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Michael Bublé – s/t (Warner Reprise, 2003)

di Stefano Solventi

La villeggiatura è, tra le altre cose, quel tempo e quel luogo in cui precipitano i residui delle allegrie facili, i passatempi da poco di tutta una stagione. Formule efficaci, elementari. Traiettorie docili e risapute, perciò esauste, derelitte, dalle quali tuttavia va bene lasciarsi trastullare tra una granita e un bagno di sole di troppo.
Per tutto ciò stupisce e non stupisce che l’eco di Moondance ci colga mentre sfioriamo quel pub dove una sera sì e l’altra pure suonano mediocri ma volenterose band. La cantante è carina, s’impegna, ma – naturalmente – neppure si avvicina al refolo di agra follia imbastito a suo tempo da Van “The Man" Morrison. Poi mi sovviene d’aver clamorosamente toppato il termine di paragone.
Difatti, se Moondance si è trovata in questa primavera-estate a vivere una rinnovata popolarità, lo si deve alla sussiegosa versione fornitaci da Michael Bublé, giovine interprete italo-canadese di belle speranze e sussiegosa presenza.
Questo omonimo debutto di qualche mese fa – prodotto “artisticamente” nientemeno che da Paul Anka - è una raccolta di standard più o meno datati cui Michael presta il proteico velluto della propria voce. Il risultato è una sorta di moderno analgesico per conati di nostalgia ad uso e consumo d’un vasto auditorio d’adulti e post-adolescenti, altrimenti bisognosi di canzoncine per riempire la bonaccia degli attimi, però che sia roba di classe, non quella robaccia infame da network spiaggiaiolo.
Il suddetto pezzo di Morrison svolge meritatamente funzione di singolo apripista: orchestra sullo stile del Sinatra anni cinquanta ad esibire contrabbasso elastico, vibrafono, archi sottili, schiocchi di dita e il luccichio degli ottoni, intanto che Bublé elargisce tutta la devozione per l’irascibile irlandese, che del resto si evince anche dalla foto in copertina (piuttosto aimile alla posa sostenuta da Van in – appunto – Moondance).
Basta questo per capire tutto il programma, più o meno. I titoli cuciono uno dopo l’altro la cifra sul foulard, e ciò che si può leggere alla fine è: eleganza. Una monotona, fascinosa, gratuita eleganza.
Nessun azzardo, semmai qualche ancheggiamento (lo sciolto cha cha cha di Sway, il boogie astuto di Crazy little thing called love – lo era già nella versione rock’n’roll dei Queen), sussurri e spasimi (una sciropposa Fever, la suadente How can you mend a broken heart dei Bee Gees, con relativa ospitata di Barry Gibb) e tanto impeccabile savoir-faire (Come fly with me, ovvero come mi genufletto disinvoltamente al padrino Sinatra) che fanno venir l’irrefrenabile impulso di sistemare il ciuffo e il risvolto della giacca al ragazzone, tanto si avvinghiano all’impeccabile, morbida icastica della postura.
Esplicativa ancorché sorprendente la resa di un pezzo come Kissing a fool, gran bel ballatone jazzato a firma George Michael, ovvero uno che in quanto a sputtanamenti è mica male: tuttavia si rimpiange e non poco la versione dell’ex-Wham, appurato come si sperperi in sinuosa accademia lo stordente languore dell’originale.
In conclusione, un disco che durerà quanto l’abbronzatura, ovverossia un paio di settimane a dir molto (intendo senza il ricorso a diavolerie ultraviolette, fighetti impenitenti che altro non siete). Tanto più che la copia in mio possesso è difettosa, salta che nemmeno il mio vinile più sfigato. Vuoi vedere che quel tipo sulla spiaggia, Abdul, mi ha fregato 5 euri? Sembrava un così caro guaglione…

(4,8/10)

01. Fever
02. Moondance
03. Kissing a fool
04. For once in my life
05. How can you mend a broken heart
06. Summer wind
07. You’ll never find another love like mine
08. Crazy little thing called love
09. Put your head on my shoulder
10. Sway
11. The way you look tonight
12. Come fly with me
13. That’s all
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