
Gli ospiti che non ti aspetteresti: la vocalist
nipponica Phew, il basso proteiforme di Bill Laswell,
quello del godfunky-forefather Bootsy Collins (qui alla elettrica),
e poi ancora la sei corde ‘frippertronica’ di
Buckethead (sì, il suo strano copricapo è proprio
una secchia), la lolita dolce-infantile Makino Kazu (voce degli
nippoitaloamericani Blonde Redhead), il dimenticato Nicky Skopelitis,
la bravissima Lori Carson.
Tutti assieme appassionatamente e tanto per gradire. L’MC dell’evento:
mr. Anton Fier. L’uomo, o almeno il nome, dovrebbe essere già arcinoto
ai più: prima percosse le pelli nella primitiva edizione dei Feelies
(Crazy Rhythms, ’80), poi si
dilungò un
pochetto con l’hard bop virato no-wave nei Lounge Lizards, infine cominciò,
a sua maggior gloria e splendore, i Golden Palominos (di cui
fu la "testa pensante" e che condusse sin dentro i ’90 fra
album imperdibili e altri così così).
Il 2004, testè iniziato, ci regala una ristampa delle sue due opere soliste
a cavallo fra il ’92 e il ’94: Dreamspeed e
Blind Light. Imbottite di bonus track, esse trovano
ampio e comodo posto su un doppio cd edito dalla Tzadik di John Zorn. Una
New York, insomma, ne celebra
un’altra, apparentemente distantissima, in realtà specchio riflesso
della prima. Se lo Zorn d’inizio nineties sperimenta catastrofi metal-core,
alle volte velocissime, o al contrario simil statiche, il suo ‘alter ego’ Fier,
invece, abbraccia la corrente, ancora sotterranea, della jungle britannica.
Dreamspeed, il primo dei due cd che vi troverete a sfilare dalla custodia,
balla la sua title track con fremiti danzerecci su cui si accasciano morbide
tessiture tastieristiche e centrini di chitarra immacolati. Makino Kazu canta,
ancora non baciata dalla fama che sarà dei suoi Blonde Redhead, con voce
sorprendentemente ferma (per una come lei). Being and Time, invece, ramazza
via dal terreno musicale un po’ di sporcizia ambient , per far poi posto
ad un trip hop fitto fitto d’eventi sonori minimi.
Il connubio Laswell-Collins, chitarra chirurgica-basso involuto, rigira ogni
brano in scaletta sul rovescio del suo dorso, lasciandolo ad agitarsi vanamente
in preda degli interventi "inventivi" dei rimanenti strumentisti.
Davvero un gran bel sentire. Clouds Without Water e la lunga A
Vague Sense Of Order masticano e digeriscono meglio gli spasmi jungle macerandoli
con succhi ambient (l’isolazionismo cominciava proprio allora ad infettare
le musiche "altre").
Ma questo non è che l’inizio. La ristampa Tzadik è composta
di 2 metà, l’altra si chiama appunto Blind Light.
Tale "ceca luce" inviò i suoi cupi, sommessi, bagliori nell’anno
di grazia 1994. Di che tratta musicalmente? Nulla di così distante dalla
maturità di Dreamspeed, né quindi dall’epitaffio
dei Golden Palominos (Pure, 1993, di cui questi due lavori forniscono
una anticipazione significativa). Tocchi dream qua e là, solite coloriture
ambient a coprire sfumati trip hop ante litteram. Qualcosa, concludendo,
di molto bello e molto dimenticato. Non lasciate invano passare questo treno…
(7.0/10)