
Dopo aver ha fatto capolino nel salotto buono della celebrità su invito
dagli amici The Roots (che ne reinterpretavano l'ammiccante The
Seed), su mister Cody ChesnuTT si è improvvisamente concentrata
lattenzione dei media, anzi su The Headphone Masterpiece,
fluviale debutto per il circa trentenne (facciamo 34) ragazzone di Atlanta.
Il cd è doppio, quasi cento i minuti di sorprendenti intuizioni melodiche
spiccate da nobili stoffe soul, rock, psych, funk e folk, per non tacere le
folgoranti escursioni electro jazz, la naturale deriva hip hop ed il gusto
per certo antiquariato beat. Il tutto proposto in palpitante vestigia lo-fi,
e in senso concreto, perché il disco sboccia in effetti da uno zibaldone
di sessioni casalinghe su quattro piste. Quindi: tessuto sonoro dai margini
scabri, tracce più o meno compiute quando non appena abbozzate, il
respiro pseudo-valvolare delle tastiere, compulsioni ritmiche naif, la filigrana
cangiante della voce (dal timbro caldo e sfrangiato, elastico e abrasivo),
il frinire incerto degli archi e quelle corde come fossero sorprese da un
mike indiscreto...
Eppure il buon ChesnuTT è tuttaltro che il principe degli sprovveduti:
famiglia perlopiù storicamente coinvolta in questioni musicali, il
padre che impone allinfante Cody la benedizione di solide basi teoriche,
un ventaglio di ascolti disparato e consapevole, jazz e blues
come se piovesse, ma anche deo gratias buon rocknroll.
Insomma, un fiorellino sbocciato tardi solo perché i suoi piani non
collimavano con quelli della major di turno, ragion per cui il progetto Crosswalk
(narrano le cronache che la band fosse dedita a tenere fede al proprio nome)
non ha mai visto la luce. Seguono collaborazioni piuttosto eterogenee (Superbee
e Rehab, ma soprattutto i suddetti The Roots) e quindi questo The Headphone
Masterpiece il cui titolo cessa di sembrare gratuito al primo ascolto. Oddìo,
magari conservando un bel po di sbruffoneria.
Profondità e sarcasmo, gioco e trepidazione, acido e metodo, riverenze
e sberleffi: 36 dico 36 tracce senza possibilità di annoiarsi, ben
disposte lungo una strategia di tensione e rilassamento, di volo alto e radente,
di tuffo nell'intimo e ridanciano scazzonismo "familiare". Molte
le tracce che meriterebbero qualche parola. Solo per limitarsi ad alcune:
una Eric Burdon - sic! - che rivanga primitivi fremiti Beatles,
una Upstarts In A Blowout che riffa come degli imberbi Stones
colti da vaticinio kraut, una With Me In Mind che srotola robotiche
pulsazioni sotto al talkin rapito di Sonja Marie, una psichedelica
Serve This Royalty che evoca lectoplasma di Prince prima
e Curtys Mayfield poi, una Shes Still Here che sporgendosi
su un organetto da strawberry fields ridicolizza certi manierismi di Kravitz
& Harper (sembrando genuino spurgo danima), una So Much
Beauty in the Subconscious che chiama Herbie Hancock a sovrintendere
tentazioni doscurità
Quasi inesistenti i passaggi a vuoto, nel senso che quando va male si tratta
di gradevole intrattenimento (del tipo When I Find Time), riuscendo
intriganti anche le brevi schegge poste a mo di cesura/cerniera. Senza
contare che quando va bene escono dal cilindro piccole meraviglie naif come
una My Women My Guitars che asperge Dylan di soul, la già
nota The Seed (che preferisco di gran lunga in questa ruspante versione),
unaccorata Five On A Joyride, oppure le disarmanti ruffianerie
dellaccoppiata If We Dont Disagree e Looking Good In
Leather
Detto questo, la sostanza dellopera sembra risiedere
più nellinsieme - nella sua capacità al limite del prodigioso
di propalare coesione e versatilità emozionale - che in questo o quel
titolo da portarci nel cuore.
In conclusione, rimangono la sorpresa e lo sconcerto per un debutto di tale
peso specifico, che proietta di botto ChesnuTT nel novero dei più promettenti
autori USA. Certo, sarà difficile accontentarsi di unopera seconda
meno generosa ed estrosa e disinvolta, più regolare insomma,
ma scommetto che il tipo ha in zucca tanta spavalderia, sciaguratezza e forse
genio da non lasciarsi per nulla intimorire.
(7.5/10)