Sempre più raramente il rock riesce a sconvolgerci con qualcosa di nuovo, qualcosa che cambi le carte in tavola anzi sbaragli il gioco, obbligandoci a ridefinire i contorni delle emozioni. Sarà perché sembra muoversi da posizioni già conquistate, come se il lavoro sporco fosse già stato fatto. Come se non fosse più il caso di insudiciarsi le mani.
Voglio dire, non mancano certo titoli belli, anche bellissimi con cui affollare le playlist di fine anno. Ma quel coinvolgimento inestricabile, quel frapporsi tra noi e il mondo come una cateratta, come un colore nuovo sulle cose, quello è un incontro sempre più raro.
Okay, neanche gli Xiu Xiu arrivano a tanto. Ma fin dalle prime note del primo album (o comunque del loro primo disco che capiti d'ascoltare) fanno venir voglia di esclamare: da dove spuntano questi? Non è facile rispondere, né sembra così importante. Si sa che nella sua ancor breve vita la band ha già cambiato mille volte organico, una girandola di nomi ignoti o poco noti attorno alla figura di James Stewart da San José, California. Nome (e fisionomia) da attore, circa trentenne, sessualità incerta, prolificità indiscutibile che ha fruttato la bellezza di quattro album e un ep in poco più di un biennio.
Niente della solare California affiora nel mood delle sue composizioni (non a caso la sua attuale residenza è Seattle), semmai un conflitto pernicioso, un dissidio intimo e sfibrante, una lotta prostrante per definire se stesso in cui il sé vacilla e quasi scompare. Ma non muore, aggirandosi tra i fotogrammi malsani, dissoluti e lancinanti di quei testi che covano j'accuse maldigeriti, auto-annichilimenti spietati, grida d'allarme soffocati.

Come potrete indovinare dalle recensioni più sotto, arrivare a circoscrivere la cifra sonora degli Xiu Xiu appare un’impresa frustrante. Tra un riferimento ai Joy Division e uno ai Talk Talk, nello iato incommensurabile che separa (e unisce) Van Der Graaf Generator dai New Order, l'opera di Stewart e compagni è un amico col coltello in tasca, una testuggine senza carapace, uno sguardo che non capisci se lucido o allucinato.
Esperienza febbrile e struggente, crudele e pietosa. Il punto è: mettersi sulla difensiva o accoglierla? Fuggire o colpirla?
L'intervista che segue è una piccola collezione di altrettanti fotogrammi, bagliori che non "gettano luce su", ma girano intorno ad un personaggio con poca o nessuna voglia di schiudersi, sormontando la propria musica. Che poi è quanto di più vero, sincero e attendibile ci possa mai raccontare.
- James puoi raccontarci di come è nato il gruppo e qualcosa della storia dei suoi membri Cory McCullough, Yvonne Chen e Lauren Andrews?
Da circa un anno Lauren e Yvonne non fanno parte dalla band. Per le registrazioni di Fabulous Muscles gli Xiu Xiu siamo stati io e Cory. Per quanto riguarda la storia, tutti noi abbiamo storie peculiari e percorsi di incontro e separazione. Le persone che hai citato non esauriscono il totale dei membri che hanno fatto parte della band: Miya Osaki era originariamente nel gruppo prima dell'arrivo di Lauren e ha suonato in molte noise band, inoltre anche John Dieterich dei Deerhoof, Devin Hoff dei Nels Cline Singers, Carla Bozlich, Ches Smith (che ha suonato con Tom Waits, Trevor Horn e John Zorn) ne hanno fatto parte. Devin, tra l'altro, ha una band molto interessante chiamata Good For Cows e ah, dimenticavo, Caralee! Per lei è la sua prima esperienza in una band.
- Se scrivi su internet Xiu Xiu appare il sito: http://www.haro-online.com/movies/xiu_xiu.html...
Sì, il gruppo ha preso il suo nome da quel film (titolo completo Xiu Xiu The Sent Down Girl, girato da Joan chen nel '98, è una storia di ordinaria disumanità nella Cina della rivoluzione culturale, ndi)
- In che Nazioni hai riscontrato il maggior consenso? Perché secondo te?
In Italia e negli Stati Uniti. Non so perché e comunque è molto "in" avere qualche tipo di riscontro nel vostro paese. Il cibo è migliore e la gente più carina.
- A che livello pensi che la vostra musica sia legata a ciò che accade attorno a te e nel mondo?
Tutte le canzoni parlano di cose reali che sono accadute ai membri della band o a gente molto vicina a noi. Penso che questo fattore sia una costante per Xiu Xiu: le canzoni rappresentano cose reali vicine a noi.
- Quanta pianificazione c'è stata e c'è dietro al vostro sound, così elaborato e immediato, sofisticato e violento?
