
Tre lunghi anni di gestazione per
il secondo lavoro dei Broadcast non sono bastati a partorire
un’opera all’altezza delle molte aspettative che hanno fatto seguito alle buone
impressioni suscitate da The Noise Made by People,
esordio del 2000 originariamente uscito per l'etichetta Warp nel Regno Unito
(e
in licenza alla
Tommy
Boy in America).
Album che, al di là delle palesi reminiscenze di stampo Stereolab,
peraltro in parte giustificate dall’utilizzo della stessa strumentazione analogica,
esibiva un’apprezzabile personalità e ispirazione riuscendo, nel contempo,
a trovare un morbido equilibrio tra molteplici input: dall’art-school
francese di autori come Serge Gainsbourg, ai
magnetici soundscape morriconiani; dalla psichedelia spruzzata d'avanguardia
di Joseph Bryd e i suoi United States of America, all’elettronica
di pionieri del suono come Raymon Scott, Morton Subotnick, Richard Maxfield
(di cui si possono apprezzare le gesta nella storica raccolta Ohm:
The Early Gurus of Electronic Music, Ellipsis Arts 2000); il
tutto rivestito da una patina retrò-futurista dall’indubbio fascino
e da un gusto pop difficile da riscontrare in altre formazioni inglesi
coeve.
Dopo la defezione del batterista Steve
Perkins, il cui drumming jazzy ricercato - ma mai sopra le righe
-
costituiva un fattore di fondamentale importanza nell’economia del suono della
band, e la sua sostituzione con Neil Bullock, stessa scuola e background musicale,
il trio licenziava per Warp l’EP Pendulum, anticipazione
dell’album di cui già
si travedevano le avvisaglie: un suono più sporco e rumoristico, bagnato da
synth atonali (Small Song IV) e ritmiche più incalzanti, dal sapore kraut quasi
motoristiche (Pendulum) o free alla DJ Spooky di Optometry (Violent
Playground), adagiato su distese noiseggianti di riverberi e feedabck
e insozzato di trick elettronici (Minus Two).
In Haha Sound si ribadisce
questa direzione ma tutto l’impianto sonoro meticolosamente costruito nelle
prove precedenti viene a cedere, a crollare come un castello di carte appena
sfiorato, a implodere in sé stesso per il collasso dei suoi stessi elementi
portanti.
Il drumming del neoassunto, in preda a orgasmi
multipli, raramente riesce a mantenere un proprio contegno, a non essere
invadente, a non cercare il colpo a effetto, sì da minare il terreno già cedevole
su cui poggia la voce della Keenan (Man is Not a Bird): è una reazione a catena
che compromette un equilibrio conquistato con molta fatica.
Altro elemento
deflagrante dell’edificio è l’uso spesso squinternato e confuso dell’elettronica
(Minim, Distorsion, Winter Now) su cui inevitabilmente si focalizza l’attenzione
dell’ascoltatore, un (cattivo) gusto che fa venire in mente i pezzi peggiori
dei
Piano Magic o un Joseph Byrd in bad trip.
Rari i momenti in cui si riesce
a ricreare la magica atmosfera di The Noise Made by People,
e sempre quelli più
quieti allorché la voce non viene sopraffatta dagli elementi di fondo: l’iniziale
Colour Me In, debitrice tanto degli United States quanto delle armonie
bacharachiane, l’arrampicata melodica Before we Begin, con Trish che
sfodera la sua consueta classe rievocando la Come on Let’s Go che
illuminava per un attimo i toni cupi del fratello maggiore di Haha
Sound; e ancora Lunch
for Pops, carosello della domenica pomeriggio a la Joe Meek come pure
la raffinatezza di tradizione francese che avvolge Ominous Cloud, con un delizioso
arpicordo
danzante a guidare le
movenze della voce.
Troppo poco comunque, per una band dalle elevate potenzialità come
i Broadcast che sembra aver smarrito proprio quella che finora riconoscevamo
essere
la dote principale, l'esser in grado di scovare il giusto collante tra
gli elementi di cui è forgiata la loro musica, la combinazione corretta che
apre la porta di un mondo fatto di sogno, incanto e suggestioni che speriamo
il
trio riesca
a
ritrovare.
(5.0/10)