
La villeggiatura è, tra le altre cose, quel tempo e quel luogo in
cui precipitano i residui delle allegrie facili, i passatempi da poco di tutta
una stagione. Formule efficaci, elementari. Traiettorie docili e risapute,
perciò esauste, derelitte, dalle quali tuttavia va bene lasciarsi trastullare
tra una granita e un bagno di sole di troppo.
Per tutto ciò stupisce e non stupisce che leco di Moondance ci
colga mentre sfioriamo quel pub dove una sera sì e laltra pure
suonano mediocri ma volenterose band. La cantante è carina, simpegna,
ma naturalmente neppure si avvicina al refolo di agra follia
imbastito a suo tempo da Van The Man" Morrison. Poi mi sovviene
daver clamorosamente toppato il termine di paragone.
Difatti, se Moondance si è trovata in questa primavera-estate
a vivere una rinnovata popolarità, lo si deve alla sussiegosa versione
fornitaci da Michael Bublé, giovine interprete italo-canadese di belle
speranze e sussiegosa presenza.
Questo omonimo debutto di qualche mese fa prodotto artisticamente nientemeno
che da Paul Anka - è una raccolta di standard più o meno
datati cui Michael presta il proteico velluto della propria voce. Il risultato è una
sorta di moderno analgesico per conati di nostalgia ad uso e consumo dun
vasto auditorio dadulti e post-adolescenti, altrimenti bisognosi di canzoncine
per riempire la bonaccia degli attimi, però che sia roba di classe,
non quella robaccia infame da network spiaggiaiolo.
Il suddetto pezzo di Morrison svolge meritatamente funzione di singolo apripista:
orchestra sullo stile del Sinatra anni cinquanta ad esibire contrabbasso
elastico, vibrafono, archi sottili, schiocchi di dita e il luccichio degli
ottoni, intanto che Bublé elargisce tutta la devozione per lirascibile
irlandese, che del resto si evince anche dalla foto in copertina (piuttosto
aimile alla posa sostenuta da Van in appunto Moondance).
Basta questo per capire tutto il programma, più o meno. I titoli cuciono
uno dopo laltro la cifra sul foulard, e ciò che si può leggere
alla fine è: eleganza. Una monotona, fascinosa, gratuita eleganza.
Nessun azzardo, semmai qualche ancheggiamento (lo sciolto cha cha cha di Sway,
il boogie astuto di Crazy little thing called love lo era già nella
versione rocknroll dei Queen), sussurri e spasimi (una sciropposa Fever,
la suadente How can you mend a broken heart dei Bee Gees, con
relativa ospitata di Barry Gibb) e tanto impeccabile savoir-faire (Come
fly with me, ovvero come mi genufletto disinvoltamente al padrino Sinatra)
che fanno venir lirrefrenabile impulso di sistemare il ciuffo e il risvolto
della giacca al ragazzone, tanto si avvinghiano allimpeccabile, morbida
icastica della postura.
Esplicativa ancorché sorprendente la resa di un pezzo come Kissing
a fool, gran bel ballatone jazzato a firma George Michael, ovvero
uno che in quanto a sputtanamenti è mica male: tuttavia si rimpiange
e non poco la versione dellex-Wham, appurato come si sperperi in sinuosa
accademia lo stordente languore delloriginale.
In conclusione, un disco che durerà quanto labbronzatura, ovverossia
un paio di settimane a dir molto (intendo senza il ricorso a diavolerie ultraviolette,
fighetti impenitenti che altro non siete). Tanto più che la copia in
mio possesso è difettosa, salta che nemmeno il mio vinile più sfigato.
Vuoi vedere che quel tipo sulla spiaggia, Abdul, mi ha fregato 5 euri? Sembrava
un così caro guaglione
(4,8/10)