Beh quasi niente e, al tempo stesso, ore e ore e ore. Questa potrà sembrare una contraddizione, ma cerchiamo d'essere il più possibile spontanei quando incidiamo pur passando un'eternità nella scrittura dei brani e nel missaggio. Cory dice sempre che Dio è nei dettagli e anche che la prima take è sempre la migliore. Oscilliamo tra queste due massime. Alcune volte funziona, altre no.
- L'impasto si profila allucinato, pervaso da una sorta di timor panico, quasi temesse la propria stessa capacità di immaginare e immaginarsi. Possiamo parlare di anti-psichedelia?
Non so che cosa sia...
- Continuando a parlare del vostro messaggio estetico: molte cose portano a una rappresentazione della carnalità, del corpo nudo...
Molte canzoni parlano di problemi sessuali, confusione, crimini e sporcizia. Come detto prima, parlano di cose vere e purtroppo sono i pasticci della vita.
- Conoscevi già Mark Hollis (la sua opera) quando ti hanno fatto notare per la prima volta la straordinaria somiglianza delle vostre voci?
È imbarazzante, ma... No, non l'avevo mai sentito. Quando mi hanno messo questa pulce nell'orecchio sono andato a ascoltarmi gli album e ora sono un suo grande fan. Certo, la sua voce è molto meglio della mia...
- Hai collaborato con Owen Ashworth nell'album Twinkle Echo: che parte hai svolto nella lavorazione dell'album? Sei soddisfatto del risultato? Come ti rapporti con la sensibilità musicale innamorata di Owen?
Ho missato l'album e ho suonato la chitarra in una canzone. Siamo buoni amici e abbiamo fatto una tournée assieme che ha toccato anche il Giappone. Per qualche ragione non ho mai parlato con lui di songwriting ... Pensa te, quando siamo assieme, parliamo di Otis Redding e diaframmi (!). Penso che Owen sia un eccellente musicista e scrittore di testi, la sua immaginazione è avvincente e arriva nuda, alla sostanza delle cose.
- Hai dichiarato di amare i Mountain Goats. Il suo folk immediato e a volte minimale ha qualcosa a che fare con Xiu Xiu?
Non ho idea se abbiamo veramente qualcosa di diretto in comune. Semplicemente amo la sua voce e le sue liriche inusuali. Adoro il fatto di come gli sia in grado di comporre un numero così grande di canzoni atipiche che tuttavia suonano così belle e accattivanti.
- Potresti parlarci delle cover degli album, del loro artwork e significati?
Penso che puoi farti una convinzione di un qualsiasi gruppo partendo dalle copertine. Comunque quella che più ci rappresenta sta nel secondo album - "A promise" - che ritrae un prostituto con una bambola a testa in giù. Ho scattato personalmente quella foto, era un modo per pagare questo ragazzo che insisteva allo sfinimento per avere rapporto sessuale che io non volevo. La foto, tra mille domande e dubbi che mi sono posto in quegli attimi prima di decidere, è stata una scusa per dargli un compenso e nel contempo la mia volontà di rappresentare vulnerabilità e oscurità, sessualità sgradevole e violenza sottile con una sensazione di sottile speranza che fa male. Volevamo che la musica contenesse quello stesso messaggio.
- Dicevi da aver lavorato con Deerhoof, cosa puoi raccontarci di quella esperienza?
Mi hanno portato in una scogliera, legato un tacchino congelato alla vita e gettato in mare, poi sono arrivati dei pescecani che mi hanno morso le gambe...
A parte gli scherzi, Greg ha suonato la batteria nella canzone "Hives Hives" (sull'album Kinfe Play ndr.). Con lui ho composto una colonna sonora e siamo a quota 1000 show assieme. Con John stiamo registrando un album e, infine, con Rob e Kelly (che erano parte dei Deerhoof e ora sono nei 7 year rabbit cycle ndr.) ho suonato la chitarra in una delle loro tournée. È stato uno spasso e loro sono i migliori.
- Crank Heart (la prima traccia di Fabulous) all'inizio sembra un videogioco anni '80. Che importanza hanno per te i suoni analogici? Sono preferibili ai digitali?
È carino che me lo chiedi. Amo i suoni analogici. All'inizio sono stati gli unici che ci potevamo permettere tuttavia, ora che tutti i nostri apparecchi sono digitali, cerchiamo degli emulatori che ci permettano di usare un pc come se fosse vecchio synth.
- Eri un videogiocatore negli anni '80?
Sono sempre stato negatissimo con i coin-up e questa cosa mi faceva vergognare non poco quando ero adolescente. Forse per quello che ne sono ancora affascinato. Amo guardare la gente che videogioca, ascoltarli e vederli mentre si pavoneggiano. Caralee Mcelroy (membro degli Xiu Xiu ndr.) invece è una draga e posso guardarla giocare per ore. Ecco spiegato perché quei suoni vengono fuori! Sono tentativi di padroneggiare alcune parti del videogioco che ho nella mia mente.

