Sboccati, lascivi, caustici animali metropolitani. Figli dei nostri tempi, di un’estetica lontana/vicina, di un progetto nostalgico, vizioso, autoindulgente. Bruciare senza scrupoli, con criterio febbrile, con lucida artificiosità, al ritmo forsennato degli Yeah Yeah Yeahs..

Nell’ultima manciata di anni precedenti il fantasmagorico teatrino del nuovo millennio, New York è un ribollire di nuove icone. L’alloro concesso alle neonate band è, in alcuni casi, un atto di istintiva generosità, fomentata da furberie estetiche ed esasperati eccessi.
Dal capriccio di una ragazzona sboccata e volutamente equivoca, innamorata dei Jon Spencer Blues Explosions, assecondata dal mite amico/batterista Brian Chase e dal versatile fotografo/chitarrista Nick Zinner, nasce, anno 2000, un cucciolo di belva chiamato Yeah Yeah Yeahs. Immediatamente la scena è tutta per lei: Karen Orzolek, meglio nota come Karen O, dedita al gioco di paventate discendenze pseudo-asiatiche ed improbabili meltin pot mitteleuropei.
La cura dell’immagine è maniacale quanto la mostra del sé, sino a rendere la voluta lascivia un pendant necessario all’identità del gruppo, che esordisce nel 2001 con l’omonimo Ep, all’interno del quale si rilevano l’osare funkadelico di Art Star ed il discreto punk n’roll di Miles Away (6.4/10).
La bomba Yeah Yeah Yeahs scoppia ed il boato arriva anche in Europa, dove, nel 2002, la band riesce a suonare con i Blues Explosions, sino a qualche anno prima idoli adorati solo dagli spalti.
Il pubblico attende un album che uscirà con lieve ritardo; Fever To Tell, primo disco ufficiale, è anticipato, nel 2002, dal secondo ep Machine, contenente il breve assaggio di Pin, in un remix onirico e disordinato, sicuramente inferiore alla versione definitiva. (5.4/10)
I tempi vengono ulteriormente dilatati dall’ep Date With the Night, che, oltre a lasciare un altro indizio di Fever con l’omonimo singolo, ospita una versione synth alla Human League di Bang, nel remix di Little Stranger, già contenuta in YYY (5.8/10).
Successivamente a Fever To Tell, la produzione degli Yeah Yeah Yeahs continua a rigirarsi su di sé con altri due ep. Pin acquisisce sufficiente dignità con Mr You’re on Fire Mr , selvaggia cover dei Liar, vicini alla band per via della sulfurea liaison tra Karen O e Angus Andrew. (6.0/10)
Nel 2004, Maps, con l’inedito incolore di Countdown, torna a stendere una patina di vacuità e fragilità ad un gruppo già fortemente pregiudicato dal prevalere della forma sulla sostanza. (5.5/10)

La dimensione breve e vagamente carbonara dell’ep contribuiva ad iniettare d’aspettativa la cospirazione YYY ben oltre l’effettivo potenziale, come ci conferma il debutto su lunga distanza Fever To Tell, in cui l’unico elemento di novità è rappresentato da certe riuscite rarefazioni (la conclusiva Modern Romance, piena di barbagli chitarristici in reverse, come una visione avariata degli Yo La Tengo) e dalla fumosa deriva dub in cui si stempera No No No. Il resto è ben noto, ovvero fa già parte di quella fama che – in obbedienza ai dettami dell’hype - li precede: tempi serrati dalla beffarda efferatezza, nervi scoperti tra gridolini, sventagliate di corde e clap-hand (Black Tongue), percussionismo stradaiolo su riffettino al mercurio (Rich, oppure la trepida Maps), torridi bluesoni in odor d’anfetamina (Cold Light), funk apocalittici (Man, illuminata da un hammond abrasivo) oppure certe ibridazioni hard-dance che riecheggiano il teorema Liars (Date With Night, l’alto voltaggio post-wave di Y Control o la piuttosto pixiesana Tick).
La formula è senza dubbio efficace, eppure sempre un passo troppo indietro, in un limbo di fastidiosa incompiutezza e carenza di intuizioni genuine, quasi fosse un frutto da mordere finché si è in tempo, prima che il treno dei desideri pianifichi altrove le direttrici e le fermate. L’istantanea insomma di un tempo e di un mo(n)do che ha il fiato troppo corto, forse ancora troppo impaurito, intimidito, traumatizzato per volersi messaggio (e messaggero) davvero scandaloso, eclatante, irreversibile. Che quindi non trova opportuno accontentarsi di qualche sfaccettatura, non percorre tutta la superficie del prisma e – quel che è peggio – ignora le implicazioni della profondità. Detta altrimenti, siamo poco oltre il puro e semplice “fun”, non sono previste conseguenze o effetti collaterali, e può starmi pure bene. Se non fosse che ogni gioco dura quel che sappiamo. (6.0/10)

