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Ben Harper Diamonds On The Inside (Virgin)

di Stefano Solventi

Lo conobbi per caso in quel di Arezzo Wave, sarà stato il ’95, e fu un’autentica folgorazione: dopo la torrida psych, l’accorato soul e le sberle funky del suo show (con una cover di Voodoo Child da cardiopalma), il resto della serata mi sembrò inevitabilmente sciapito e biancastro. Era un Ben Harper all’apice della forma, lingue di fuoco sacro lambivano la polpa della sua grande anima, mentre il secondo album appena licenziato (Fight For Your Mind) imponeva un lucido passo in avanti rispetto al pur buon esordio di Welcome To The Cruel World. In seguito, però, il prode Ben si è perso. Non tutto insieme, eh, un po’ per volta, cedendo le armi ad una varietà di maniere sempre più didascaliche (folk, soul, funky, rock…) e come solidificate in una riverenza immobile.

Se dopo The Will To Live e Burn To Shine rimanevano poche speranze di incontrare ancora quella tensione da retrovia, quell’inflessibile abbandono soul, la radicalità con cui il gospel espettorava solenne e rivoluzionario, le 14 tracce di Diamonds On The Inside fanno tabula rasa delle residue aspettative, prefigurandosi alla stregua di un capolinea senza corsa di ritorno, a partire dal fortunato singolo With My Own Two Hands: un reggae contagioso, accattivante e impegnato, cantato con la solita voce potente e delicata, perfetta anzi direi tempestiva colonna sonora per le maree pacifiche che hanno invaso le piazze di tutto il mondo. Ma appunto applicazione letterale della Regola, con tutto il contorno di coretti e succhiello d’hammond, così come iconograficamente conformi appaiono le immagini sgranate del relativo video, dove assistiamo all’edenica fabbricazione di 45 giri in vinile ad opera (manuale, of course) dello stesso Harper, il quale poi inforcata la motoretta vola a distribuirne nei poveri sobborghi giamaicani, sorta di novello pony express in diretta dal paese d’Utopia. Niente male, per una produzione Virgin, eh?

Altro illuminante esempio il country folk della title-track, che già in fase di primo ascolto mi fece mormorare sotto i baffi: “ecco, ora manca solo una steel guitar e mi metto a cantare Out On The Weekend”. La pedal steel, immancabilmente, partì. O il blues rurale di When It's Good, di quelli che anni fa a Ben uscivano come ferite sull’anima e oggi annaspano alla stregua di graffianti interlocuzioni. Oppure quella specie di hard-glam un po’ Lenny Kravitz e un po’ Skunk Anansie di Temporary Remedy e So High So Low, che nelle intenzioni avrebbero dovuto (voluto, potuto) strapazzarci gli ormoni e invece finiscono col sembrare tessere marginali (e un po’ imbarazzanti) di un puzzle disastrato. Di cui ci tocca sopportare anche i tappetini funky-RnB di Brown Eyed Blues e Bring The Funk, infarciti di umori e inerzia, di giochetti simpatici (drum machine intimidite, lapilli d’organo, percussioni volatili, piani elettrici, corde turgide e guizzanti) e scrittura cocciutamente prevedibile, vale a dire: due-tre ascolti, e tutto il resto è noia.

Come si sarà intuito, sono tanti e vari i sapori, ma il senso di abbondanza si accompagna alla spiacevole sensazione di ingredienti mescolati senza l’ausilio di una qualunque ricetta, più per nascondere l’evidente apnea d’ispirazione che in obbedienza ad insopprimibili schizofrenie creative. La qual cosa diviene addirittura esplicita nei momenti di volo basso, dove la genuinità soccombe al piattume (vi basti Everything) e poco vale una nitidezza sonica mai tanto seducente (sentite la profondità fluttuante di Blessed To Be A Witness) e articolata (Amen Omen decolla su versi trepidi e poi decide di appoggiarsi ad un piano senza troppe idee, accumulando inutili orpelli ritmici, sottolineature d’archi e cori di velluto, mentre in Touched From Your Lust d’un tratto corde ruggiscono tra sordide fluttuazioni di basso e percussioni, fino ad innescare laceranti acidità: per entrambe, stolida rigidezza strutturale e ritornelli da mestierante). Discorso a parte merita Picture Of Jesus, ospite la voce atavica di Ladysmith Black Mambazo, di cui preferisco senz’altro la versione presente in Graceland di Paul Simon, anche se lì si intitolava Homeless, anzi ora che ci penso era proprio un’altra canzone, ma vabbé…

Lo so, a questo punto mi giudicherete spocchioso. Penserete che il vero problema sia la maledetta popolarità che Ben rischia finalmente di conquistare, e non servirebbe a molto replicare che vederlo sul podio dei robbiewilliams e dei ramazzotti mi procurerebbe al contrario grande piacere. Fate pure dunque, non posso farci niente: ribadisco semplicemente che, tolti il bislacco connubio di soul, pop sinfonico e “french touch” di When She Believes ed il folk vagamente Cat Stevens della conclusiva She’s Only Happy In The Sun, in questo disco non trovo autentici guizzi vitali, non trovo la verace intensità, non trovo la dolce intransigenza di un anima alle prese col non facile gioco di mettersi a nudo. Trovo molto mestiere, questo sì. E accorta pianificazione. E calcolo sagace. Insomma, non fa per me.

(5.0/10)

01. With My Own Two Hands 02. When It's Good
03. Diamonds on the Inside
04. Touch from Your Lust
05. When She Believes
06. Brown Eyed Blues
07. Bring the Funk
08. Everything
09. Amen Omen
10. Temporary Remedy
11. So High So Low
12. Blessed to Be a Witness
13. Picture of Jesus
14. She's Only Happy in the Sun
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