La vena aperta di un dissidio, una psicosi struggente, epifania febbrile di un'anima a nudo, vulnerabile, sanguinante. Knife Play, esordio su lunga distanza per gli Xiu Xiu, è un disco dall'impatto emozionale violento e affilato, drammatico e teatrale fino alla bizzarria.
La voce del leader Jamie Stewart - sorta di Mark Hollis contagiato da esasperazioni Peter Murphy - attraversa le canzoni come un morbo, ne determina l'inguaribile alterità, il languore malsano. L'impasto sonoro è complesso e instabile - spurghi noise e fughe post-punk, reminiscenze 4AD e baluginii techno, colpi di coda minimalisti, lo stordente esotismo delle orchestre gamelan - e tuttavia immediato in virtù di un impeto spesso fuori controllo.
Le timbriche appaiono distorte, sezionate, scarnificate, colte nella spuma di un fragore scabro. Le percussioni imperversano come corpi estranei, le chitarre quando percepibili - sono filo spinato dark o distorsione scabra, le tastiere chiamano a raccolta certe stranianti strategie del kraut rock e della post-wave. Unesperienza dascolto allucinante, pervasa da una sorta di timor panico, di fobia immaginifica che viene la tentazione di definire anti-psichedelia.
E insomma la colonna sonora perfetta per gli stati di solitudine alterata, faccia a faccia col rigetto da iperconnessione coatta, in fuga dallonnipresente interattività sbranapensieri. Danzare da soli leccandosi le ferite, cercando conforto dalla follia indotta, dalla visione annichilente della rovina oltre la luccicanza degli schemi.
Undici pezzi, tra cupo precipitare (la visionarietà nevrastenica di Don Diasco, la sospensione spasmodica di Homonculus, la delirante drammaturgia "industrial" di I Broke Up) e contemplazione allibita (la languida narcosi perturbata di Anne Dog, l'invocazione accorata di Luber preda di una banda paesana post-nucleare), dove i Cure vengono rimodulati su registri di vertiginosa leggerezza (che in Suha assume le sembianze di un sax inguittito) e gli ultimi Talk Talk incontrano i riposti segreti di David Sylvian (Dr. Troll).
Curiosa la propensione per i titoli "doppi", a cui corrispondono pezzi tra i più ispirati: se in Over Over e Poe Poe spiritelli Joy Division/New Order si aggirano trepidi in boschetti techno, niente meno che stordente è Hives Hives, valzer stritolacuore trafitto da un percussionismo febbricitante di stampo improv e acidissimi panneggi di tastiere.
La chiusura di Tonite And Today smorza i toni, divora gli eccessi emozionali: angoscia rarefatta di piano e voce, tra una nota e l'altra distanze colme di tremore, il lento chiudersi di un'anima tra i solchi di una vasta, tiepida disperazione. (8.0/10)

Più che la promessa enunciata dal titolo, il mantenimento di quelle aspettative sbocciate attorno al precedente Knife Play e poi rinfocolate dal successivo ep Chapel Of The Chimes. Per farlo, la band capitanata dal cantante e strumentista Jamie Stewart spoglia l’impianto fin quasi a mostrare il bianco delle ossa, perseguendo con fermezza un minimalismo saturo di minuscoli richiami e perturbazioni repentine (vedi gli inneschi robotici sulla calma relativa di Apistat Commander, destinata a deflagrare come stupendo incubo post-wave), talora avviando terroristici tour de force (l’intrattabile Pink City, mitragliate e scelleratezze tra il Bowie berlinese, Faust e Clock DVA), talaltra trattenendo semplicemente il respiro fino a soffocare palpitanti embrioni pop (la trance apatica e tormentata di Sad Redux-O-Grapher, come un orgasmo tetro di Bjork chiosato da gelidi cloni di viole).
Prende un senso di deliquio ascoltando questo pulsare isterico, risucchiati in una psicosi morbida addestrata tanto alle crudeltà del vivere quanto all’inesplicabile tormento della rappresentazione, alla ricerca costante di un percorso inaudito tra sussurri ascetici di stampo Mark Hollis, apocalittiche visioni stile Suicide e drammaturgie nevrasteniche alla maniera di Peter Murphy.
