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Chungking - We Travel Fast (Tummy Touch)

di Stefano Solventi

Ma da dove spuntano questi? E' presto detto: da Brighton, Sussex, Regno Unito. Piovono sull'estate con un disco che in estate non ho avuto troppa voglia di ascoltare e – paf! – si prende la rivincita stregandomi in questi primi barbagli d'autunno. Pensare che mi ritenevo ormai stufo tanto della melanconia dolciastra downtempo quanto delle soavi complicazioni jazzy di troppo (cosiddetto) chill out. Beh, non avevo ancora fatto i conti con i Chungking.
Dopo i primi passaggi trovavo questo We Travel Fast, il loro debutto su lunga distanza, discreto e rilassante, quasi terapeutico nei suoi sviluppi ora impalpabili ora rigogliosi, tra accattivanti fronde soul, ipnotiche coreografie psichedeliche, le scosse funky e certe marginali tremori electro. Col progredire degli ascolti ha rivelato ricchezze e profondità non comuni, il talento per orchestrazioni strutturate sempre in bilico sulla sorpresa (gli espedienti elettronici, lo spessore dei bassi, la timbrica dei fiati, la varietà di stili e temi, la disposizione spaziale di synth e chitarre...) senza mai sforare i confini del gratuito, non ultimo il coraggio di fare nei testi pubblica autopsia sentimentale.
Siamo oltremodo lontani dalle torbide angosce dei Portishead, per quanto l’allure da spleen metropolitano possa indurre a facili connessioni, ma neppure si bazzicano le accomodanti scenografie alla 4 Hero, covando qui una tensione che disegna i contorni di un rovello intimo e palpitante, talora ombroso ai limiti dell’insidia.
Con una vocalist come Jessie Banks (non certo un fenomeno, però abile a spandere liquore, sensualità & inquietudine sul velluto - inoltre può contare su una intrigante bellezza) i Chungking hanno forse pescato la carta decisiva, che potrebbe spalancare loro palcoscenici importanti e copioso airplay. Dal momento che non mancano in programma episodi catchy (dalle suadenti agri mestizie soul dell'iniziale Making Music al post-wave pop accigliato di Just A Game, fino al soul beffardo e marpione di Full On, pervaso di spettri Art Of Noise - in cui la voce di Jessie viene trasfigurata con un vocoder in quella del suo alter ego Dave) non mi stupirei di vederli letteralmente esplodere.
Nell’attesa, mi godo senza remore la compagnia di queste gemme misconosciute: Cold Outside mette sul piatto una accattivante cospirazione synth-chitarra-percussioni (che assieme al canto più afflato rimanda a certi miraggi Air); World Of 1000 Suns spiana un basso Japan in un denso spumeggiare di ottoni, tastiere & tastierine; Angel Eyes è un gospel etereo e lussureggiante (come una soundtrack da melò anni '40 propulsa di bassi e ottoni). Eppoi ancora l'up-tempo funky soul jazzato con fantasie latine (!) di Suite, gli schiaffi degli ottoni e il piano elettrico impalpabile/ossessivo di We Love You (ovvero ciò che Goldfrapp avrebbe voluto per il suo irrisolto Black Cherry), quella specie di mambo hip-hop variegato soul di Let The Love In (come gli Scott 4 dopo un trattamento Moby).
Sorta di ultima traccia assoluta, Following asperge una malinconia tersa e struggente, col suo incedere da ballata folk passata attraverso vapori, umori e tremori gospel, la temperatura che nel finale tocca il grado di combustione in sella ad un organo cupo. Bella chiusa per questo lavoro capace di intrattenere dissimulando irrequietezze in una sorta di bassorilievo levigato, su cui luci e ombre giocano un gioco di confidenze segrete e dolci perversioni, distillando malanimo e consolazione, divertimento e sguardi piantati nel vuoto.

(7.0/10)

1. Making music
2. Come with me
3. Angel eyes
4. We love you
5. World of 1000 suns
6. Just a game
7. Cold outside
8. Let the love in
9. Suite
10. Full on
11. Following

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