
Come al solito imbattersi nell'ascolto della musica dei Black Heart Procession è come scavare nell'angolo più recondito della nostra anima, laddove si annidano i fantasmi e le angosce dell'umana esistenza, laddove il cuore, sospinto da inconsce e malinconiche rievocazioni, lascia colare il nero dell'inquietudine.
È accaduto, ancora una volta, con Hearts and Tanks: nuovo ep della formazione di San Diego - uscito nel bel mezzo dell'estate appena trascorsa - dopo il formidabile e devastante Amore del tropico del 2002, album che si ubriacava di ritmi latini, di obliquità pop (noir) e ballate dalle capziosità slow/core e dai rinvenimenti elettronici.
Ed è proprio dalla miscela di questi modelli compositivi e dall'uso irregolare di un'elettronica impalpabile che Pall Jenkins e compagni iniziano questa nuova esplorazione di cui ci forniscono una prima rappresentazione.
S'inizia con Radio, brano strumentale dalle lancinanti aperture
di tastiera, sovrapposte ad un ritmo adulatorio, e The News, una
composizione tediosa, interpretata da una replicante voce femminile che formula
frasi in lingua spagnola. Un episodio, questo, sviluppato con partizioni synthetizzate,
cadenze paranoiche e un assolo, desertico e riverberato, di una slide-guitar.
Nella successiva Weakness torna il canto doloroso e commovente di
Jenkins, offuscato, neanche a dirlo, da un suono tenebroso e senza fenditure.
Chiude il disco Following, una sorta di squilibrata e delirante canzone
popolare trasportata da un piano vacillante e da un rasserenante sottofondo
di fisarmonica.
Un quarto d'ora di penombre musicali dagli accenti progressive e dalle tiepide manipolazioni elettroniche, nel luogo in cui il sole della California non splende mai.
(7.0/10)