Una colonna sonora letale per questi giorni pieni di orrore ipermoderno, che ci lascia da par suo sospesi nello iato senza risposte tra sintetico e reale (la guerra “finta”, la guerra “vera”…), che ci esorta a sospendere ogni giudizio sull'orlo di un’evidenza crudele e folgorante. Insomma, viene un po’ voglia di mettere questo disco da parte per tempi meno equivoci e cupi, ma significherebbe fargli e farsi un torto: è infatti ascolto necessario, catartico, capace di stuzzicare con piglio tremebondo (l'incubo ad occhi aperti di Blacks, che è come se i Pixies fossero precipitati in un ossario contaminato da radiazioni Cabaret Voltaire, o il folk gambizzato dell'iniziale Sad Pony Guerrilla Girl, con stranianti incursioni di campanelli e demoni sintetici, e quella voce che s'intreccia nella propria sordida eco), pieno di ritrosie e chiusure (vi basti la rabbrividente Walnut House, oppure una Fast Car che della versione di Tracy Chapman conserva appena un'impronta, posandosi fredda sull'anima - pennate nude su un mandolino, bava di harmonium, la voce che è alito di malanimo, vaghi e indecifrabili accidenti ritmici) per poi scattare lungo beccheggianti traiettorie di riverbero e vaticinio (vedi il tropical-glitch cibernetico della magnifica 20,000 Deaths For Eidelyn Gonzales...) o struggenti planate sul pelo del dolore (la sensazionale Brooklyn Dodgers, melodia sepolta sotto stratificazioni cacofoniche, campane in sordida dissonanza e improvvise isterie ritmiche compongono un impasto lancinante che mi ricorda tanto l’incubo anti-moderno del miglior Peter Gabriel quanto la sistematica giustapposizione dei My Bloody Valentine, con un pensierino - perché no? - all'egregio Marco Parente di Testa Dì Cuore).
Chiudere il programma con Ian Curtis Wishlist sembra oggettivamente l’opzione più sensata, un po’ esplicito omaggio a cotanto nume ispiratore ma soprattutto decisivo taglio della tela, recitazione nevrastenica immersa in uno scenario d’ombre e cascami iridescenti, tra solenni synth che d’improvviso decollano in elettroshock cosmico intanto che la voce perde fisionomia rifugiandosi in una finzione segmentata, distorta, cinematograficamente nera: confessione d’artista ai limiti del sostenibile, con in mano il cuore pulsante di un incubo appena strangolato. (8.0/10)

Uscito a ridosso di Knife Play, questo ep sembra quasi volerne compendiare il lato più astruso, sciorinando quattro composizioni originali (strappate ad un delirio angoloso e vibrante) più una vetrosa rilettura di Ceremony dei New Order (sospesa tra gas urticanti di synth, percussioni disarticolate e la peculiare interpretazione di Stewart, titolare di una nevrastenia da grandi occasioni).
Emblematica tanto nel denunciare certe radici quanto la propensione a dissacrarle, questultima traccia è il bagliore che spezza la nebbia cupa e malsana in cui è immerso il dischetto. Se liniziale I Am The Center Of Your World definisce la pulsazione vivisezionando una melodia agonizzante tra rantoli di piano e cascami di percussioni, Jennifer Lopez è sbocco rabbioso che non trova conforto, frankenstein sonico in cui pulsioni soul e sclerosi wave si innescano e disinnescano senza posa, rigettandosi a vicenda, imbastendo una piccola tragedia art-rock.
Con le successive Ten Thousand Times A Minute e King Heart King Heart latmosfera si addensa, coagulando attorno ad unangoscia allibita: rumori indefinibili, droni sintetici e cincischii ritmici, la voce tra il sussurro e il gemito, i bordi di una realtà evanescente che sembra risvegliarsi da un torpore omicida. Sapendo che il risveglio non conosce pietà. (7.1/10)

Uscito in appena mille esemplari, Fag Patrol (traducibile in un aspro "Pattuglia di Froci") è album prevalentemente acustico realizzato dal solo Jamie Stewart. Un lavoro scarno, scarnissimo che si gioca fino in fondo la carta della sottrazione: bando alla tecnica, la gran parte dei brani hanno l'aspetto di essere stati registrati in un'unica session e in presa diretta. Jamie ghermisce, fischietta, sospira, parla allorecchio come un Will Oldham spaventatissimo o un Jason Molina sottacido accompagnato da una chitarra tentennante e legata o da un organo instabile.
Soltanto due i brani inediti, il folk cartilaginoso di Helsabot (in apertura) e il valzer scheletrito in emulsione di harmonium di Nieces Pieces (in chiusura). Gli altri sono riadattamenti provenienti da tutta la discografia della band (Dr Troll e I Broke Up da Knife Play, King Earth, King Earth e Jennifer Lopez dallEP Chapel Of the Chimes, 20,000 Deaths For Eidelyn Gonzales 20,000 Deaths for Jamie Peterson, Brooklyn Dodgers e la cover smittiana Asleep da A Promise.
Pare che lalbum nasca sullonda del senso di perdita susseguente alla morte del padre, mentre a definire laspetto sonoro risulterebbe determinante il furto dellattrezzatura elettronica e dei computer poco dopo l'uscita di A promise, nellaprile 2003.
Con tutto ciò, è sostenuto da una forza straniante e minacciosa, si agita tra ombre digrignanti (King Earth, King Earth, Jennifer Lopez), singulti sottovuoto (20,000 Deaths for, Brooklyn Dodgers) e deliqui madreperlacei (Asleep, Dr. Troll), sussurra un dolore senza remissione e una rabbia cui è precluso ogni sbocco. Con una leggerezza insostenibile, Stewart consegna il suo messaggio in bottiglia ad un mare malinconico, confida languido e disincantato nella volontà delle correnti, si svela annientandosi e sembra quasi non interessargli.
