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Anton Fier - Dreamspeed/Blind Light (1992-1994) (Tzadik; 2003)

di Massimo Padalino

Gli ospiti che non ti aspetteresti: la vocalist nipponica Phew, il basso proteiforme di Bill Laswell, quello del godfunky-forefather Bootsy Collins (qui alla elettrica), e poi ancora la sei corde ‘frippertronica’ di Buckethead (sì, il suo strano copricapo è proprio una secchia), la lolita dolce-infantile Makino Kazu (voce degli nippoitaloamericani Blonde Redhead), il dimenticato Nicky Skopelitis, la bravissima Lori Carson.
Tutti assieme appassionatamente e tanto per gradire. L’MC dell’evento: mr. Anton Fier. L’uomo, o almeno il nome, dovrebbe essere già arcinoto ai più: prima percosse le pelli nella primitiva edizione dei Feelies (Crazy Rhythms, ’80), poi si dilungò un pochetto con l’hard bop virato no-wave nei Lounge Lizards, infine cominciò, a sua maggior gloria e splendore, i Golden Palominos (di cui fu la "testa pensante" e che condusse sin dentro i ’90 fra album imperdibili e altri così così).
Il 2004, testè iniziato, ci regala una ristampa delle sue due opere soliste a cavallo fra il ’92 e il ’94: Dreamspeed e Blind Light. Imbottite di bonus track, esse trovano ampio e comodo posto su un doppio cd edito dalla Tzadik di John Zorn. Una New York, insomma, ne celebra un’altra, apparentemente distantissima, in realtà specchio riflesso della prima. Se lo Zorn d’inizio nineties sperimenta catastrofi metal-core, alle volte velocissime, o al contrario simil statiche, il suo ‘alter ego’ Fier, invece, abbraccia la corrente, ancora sotterranea, della jungle britannica.
Dreamspeed, il primo dei due cd che vi troverete a sfilare dalla custodia, balla la sua title track con fremiti danzerecci su cui si accasciano morbide tessiture tastieristiche e centrini di chitarra immacolati. Makino Kazu canta, ancora non baciata dalla fama che sarà dei suoi Blonde Redhead, con voce sorprendentemente ferma (per una come lei). Being and Time, invece, ramazza via dal terreno musicale un po’ di sporcizia ambient , per far poi posto ad un trip hop fitto fitto d’eventi sonori minimi.
Il connubio Laswell-Collins, chitarra chirurgica-basso involuto, rigira ogni brano in scaletta sul rovescio del suo dorso, lasciandolo ad agitarsi vanamente in preda degli interventi "inventivi" dei rimanenti strumentisti. Davvero un gran bel sentire. Clouds Without Water e la lunga A Vague Sense Of Order masticano e digeriscono meglio gli spasmi jungle macerandoli con succhi ambient (l’isolazionismo cominciava proprio allora ad infettare le musiche "altre").
Ma questo non è che l’inizio. La ristampa Tzadik è composta di 2 metà, l’altra si chiama appunto Blind Light. Tale "ceca luce" inviò i suoi cupi, sommessi, bagliori nell’anno di grazia 1994. Di che tratta musicalmente? Nulla di così distante dalla maturità di Dreamspeed, né quindi dall’epitaffio dei Golden Palominos (Pure, 1993, di cui questi due lavori forniscono una anticipazione significativa). Tocchi dream qua e là, solite coloriture ambient a coprire sfumati trip hop ante litteram. Qualcosa, concludendo, di molto bello e molto dimenticato. Non lasciate invano passare questo treno…

(7.0/10)

01. Dreamspeed - 5:47
02. Being and Time - 7:42
03. Emotional Smear - 4:48
04. Clouds Without Water - 8:37
05. Time Function - 5:35
06. A Vague Sense of Order - 9:46
07. Never Come Morning - 5:50
08. Dreamspeed - 14:24
09. A Vague Sense of Order - 6:10
10. Smoke and Mirrors [#] - 3:54
11. The Absence of Time/Djeema el Fna - 11:16
12. Blind Light - 11:27
13. Our Completion - 5:59
14. Midnight - 11:14
15. The Nostalgic Ache - 6:35
16. Clairvoyance of Self (Seeing Through) - 6:44
17. Our Completion - 10:30
18. Bait and Switch [#] - 5:34
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