Christian Rainer - Demo aprile 2003

di Carla Armogida

“Io dico che l’arte è muta e la musica è cieca”.
Con tale frase Christian Rainer, ventisettenne italoaustriaco compositore di “pop-chamber” (una sorta di musica da camera con sfumature pop), afferma la totale autonomia espressiva delle diverse discipline artistiche. E in verità, aggiungere troppa farina o vaniglia o zucchero all’impasto del pan di spagna finisce con alterarne il sapore, e i bambini mandano giù a malincuore quei bocconi “cattivi” per non far dispiacere la mamma.
È nostalgico l’ultimo demo di Mister Rainer, nostalgicamente felice. Non sono riuscita a scorgere neanche un grammo di tristezza nel suo dolce… ho assaggiato più volte l’impasto, ma ogni volta notavo con soddisfazione che gli ingredienti erano tutti dosati alla perfezione. È un abile cuoco questo poliedrico musicista che si cimenta in più discipline senza lasciarsi mai risucchiare in meccanismi alienanti quanto quelli dell’etichettatura di genere.
Per “chi” e per “chè” abbia fatto questo dessert non ci è dato di sapere, ma questo non fa che rendere il tutto ancora più gustoso, aiutato anche da una voce carismatica molto simile a quella del Nick Cave degni anni ’80 insieme ai Bad Seeds, capace di dare forme agli stati d’animo più profondi e alle emozioni più intense.
Sentiamo l’odore da lontano, entriamo in cucina, il forno è caldo; aspettiamo che il timer canti la sua parte domesticamente impostagli ed osserviamo come uova, latte e farina si siano annullate in una totalità perfettamente circolare. Cominciamo a pregustare il gusto soffice e caldo del desiderio con What’s Fresh Today e siamo psicologicamente appagati dalla sola degustazione ottica. È straordinario!
Osserviamo il calore uscire dallo stampo annerito e assumere forme astratte che svaniscono salendo verso…l’azzurro del cielo. Pochi minuti e ci viene dato un piatto di terracotta con una fetta porosa e seducente nella sua morbida bellezza; mettiamo da parte la forchetta scintillante che sembra mettersi tra Noi e il desiderio, mentre il piano della ballata intimista ed evocativamente infantile di Fish’n Chips, che ci riporta a Perfect day di Lou Reed, in sottofondo, scandisce il ritmo lento e deciso del nostro afferrare e mordere voracemente la fetta ansimante di calore.
Delirio dei sensi, risveglio di papille anestetizzate da mesi e mesi di cibo in scatola, sbalzi glicemici nel sangue che si manifestano con aumento termico e benessere totale; il viso si contorce e dimena per il piacere. Dopo il primo boccone prendiamo atto della limitata esistenza della nostra “fonte” di godimento e decidiamo di rallentare i ritmi e allungare i tempi del gustare…cadenzati da Stranger.
Solo per quel momento dimentichiamo la tendenza tipicamente umana del pensare al “dopo” e ci focalizziamo sull’”adesso”, esistiamo solo noi, ora, con quel boccone in bocca, e pazienza se dopo dobbiamo tornare a studiare o a lavorare, pazienza se abbiamo le bollette da pagare e la spesa da fare, pazienza se il bucato è ancora in lavatrice e il bottone si è staccato dalla giacca, pazienza. Ora esistiamo in funzione di un morso di Brow Line, frammentariamente aritmica e toccante.
Stiamo arrivando alla fine… alla fine del viaggio e ci coglie un po’ di paura. Guardiamo spaesati la cucina, sperando di individuare il resto della torta…è in un angolo, ma la sua austerità estetica sembra dirci “Chi troppo vuole… (poi sta male) ”, e così il nostro Viola Time si scontra con la razionalità delle “giuste misure”. Titubanti sul mandare giù o meno l’ultimo pezzo, sentiamo la felicità sfuggirci dalle mani… Days Whit No Stories, stonata e trascinata, cede il passo a Always Come, inquietante, tendente al dark e dalle ritmiche novecentesche, e tutto finisce con un accompagnamento musicale che potrebbe essere la colonna sonora di un bacio a denti stretti dato piangendo… facciamo sciogliere in bocca le molliche del sogno e tutto ritorna inevitabilmente a posto. “Everything in its right place”.
Ringraziamo allora Chris, dalla voce profonda e scura, dalle mani decise e gentili, lo ringraziamo del dolce dal gusto intimo che ci offre dai tempi di Mein Braunes Blut, dove aveva arricchito il tutto con delle varianti, come lo zucchero a velo della voce di Elena Biavati e la crema di un quintetto composto da tromba, violoncello, violino, flauto e, ovviamente, immancabilmente, piano.
L’arte è dunque muta, la musica è cieca, ma il pianoforte è pieno di briciole.

(7.0/10)

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