Un disco che sprofonda sottopelle, agita emozioni a distanza di tempo. Di tempo. Di tempo. (7.6/10)

Chi li ha visti dal vivo testimonia d'un arsenale di strumenti utilizzati assolutamente d'eccezione: mandolini, synth, gongs, campane di varia foggia e tipo, switch blade, harmonium, campionamenti e tant'altro ancora. A dispetto d'un così imponente dispiegamento di forze, su disco, la musica degli statunitensi Xiu Xiu rivela un impatto complesso ma minimale, ammaliante e fondamentalmente guitarless.
Il nuovo Fabulous Muscles segue un paio di album, l’ultimo A Promise datato 2003, e un mini. Jamie Stewart, come cantante, s'è scelto certamente dei modelli atipici, su tutti il lamento agonizzante, sottilmente vibrato e ricco di pathos dell'ex ugola dei Talk Talk, Mark Hollis. Ma in questo nuovo capitolo della band statunitense, la formula sonora si raffina, diviene meno cerebrale (per quanto poco cerebrale potrà mai essere un album dei Xiu Xiu) e certamente "comunicativa".
Crack Heart è una canzone, "semplice" ed efficace, costruita sul contrappuntarsi e sull’affilato avvitarsi, gli uni negli altri, di trucioli sintetici. Siamo ancora, come sempre con i Xiu Xiu, nella sintassi sonora anni ’80 (Talk Talk, Heaven 13 etc), qui però messa al servizio dell’ingegnosità, della creatività, anziché delle libidini commerciali di mercato (come sempre accadde in quell’infausto decennio). Stewart recita tremulo e sognante le sue litanie, ma non bisbigliate solo a se stesso, tutto preso in uno stream of consciousness che ci esclude, similmente a quanto accadeva in un passato ancora prossimo. Il "solipsismo" dell’uomo, quindi dell’artista, un poco si stempra; I Luv The Valley Oh, urletti psicotici a parte, segue uno sviluppo musicale "razionale".
Solo un album fa, sarebbe stato impensabile. E che dire di Bunny Gamer: ve ne siate accorti o meno ascoltandola, questa è la loro maniera di proporre una "torch song"… Ma più di così, non chiedetegli… Non scriveranno mai una canzone da "luminarie allo stadio". Unico episodio che ci trascina di peso agli arzigogoli stilistici involuti dei due precedenti lp è Little Panda Mc Elroy, dove l’elettronica si fa espressionistica e il lamento del vocalist è un tetro teschio da cui bere l’amaro calice dell’agonia esistenziale. Della dissociazione psichica persino. Ma non è che un'eccezione alla regola: Support Our Troops è quasi una spoken song (in verità, un po’ tutte quelle dei nostri lo sono), il brano eponimo, invece, è nell’anima di Billie Holiday che si perde, Niece Riece si propone quale elegia commossa e la conclusiva Mike quale stillicidio di eventi sonori traumatizzanti (seppure in sordina). Un disco da ascoltare. O meglio: da auscultare. (7.5/10)

Ad ingannare l’attesa per l’imminente nuova collezione d’inediti, la forlivese Xeng Records licenzia questa preziosa testimonianza di un tour in solitario di Jamie Stewart, il ragazzo che ha sconvolto la quieta scelleratezza del rock alternativo a furia di scorribande sotto l’egida Xiu Xiu.
Il titolo Life and live dice molto sul contenuto del manufatto: musica ad altezza d’uomo, musica che cammina e si muove tra rumori di strade e palchi sperduti e borbottii di altre vite, vita che vive nel medesimo istante in cui sboccia la musica di Jamie, musica suonata che racconta – che è – vita di un artista tra i più compromessi col proprio stesso gesto espressivo, tanto da sembrarvi del tutto identificato.
Su quei palchi del nordamerica verso la fine del 2003, il ragazzo tirava a spolpare le ombre e gli scheletri, le fobie e i tormenti. La chitarra, un harmonium, la voce, solo un pizzico di elettronica. Quanto occorre per rendere diafana l’irrequietezza, scorrere sul rumore di fondo come una goccia di condensa sul vetro. Quasi del tutto scomparsi quindi i deliri tribal/industriali - con l’unica eccezione di una breve, lancinante Jennifer Lopez - il programma dipana folk rappresi, nudi, frementi, costantemente in bilico tra dolore e trepidazione.
É così per la prima delle due versioni di I broke up (quasi un Cat Stevens scarnificato), per la tenue misticanza di gelo e tepore di Helsabot (il microfono infilato nel cuore), per i fruscii di corde e d’anima dell’iniziale 20000 Deaths For Eidelyn Gonzales, 20000 Deaths For Jamie Peterson (quasi una sinopia soul) e per l’afflitta levità di Dr. Troll (un delirio sospeso che sarebbe piaciuto a Jeff Buckley e – forse - a Nick Drake).
