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Rapture - Echoes (Dfa/Vertigo)

di Edoardo Bridda e Stefano Solventi
Prima di incontrare i DFA, il duo di produttori che ha cambiato loro la vita, i Rapture erano una band che aveva lasciato l’hardcore per rincorrere alcune linee estetiche alienate della new wave. Le influenze principali partivano dai Pere Ubu, passavano per i Bauhaus fino ad arrivare agli inevitabili P.I.L. e ancor di più ai Cure; ma a rimanere impresso, più che l’acerbo e prevedibile impasto sonoro, era il timbro di Luke Jenner, che passava senza difficoltà (e pudore) da un vocalizzo tipicamente Robert Smith al lamento di John Lydon.
In circolazione a San Francisco già dal 1998, il gruppo aveva pubblicato prima un singolo (The Chair That Squeaks) e successivamente un mini (Mirror) contenente Olio; quel brano, in (quasi) perfetto stile Cure (successivamente riproposto come singolo nel 2002), aveva attirato l’attenzione dei neoformati DFA e posto così le basi per una collaborazione sfociata, di lì a poco, nell' EP Out Of The Races Onto The Tracks (Sub Pop, 2001).
Oggi si parlerebbe di p-funk per definire questo sottogenere, sta di fatto che la band, trasferitasi a New York e assoldati due nuovi membri - bassista Matt Safer e il sassofonista Gabriel Andruzzi - si presenta più sicura da tutti i punti di vista: i riferimenti sono più focalizzati (Contortions, Talking Heads e P.I.L. la fanno da padrone), gli arrangiamenti più incisivi (il piglio delle chitarre sbilenco ma tagliente, le partiture della batterie vivaci e spesso sincopate), ma l’energia deve ancora essere incanalata in quello che è un vero singolo di presa. Nonostante Jenner e co. fossero contrari, quel 7’’ pollici – che unirà l’elemento ballabile a quelle coordinate funk bianche - si chiamerà House Of Gealous Lovers, una canzone per la quale si è parlato de “i cinque minuti più esaltanti dai tempi di P.i.l., Gang Of Four e A Certain Ratio”.

E' dunque un'attesa accompagnata da timori e speranze quella per Echoes, il secondo full lenght ufficiale. Diciamo subito che si tratta di un oggetto gradevole e misterioso, dalla consistenza sfuggente: quando si crede di averne individuato la polpa, si finisce per non stringere nulla. Capita spesso, ultimamente, di avere a che fare con dischi così, che smaniano stilemi del passato, li manipolano fino a sfibrarli senza mai impossessarsene davvero, smarcandosi da (dissimulandolo) un qualsivoglia centro di gravità, un nocciolo espressivo pulsante, sia pure confuso, incoerente o raffazzonato.
Prendete i primi tre pezzi, il modo in cui si consegnano ai modelli referenziali - annullandosi in loro - stritolando la coerenza stilistica (trance, wave, post-punk, soul-glam, techno, funky rock...), e negli spazi vuoti il buio, il silenzio-assenza delle prospettive. Una mancanza che assordisce, lo sfondo di contrasto che decide le sorti di tutto il resto.

Nello specifico: Olio è l’incubo dance di Robert Smith (le vocali sfibrate in acuti deformi che vanno a strozzarsi nelle cavità nasali), Heaven i Gang Of Four in estasi declamatoria, Open Up Your Heart un deliquio soul aggrappato al tema ritmico della bowieana Five Years.
In particolare, il confronto tra la versione di Olio qui presente e quella del precedente ep Mirror mette in evidenza l’abbandono di facili automatismi new wave in favore di un electroclash apolide (sparisce la chitarra, rallentano i bpm, serpeggiano tentazioni bossa, le tastiere acquistano una densità gelatinosa) che si posa come una glassa su questa specie di irrequietezza a vuoto, di riottosità inane. Che è quanto trasuda la voce di Luke Jenner, veemente, nevrastenica e tormentata, però come riscattata da una sorta di furiosa indolenza, di sordida beffarda mise en scene.
Insomma, i quattro da NYC sembrano pervasi da uno scetticismo pressoché totale circa le capacità affrancatrici del rock. Il meglio che possiamo fare - ci consigliano - è agitarci nei simulacri più opportuni e attraverso di essi mettere in scena le nostre inquietudini, distoglierci masticando questa rabbia fottuta, sterile, impotente. Che non vuole saperne – per carità! – di lotte e guazzabugli politico/esistenziali: sia bastevole il piglio della forma, l’energia della posa, e il Pop Group si metta pure l’animo in pace, ché il rock non può altro ormai.
Accogliamo quindi il resto con la guardia abbassata: e sono sventagliate P.I.L. ad alzo zero (The Coming Of Spring, le angolosità rutilanti della title-track), electro-dub ipercinetici in odore Happy Mondays (Killing), centrifughe disco-rock tra Kiss e New Order (Sister Savior), pulsazioni dance con extrasistole improv-jazz (I Need Your Love), assalti punk-funk tra scoppiettanti azzardi percussivi e giri perniciosi di basso (la tritatutto House Of Jealous Lovers), psichedelia narcotizzata da torbide esalazioni soul (Infatuation) e persino un rock asprigno che parte Big Star - con tanto di corde che sembrano nervi appena estirpati - e va a spegnersi come un ectoplasma Radiohead (Love Is All).
Alla fine dell’ascolto si sente un odore d’aria bruciata. Non si capisce chi abbia sparato contro chi, e neppure perché.

(6.5/10)

 

01. Olio - 5:22
02. Heaven - 3:50
03. Open Your Heart - 5:24
04. I Need Your Love - 4:42
05. The Coming Of Spring - 2:44
06. House Of Jealous Lovers - 5:06
07. Echoes - 3:09
08. Killing - 3:39
09. Sister Savior - 3:53
10. Love Is All - 4:28
11. Infatuation - 5:02
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