Quando si decide di affrontare il mondo con succinta spavalderia ed una sicurezza da amazzoni truculente, Karen O non si tira indietro.
Più vecchia e saggia di due anni dal primo album Fever to Tell, gocciolante liquide particelle d’adrenalina, insieme ad un afflato quasi ferino, folle e suscettibile di censura nel formato video, torna con i compagni Yeah Yeah Yeahs in Show Your Bones.
Se due anni fa si era avuta la sensazione di trovarsi di fronte ad un lavoro risalito dalle viscere del corpo, alla sorta di un’esternazione dissacrante ed adirata, omogenea nella forma e nella sostanza, così ingenuamente sincera da farsi perdonare tutto (o quasi), Show Your Bones trasmette, invece, uno stato d’animo più consapevole di sé e affascinato dalla volontà di sperimentarsi anche su linee di demarcazione meno nette, pervenendo, sul finire, a momenti di bluesata morbidezza old style (Sweets), pur senza smarrire l’identità.
L’apertura è oscura ed apparentemente posata, solcata da schitarrate aperte in spirali psichedeliche, su cui si rigirano acuti alla Skin (Gold Lion) ed incursioni nell’estetica new wave (Way Out). Spettrali funkettoni, denuncianti una corrispondenza d’amorosi sensi con il rituale celebrato dai Liars, evocano splatter metropolitani in Phenomena, dal cantato famelico e ululante, mentre la cavalcata hard rock attenua la durezza dell’impatto sciogliendosi nella neo-ricerca di un approccio più melodico (Cheated Hearts) ed il richiamo ai Sonic Youth è divertente quanto quello di un gioco di emulazione adulto/bambino (Dudley).
La chiusura rallenta la foga iniziale, stemperando la deflagrazione in notturni dolenti alla Siouxsie (Warrior), con chitarra/batteria in un sofferto crescendo soffocato sul finale, e languori pop rock invischiati, sullo sfondo, ad una connaturata visionarietà (Turn Into) direttamente proporzionale all’imprinting post punk (Deja Vu).
Il macrocosmo eterogeneo di approcci umorali e meno immediatamente spensierati di Show Your Bones, malgrado una ruvidità di fondo che, inizialmente, spaventa, rivela una maggior ricerca formale che, però, non rinuncia allo scatto felino con il quale afferrare un pubblico avvinto all’ascolto dall’irresistibile richiamo dell’adrenalinica provocazione. (6.6/10)
Diciamolo: non fosse per la forte carica sensuale della cantante Karen O, per quei suoi modi ammiccanti fino all’indecenza, per la scriteriata gestione dei mezzi vocali, per lo stile animalesco, refrattario a qualsivoglia impostazione – una Chrissie Hyndie ninfomane, una Kim Gordon della porta accanto, una Siouxsie lasciva e oziosetta - se non fosse dicevo che a sentirla cantare t’immagini l’abbandono di una pelle madida e corpo teso in dissoluzione, beh, probabilmente non ci accorgeremmo degli Yeah Yeah Yeahs. Sarebbe dura distinguerli nell’orda sempre più indistinta di wave-nostalgici in ebollizione sotto il cielo di NYC.
Detto che l’appeal di Miss O sembra tutt’altro che una nota di demerito, e puntualizzato che in fondo l’ostacolo principale in questi casi sta proprio nella chimica che sottende gli equilibri e diluisce il senso d’artificiosità (prova riuscita: non è male in fondo l’impasto di acidule fibrosità garage-psych, improvvise aperture doom-noise, gragnole glam e sferzante riffarama wave), dove collocare gli YYY? Quale gradino occuperebbero in una sempre più ipotetica e precaria scala di valori pop-rock? La questione non è semplice, ma a dirla tutta neanche troppo importante. Eccolo, il punto: malgrado l’hype abilmente montato, gli YYY non sembrano quella cosa di cui non puoi fare a meno. Come del resto tanti loro “colleghi”. Volendo, potremmo prenderli a paradigma di tutta una situazione – quella del cosiddetto/sedicente rock “alternativo” - in cui anche i fendenti più tosti e affilati non producono ferite profonde e tanto meno durature.
Il volto di Karen che si mette totalmente in gioco – fino a stravolgere l’espressione in una smorfia gommosa – è l’emblema dell’impotenza raggiunta da un certo tipo di rock, tanto più furibondo quanto più inerme, marionetta vagamente consapevole e perciò fatalmente complice dell’auto e lauto inganno, soundtrack di una lussuosa sconfitta che non cessa di consumarsi. Se dai fenomeni come gli Yeah Yeah Yeahs dobbiamo imparare qualcosa, è smettere di aspettarci i nuovi Jim Morrison, Television, Patti Smith o chicchessia. Non perché rappresentino degli apici artistici irripetibili, ma per la certificazione d’impotenza nei confronti della realtà che marchia in nuce ogni nuova release.
Il rock è stato svuotato dall’esterno, ma sarebbe un errore piangerlo come vittima, perché deve farsi carico di una colpa madornale: ha smesso di pensarsi come agente del reale, per vivere – anche nelle intenzioni “artistiche” che lo originano – in funzione della sensazione, dello scandalo prodotto dall’impatto col contesto. Prendendo dal punk solo la pelle, scordando quel ribollire profondo che pure sfociò in avventure oggi impensabili come ad esempio i PIL. Sarà anche patetico il carosello di utopie, furibondo nichilismo, impegno terzomondista, ludiche sperimentazioni e cupa introspezione di tanto rock del passato, ma quel rock dei sessanta, settanta e ottanta che guardava negli occhi la realtà e provava – con alterne fortune, con cialtronesco invasamento, con istrionico martirio - a spostarne il baricentro, era qualcosa di vivo e importante. Qualcosa che stiamo perdendo.
Distrattamente, abbiamo scavalcato lo schermo, siamo finiti in una finzione mimetizzata nella quale, anche se spuntasse un nuovo Gesù Cristo, sembrerebbe poco più che un escamotage narrativo, carburante per alimentare l’ennesimo cincischio di riflessioni a perdere, e avanti un altro pagliaccio nell’arena. Non c’è rock abrasivo, caustico, depravato, incendiario che possa provocarci più di un’alzata di sopracciglio. Al limite muoviamo il culo, come ci insegna l’arrapante fervore degli Yeah Yeah Yeahs. Gesto che esaudisce/esaurisce se stesso. E un po’ di noi.