Una sorprendente implosione quindi, un rannicchiarsi al coperto, chiudere le imposte e mormorare le più atroci confessioni. Come se la delicatezza potesse redimerle. Come se la fragilità potesse affilarle. Come se dovessero penetrare ancora più in profondità, pietose e inesorabili. A guardar bene è ancora l’antica lezione di Mark Hollis, del quale puoi scorgere il profilo in Sad Redux-O-Grapher (che suona come un improbabile duetto con Jason Molina) e ancor più nel marmoreo tremolio à la Nico di King Earth, King Earth.
C’è spazio anche per i consueti squarci di nevrastenia, come in Sad Pony Guerilla Girl e nella seconda versione di I broke up, quella che - diafana e tesa come una glassa tossica – chiude la scaletta. Ma il sapore dominante è in definitiva il lato angelico di Jamie, un angelo malato che gratta la pancia al dolore, che agita irrequietezza sotto la superficie, che doma il segno e la frenesia al punto da sembrare un John Martin o un Terry Callier buttati in un vicolo piscioso (Clover), per non tacere del viluppo di contrabbasso, viola e voce di Nieces Pieces, il cui fosco intruglio di classicità e decadenza, di languore e disincanto è l’autentico, sorprendente gioiello del disco.
Un disco interlocutorio, se volete, ma solo se volete. In realtà non c’è un titolo evitabile, ad oggi, nella discografia del bislacco giovanotto statunitense. (7.1/10)

James Stewart ostenta la benedizione e la prigionia del feticcio Xiu Xiu: vale a dire, il massimo dell'auto-referenzialità proprio quando la calligrafia espressiva azzecca la massima definizione. Un rischio prevedibile, del resto, da mettere in conto quando ciò che conta è l’intransigenza della propria visione. Il gentile pubblico si adegui: queste undici tracce sono ancora una disanima d’angoscia e nevrastenia, sono segni scolpiti sul fusto d’un dolore irredimibile che sa farsi beffa e capriola giusto un attimo prima di riprendere a sanguinare.
James è livido e splendente, ligneo e febbrile, contorto ed etereo. E’ se stesso il proprio feticcio, il limite del campo d’indagine, il luogo nel quale insiste/esiste la crudele concomitanza di norme e (mis)fatti.
In sé – anzi nel proprio manifestarsi “musicale - Stewart sperimenta la difficoltà d’essere (principalmente se stesso): per questo ogni canzone sembra sottrarsi, come se volesse rappresentare anche il non-essere di questa esistenza (come la lenta progressione di nebbie – archi, synth, harmonium – e brandelli di voce di Rose of Sharon). Romanze di disperazione dunque, fosche iridescenze, eteree instabilità: come l’iniziale Clover, stopposa, rada, più complessa di quel che sembra con tutta quella trama e sottotrama di glockenspiel, contrabbasso, inserti d’organo e mugliare sintetico come l’incombere di una dimensione accanto.
Poi il viceversa, l’alter ego febbrile, l’incontrollabile servo/artefice di schizoidi armature sintetiche: la cruda quiete devastata di Baby captain, le folate spioventi di rumore bianco e i sussurri placidi di Muppet face (tra allure danzereccia e invettive echoizzate, come un incidente al trivio tra Bjork, Depeche Mode e The Books), gli Smiths androidi di Bog people, gli squarci, le sovrapposizioni, le iridescenze algide e pulsanti di Mousey toy. Nulla di nuovo, quindi. Ma al meglio.
Come massimamente accade in quella specie di industrial/psych che risponde al nome di Saturn, con l’harmonium e i tamburelli ad ottemperare il ruolo di fattore umano laddove una voce scarnificata non vuole. E che in Ale tenta di abbozzare la teatralità astratta e angosciosa di certo Cage, per non dire della processione fosca – un rituale pagano scorticato da sibili cibernetici - di Yellow raspberry in chiusura di scaletta. Non riesce, non sa, il nostro caro Stewart, rompere il cerchio della propria ossessione. Ci rifila il solito lancinante brodo, ci dimostra una volta ancora la straordinaria abilità e naturalezza nello stemperare influenze apparentemente lontane e poco conciliabili, come la disarticolazione ipnotica dei Talk Talk, l'angoscia lievitante del Bowie “eniano” e i Floyd più eterei in Dangerous You Shouldn't Be Here.
Il gioco mostra la corda, ma la corda è ancora tesa. (6.7/10)

La combine Xiu Xiu/Larsen, nata durante la scorsa tournée italica di Stewart e McEllory, è legata prevalentemente dal mal di vivere angoscioso e dark che trasuda dalle loro produzioni, visto che musicalmente siamo assai distanti dal trovare intese. Eppure l’operazione funziona proprio perché le differenze si incontrano, giocando intelligentemente nella divisione delle parti (Jamie Stewart canta e i Larsen suonano), in modo tale da creare un mood oscuro che, come detto, è patrimonio di entrambi.
