David Sylvian ritorna con un’etichetta discografica e un album nuovi di zecca. Blemish è il titolo del primo lavoro uscito per la Samadhisound ed è una collezione di otto brani realizzati in collaborazione con Christian Fennesz e Derek Bailey nel solo mese di febbraio, composizioni che rivelano una ricerca di suggestioni estetiche per voce, elettronica e chitarra nella più immediata vena artistica dell’ex-Japan.
Fennesz, l’ingegnoso primo uomo della scuderia Mego è il principale ispiratore del cambio di pelle del musicista: grazie all'amicizia nata tra i due nel 2002, e soprattutto per merito dei suoi consigli e conoscenze, metà dei brani del nuovo album non solo si discostano parecchio dalla precedente produzione del musicista, ma ne rappresentano di fatto i momenti più eterei e trasognati dell’intera carriera.
Le composizioni sono dunque ipnagogiche, subconsce, metafisiche e le trame, rassicuranti e rarefatte, sono realizzate con particolare attenzione all’ovatta e al riverbero, tanto che sembrano percorrere il tratto di alcuni quadri di Mirò (si veda Partie de Campagne I, 1967).
Frasi che seguono sentieri desolati, pronte a spezzarsi.
Testi da viveur dell’era digitale.
Sylvian, facendo leva sull’inconfondibile timbro vocale, sposta l’interpretazione verso un minimalismo dai riflessi umani, dall’afflato emotivo; l'ombra di Fennsz colora sapientemente gli spazi lasciati incustoditi. Il risultato più convincente sono i tredici minuti di Blemish, sorta di trance music per aeroporti che aggiorna le intuizioni psico ambientali di Brian Eno ma anche Late Night Shopping, per battito di mani, lampi cosmici e piano in sordina, possiede un suo fascino sottile.
Inedito e gradito questo nuovo Sylvian sbarazzino e ironico (la canzone dovrebbe fare il paio al quadro che troviamo sul sito ufficiale dell’artista) ma ottimo anche quello obliquo e free-form con Derek Bailey. In The Good Son, She Is Not e How Little We Need To Be Happy, i fraseggi free del chitarrista, figli tanto di Coltrane quanto di Cage (prepared piano), ispirano al cantante un pathos paragonabile al Buckley di Lorca: l’ex Japan, non perdendo la verve, tende i passaggi di tonalità della voce, calibra le dissonanze, conduce Bailey e si fa condurre, dipingendo in tal modo un'ambigua costellazione al calor bianco.
Chiude l’album A fire in the forest, la sola ad essere accreditata alla coppia Fennesz/Sylvian, nonché la canzone che più si avvicina allo stile e alla tradizione del musicista. Un ottimo lavoro da annoverare tra i migliori di quest'anno.

(7.0/10)

di Lorenzo Casaccia

Se Sylvian ha avuto un'idea intelligente, è stata sicuramente quella di circondarsi sempre di collaboratori talentuosi (da Fripp a Sakamoto a Czukay). Questo disco non fa eccezione, essendo suonato per metà in compagnia di Derek Bailey alla chitarra e Christian Fennesz all'elettronica.

Si tratta sostanzialmente di un lavoro per voce, chitarra ed electronics, che si pone idealmente nella scia di due dei dischi più osannati del nuovo millennio: Kid A dei Radiohead e Vespertine di Bjork.
L'idea è infatti sempre quella. Immergere la forma canzone in un mare di suoni elettronici. L'influenza in senso esteso di Eno e dei suoi fidi (Fripp e Byrne) si fa sentire un po' dappertutto. L'iniziale Blemish, un qualcosa come un canto libero su suoni alla Fennesz (anche se Fennesz in questo brano non c'e'), è in questo senso il manifesto del disco. Una glorificazione, appunto, del dettaglio (o delle imperfezioni, come suggerisce il titolo), che si replica poi in The Only Daughter.

Le tracce con Bailey sostituiscono l'elettronica con astrazioni chitarristiche. The Good Son e She Is Not in particolare faranno sicuramente sobbalzare i fan dei Gastr Del Sol, tanto le note di Bailey sembrano uscire direttamente da Upgrade And Afterlife. Tutti I brani hanno un andamento narcolettico che farebbe invidia ai Codeine. Quello più "normale" è la spettrale Late Night Shopping, con ritmica tenuta dal battito di mani e disturbi elettronici surreali.

Il disco guadagna diversi punti in chiusura, con A Fire In The Forest, quando (ancora una volta, intelligentemente) Sylvian cede il passo a Fennesz (invece di giocare lui a fare il Fennesz). Quando l'austriaco spalanca le porte del suo laptop - così come un compositore di classica regalerebbe un largo agli ascoltatori - l'effetto è quasi commovente.

Un disco artigianale. D'autore si sarebbe detto una volta. Di quelli che riescono sempre a strappare una buona recensione.

(7.0/10)

1. Blemish
2. The Good Son
3. The Only Daughter
4. The Heart Knows Better
5. She Is Not
6. Late Night Shopping
7. How Little We Need to Be Happy
8. A Fire in the Forest
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