“Io dico che l’arte è muta e la musica è cieca”.
Con tale frase Christian Rainer, ventisettenne italoaustriaco compositore di “pop-chamber” (una
sorta di musica da camera con sfumature pop), afferma la totale autonomia espressiva
delle diverse discipline artistiche. E in verità, aggiungere troppa
farina o vaniglia o zucchero all’impasto del pan di spagna finisce con
alterarne il sapore, e i bambini mandano giù a malincuore quei bocconi “cattivi” per
non far dispiacere la mamma.
È nostalgico l’ultimo demo di Mister Rainer, nostalgicamente felice.
Non sono riuscita a scorgere neanche un grammo di tristezza nel suo dolce… ho
assaggiato più volte l’impasto, ma ogni volta notavo con soddisfazione
che gli ingredienti erano tutti dosati alla perfezione. È un abile cuoco
questo poliedrico musicista che si cimenta in più discipline senza lasciarsi
mai risucchiare in meccanismi alienanti quanto quelli dell’etichettatura
di genere.
Per “chi” e per “chè” abbia fatto questo dessert
non ci è dato di sapere, ma questo non fa che rendere il tutto ancora
più gustoso, aiutato anche da una voce carismatica molto simile a quella
del Nick Cave degni anni ’80 insieme ai Bad Seeds, capace
di dare forme agli stati d’animo più profondi e alle emozioni
più intense.
Sentiamo l’odore da lontano, entriamo in cucina, il forno è caldo;
aspettiamo che il timer canti la sua parte domesticamente impostagli ed osserviamo
come uova, latte e farina si siano annullate in una totalità perfettamente
circolare. Cominciamo a pregustare il gusto soffice e caldo del desiderio con What’s
Fresh Today e siamo psicologicamente appagati dalla sola degustazione
ottica. È straordinario!
Osserviamo il calore uscire dallo stampo annerito e assumere forme astratte
che svaniscono salendo verso…l’azzurro del cielo. Pochi minuti
e ci viene dato un piatto di terracotta con una fetta porosa e seducente nella
sua morbida bellezza; mettiamo da parte la forchetta scintillante che sembra
mettersi tra Noi e il desiderio, mentre il piano della ballata intimista ed
evocativamente infantile di Fish’n Chips, che ci riporta a Perfect
day di Lou Reed, in sottofondo, scandisce il ritmo lento
e deciso del nostro afferrare e mordere voracemente la fetta ansimante di calore.
Delirio dei sensi, risveglio di papille anestetizzate da mesi e mesi di cibo
in scatola, sbalzi glicemici nel sangue che si manifestano con aumento termico
e benessere totale; il viso si contorce e dimena per il piacere. Dopo il primo
boccone prendiamo atto della limitata esistenza della nostra “fonte” di
godimento e decidiamo di rallentare i ritmi e allungare i tempi del gustare…cadenzati
da Stranger.
Solo per quel momento dimentichiamo la tendenza tipicamente umana del pensare
al “dopo” e ci focalizziamo sull’”adesso”, esistiamo
solo noi, ora, con quel boccone in bocca, e pazienza se dopo dobbiamo tornare
a studiare o a lavorare, pazienza se abbiamo le bollette da pagare e la spesa
da fare, pazienza se il bucato è ancora in lavatrice e il bottone si è staccato
dalla giacca, pazienza. Ora esistiamo in funzione di un morso di Brow Line,
frammentariamente aritmica e toccante.
Stiamo arrivando alla fine… alla fine del viaggio e ci coglie un po’ di
paura. Guardiamo spaesati la cucina, sperando di individuare il resto della
torta…è in un angolo, ma la sua austerità estetica sembra
dirci “Chi troppo vuole… (poi sta male) ”, e così il
nostro Viola Time si scontra con la razionalità delle “giuste
misure”. Titubanti sul mandare giù o meno l’ultimo pezzo,
sentiamo la felicità sfuggirci dalle mani… Days Whit No Stories,
stonata e trascinata, cede il passo a Always Come, inquietante, tendente
al dark e dalle ritmiche novecentesche, e tutto finisce con un accompagnamento
musicale che potrebbe essere la colonna sonora di un bacio a denti stretti
dato piangendo… facciamo sciogliere in bocca le molliche del sogno e
tutto ritorna inevitabilmente a posto. “Everything in its right place”.
Ringraziamo allora Chris, dalla voce profonda e scura, dalle mani decise e
gentili, lo ringraziamo del dolce dal gusto intimo che ci offre dai tempi di Mein
Braunes Blut, dove aveva arricchito il tutto con delle varianti,
come lo zucchero a velo della voce di Elena Biavati e la crema di un quintetto
composto da tromba, violoncello, violino, flauto e, ovviamente, immancabilmente,
piano.
L’arte è dunque muta, la musica è cieca, ma il pianoforte è pieno
di briciole.
(7.0/10)