Tre dei nove brani vedono il singer degli Xiu Xiu svettare nel suo teatrante cantato, sempre più Hammil e sempre più Hollis: straziante quando l’aria che tira è prossima a certo "indie-intellettuale" di scuola Girls Vs Boys, vedi (Pokey in Your) Gnocchi; fiero quando si tratta di levigare a modo suo la patina pop (?) che abita Paw Paw Paw Paw Paw Paw Paw, e totalmente catartico quando rigira e spoglia la Prince Charming di Adam & The Ants (chi li/lo ricorda?) dal candore/terrore folkye che l’abitava, nel lontano 1981.
Se le parti vocali sono una prerogativa del duo statunitense (e sorvoliamo sullo zoppicante italiano della McEllory in Minne Mouseistic), le restanti tracce - come tutte le altre, del resto - sono l’ennesima prova maestra dei Larsen, abili sia come backing-band che in solo; lo dimostrano le strumentali Distorted Duck e Sunday, quest’ultima figlia proprio di quei tardi Talk Talk che tanto hanno influenzato l'arte di Stewart.
Ciautistico! (nome dal singolare gioco fonetico, mix di "ciao" e "autistico", come del resto si gioca con le iniziali nel nome della "nuova" band) solleva gli Xiu Xiu dalla sufficienza stentata dell’ultimo La Forêt e allontana ancora una volta i Larsen da un mercato italiano poco appetibile (non a caso gli ultimi lavori vedono il logo Young God prima e Important Records poi) e restio nei loro confronti. Ma se i risultati sono di questa portata, ben vengano dischi del genere e godiamoci le conseguenze. (7.0/10)

Preannunciato come l'album della svolta pop, all'uopo prodotto da Greg Saunier dei Deerhoof, in effetti il quinto lavoro lungo a firma Xiu Xiu si avvale di inedite soluzioni - sintetiche e analogiche (tastierine, computer, fiati, fisarmoniche...) - che rendono più variegata la pelle del sound. Vedasi per tutte Boy Soprano, sorta di mefistofelica danza trip hop/wave, come un intruglio Depeche Mode vaporizzato su una fiammella Tricky. Ma alla fine dell'ascolto qualcosa non torna, ti sembra quasi d'essere dalla parte sbagliata di uno scherzo.
Una roba storta, tipo mettere l'idrolitina in un liquore sciropposo: niente effervescenza, ti va bene se rimane potabile. Siccome va un po' meglio quando in Hello From Eau Claire a cantare è Caralee McElroy, l'altra metà della band, viene da pensare che il problema risieda nella voce del buon Jamie Stewart. Trattasi, come ben sapete, di una voce straordinaria, cui molto deve la fortuna del gruppo. Però forse fin troppo invasiva, tanto da imporre la propria fisiologica gravità quale segno pervadente della cifra estetica/poetica Xiu Xiu. Rivelandosi di conseguenza poco adattabile a circostanze diverse dalle consuete livide elucubrazioni.
Jamie ne è consapevole, e infatti alla resa dei conti sciorina tutto il campionario - la teatralità sordida e febbrile, l'esotismo malsano, il trepidante declama - limitandosi casomai a smussare gli eccessi, per poi addirittura rilanciare in territorio avant col ricorso a certi angosciosi vocalizzi Cage (forniti dalla sorprendente Caralee). Insomma, ma quale svolta pop? Siamo alle solite, per fortuna e purtroppo. Per fortuna, perché gli atti disperati è giusto lasciarli ai casi disperati. Purtroppo, perché il percorso artistico degli Xiu Xiu - uno dei più originali e sconvolgenti degli ultimi anni - sembra aver ormai esplorato ed esaurito i principali obiettivi. In altre parole, malgrado l'apprezzabile impegno e ingegno, nonostante la vena dimostri ancora una certa vitalità (sono non meno che suggestive le techno ballad The Fox And The Rabbit e Bishop, CA), l'ascolto produce tra le altre cose una certa quantità di noia. (6.0/10)

Un disco così - anzi un doppio CD così, per un totale di 80 minuti e passa - può essere letto (ottimisticamente) in almeno un paio di modi: o come intertesto o come leccornia per appassionati. Da un lato gli Xiu Xiu si dipingono attorno, in Remixed & Covered, un mondo di gruppi vicini e lontani, perché sia più chiaro cosa i Nostri decidono che gli sia visto vicino. D’altra parte bisogna vedere se vale la pena di occuparsi di questa autocelebrazione, o se possiamo con franchezza risparmiarla alle persone care. Da questo punto di vista la tracklist parla da sola, cioè sprona l’ascoltatore alle proprie considerazioni e alle proprie curiosità, secondo i gusti.
Meno positivamente, c’è da dire che oggi, dopo Air Force, crediamo un po’ meno in Jamie Stewart, e un’uscita come questa può essere un’ottima argomentazione per corroborare la nostra disillusione. Ma va anche detto che la riscrittura di alcuni loro componimenti, nel loro essere mutanti farciture di effetti, è cosa interessante. Ne è prova il crescendo quasi pop (quasi romantico) di Apistat Commander rifatta da Sunset Rubdown. Convincono meno remix come quello di Fabulous Muscles, firmato Kid 606, maggiormente i rifacimenti più stravolgenti, più lontani dall’originale: quelli irriconoscibili come Support Our Troops di Devendra (già comparsa due anni fa in uno split proprio con i nostri protagonisti) o come I Love The Valley Oh! (totalmente “rimelodizzata” da Her Space Holiday), o quasi irriconoscibili come Clowne Town nella versione acustica di Marissa Nadler, giusto per prendere i quattro esempi da Fabulous Muscles. Ma, per tornare in pace con gli Xiu Xiu, alla fine convincono di più le versioni originali.
Il livello è altalenante; ma siamo di parte, e attribuiamo i momenti migliori a meriti xiuxiu-iani, gli episodi meno brillanti a colpe della compagine di remixatori e coverizzatori. Rimane un nodo gordiano, quello che, una volta sciolto, svelerebbe la vera natura degli Xiu Xiu, se quella di compositori, o quella di bricoleurs. (6.4/10)

Il ritorno degli XXL (gli americani Xiu Xiu e gli italiani Larsen) era molto atteso. Una (super)band nata quasi per caso. Il gruppo famoso che si innamora del complesso meno famoso e decide di mettersi in discussione e provare a fare della musica. Insieme. Da pari a pari. Il primo passo della storia risale ad un paio di anni fa. Ciautistico! Un lavoro bello e sofferto, che sopravanzava di un paio di lunghezze gli ultimi cd del progetto principale di Jamie Stewart.
¿Spicchiology? è il secondo capitolo di questo cammino comune. E se da una parte riconferma la bontà della band, dall’altra ne estremizza certi aspetti rumoristici. Le concessioni al pop schizoide di matrice xiu – mediato in salsa post larsen – sono sempre presenti (Little Mouse Of The Favelas, Last In The Society e The Tale Of Brother Cakes And Sugar Dust), ma stavolta nella formazione sembra prevalere l’anima più strumentale e sperimentale (qualunque cosa voglia dire questo termine). E alla fine della giostra, ci ritroviamo in mano una manciata di brani in bilico tra post-rock, elettronica e ambient. Ben fatti, anche se portano in dote qualche brivido in meno rispetto a Ciautistico! (6.7/10)

Un linguaggio così forte, così peculiare e così inevitabilmente inflazionato, punto di forza e debolezza assieme degli Xiu Xiu. La questione, o se volete la sfida, era tornare a proporlo in maniera credibile. Women As Lovers ci prova con rinnovata verve. Al solito, è una rappresentazione tenera e devastata, quel delicato procedere tra terrore e tremore. Mai come oggi però la sensibilità di Stewart appare come una lente attraverso cui l'indie rock, il post punk, il pop, il folk e persino certi strali jazz subiscono mutazioni sconcertanti, smarriscono i contorni, mutano pelle, trascolorano l'uno nell'altro perdendo di senso nello spasmo snervato della messa in scena.
Più un'effervescenza di nervi che altro, tremori di superficie che alludono palpitazioni profonde, tra giochetti vetrosi, chincaglierie e farragini sintetiche, cupe frenesie elettriche, coretti scombiccherati e quel sax che sgomma free imbelle come abbozzi d'impertinenza febbrile. Tra il clangore tremebondo di In Lust You Can Hear The Axe Fall (art wave psych che cola dalle lamiere di un frontale tra Talk Talk, Bauhaus e Pere Ubu), il robo-tribal-funk di You Are Pregnant, You Are Dead (bjorkismi sulla graticola d'una nevrastenia massimalista), la combattiva dark-wave di White Nerd (tra biechi rigurgiti PIL e svalvolamenti Eno avariati), la livida piece di Guantanoamo Canto ed il folk stretto tra incubi e apprensione di F.T.W., possiamo rintracciare i possibili estremi estetici degli Xiu Xiu anno 2008, giunti al sesto album tutti interi anzi finalmente come una band vera e propria, quartetto composto da Stewart, la fida Caralee McElroy più Ches Smith ai tamburi e Devin Hoff al basso.
Una rinnovata fiducia nelle proprie potenzialità che produce malanimi incantati come Black Keyboard, strani ibridi synth-glitch-trip hop come I Do What I Want, When I Want o stralunati electro funk wave orchestrali come No Friend Oh!, per non dire della cover di Under Pressure, tra il devoto e lo sgangherato, ospite Michael Gira nel ruolo del Bowie catatonico, insomma non proprio una delle prime cose che ci saremmo aspettati. Ciò non impedisce agli Xiu Xiu di sembrare piuttosto autoreferenziali e risaputi. Sembrano quasi goderci. Con un certo brio. (6.7/10)