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Wolf Eyes

di Edoardo Bridda e Daniele Follero
Sintetizzando l’apocalisse dei primi Swans e i deliri dei Throbbin Gristle attraverso una barbara sevizie delle apparecchiature elettroniche più disparate, i Wolf Eyes riprendono un discorso musicale lasciato interrotto dai grandi "concretisti" americani Mnemonists (futuri Biota). Il recente Burned Mind è un inferno che ha tutta l'aria di un Twin Infinities targato 2000.
Foto: Wolf Eyes

Manuale degli errori/orrori

di Edoardo Bridda

Fedele all’etica DIY professata dal credo punk, il marchio Wolf Eyes mette in scena la mutazione genetica sin dall’inizio e lo fa attraverso rumori grezzi e lo-fi, trasfigurando in chiave elettronica alcune suggestioni industrial d'annata e manomettendo la tecnologia. È un calderone fumante e nauseabondo: un mondo popolato da una fauna di subalieni a metà fra "Alien" e gli orrori genetici de "La Mosca", tra una flora di pigolii, ronzii e cicalecci.

Il magma sonoro inizia a ribollire già dal 1996, con il solo (ed alchemico) Nate Young a trascorrere il tempo nelle viscere di Detroit alle prese con ogni sorta di macchine. In un’atmosfera già avvolta da una certa mitologia, è in questo periodo che i primi synth, beatbox, radio, transistor, vecchie console per videogiochi, nastri, videoregistratori e persino orologi a cucù vengono sottoposti a sevizie d'ogni guisa, che ogni spasmo di quei rottami viene catalogato, ogni errore (o bug) tecnologico contemplato in presenza di possibili varianti e nelle combinazioni più disparate. I sintetizzatori subiscono le nefandezze più efferate: vengono smontati e poi assemblati, i loro software corrotti così che del suono originale resti soltanto un lontano ricordo.
Dopo un anno, l’arsenale di Young può contare su un parco di mostriciattoli sonici sufficientemente variegato; a quel punto il musicista rompe il solipsismo creativo entrando in contatto con Aaron Dilloway, proprietario di una micro label chiamata Hanson. Il piccolo tenutario discografico, anch’egli manipolatore sonoro - e torturatore di strumenti acustici - , diventa presto un compagno inseparabile per il guerrigliero di Detroit e i due, come templari vestiti da Mad Max, iniziano a sfornare a spron battuto cassette, cd-r e sette pollici in rigorose tirature limitate.
Mentre la smania creativa cresce di pari passo con l'esperienza, a seguito di una piccola parentesi newyorchese in trio con Andrew Wilkes-Krier - un party animal noto ai più come Andrew WK - i due prendono residenza definitiva presso Ann Arbor, Michigan, e conoscono John Olson, anch'egli responsabile di un'etichetta, la American Tapes (un realtà simile alla Sound@one dei NoNeck Collective e la Chocolate Monk di Prick Decay).
I risultati di quell’amicizia si trasformano ben presto in frequenti uscite discografiche: già nel 2001 si contano oltre una ventina (!) di titoli a nome Wolf Eyes, secondo il classico modus operandi da collettivo hardocore-noise anti-sistemico, destinato irrimediabilmente ai margini del mercato musicale.
Eppure, a partire dall'inizio del 2003 gli eventi prendono un corso inaspettato: prima un accordo con la Troubleman, etichetta del lungimirante Mike Simonetti, porta alla realizzazione dell'ottimo EP Dead Hills e, poco più tardi, la stipula di un inaspettato quanto promettente contratto con la Sub Pop apre le porte ad un mercato e una visibilità ben maggiori.
La storica etichetta che ha patrocinato la nascita di Nirvana e Smashing Pumpkins sta tentando in questi ultimi anni di rimettersi in gioco e Young e co. rappresentano la punta dell’iceberg di un sottobosco di terroristi che potrebbero diventare un nuovo trend di qui a poco, proprio come lo erano stati una decina di anni fa i Matmos per la scena indie-electronica di S. Francisco (quella che per intenderci comprendeva Lesser, Kid 606 e Blectum from Blechdom)

Ottenuta carta bianca dall'etichetta, i Wolf Eyes, invece di licenziare un album più accessibile come molti si aspettano, consegnano il barbaro Burned Mind (distribuito nel nostro Paese da Audioglobe a partire da ottobre 2004), una sorta di delirio à la Twin Infinitives dei Royal Trux. Se l'album diventerà altrettanto "cult" lo vedremo soltanto fra un po' d'anni; intanto l’eco di tali arditezze non è sfuggita alle antenne sensibili di The Wire, la popolare rivista anglosassone, che ha dedicato al gruppo la copertina del numero di novembre con tanto di lungo articolo e intervista. Dulcis in fundo, persino i Sonic Youth sotto forte pressione di Thurston Moore li hanno voluti come opener ai concerti in occasione della recente tournée americana. La storia è ancora tutta da scrivere…

Copertina: Dead Hills (Troubleman)
    01.Dead Hills
    02.Dead Hills 2
    03.Rotten Tropics

Dead Hills (Troubleman, 2003)

di Edoardo Bridda

In seguito alle oscure e fittissime uscite degli ultimi anni - tra cui ricordiamo lo split coi Black Dice del 2001 e Dread, il primo LP prodotto in quello stesso anno dalle etichette di Olson e Dilloway in tandem - e alla partecipazione alla fondamentale compilation del 2002 chiamata If the Twenty First Century Didn't Exist It Would Be Necessary To Invent It (con il brano Cut The Dog), i Wolf Eyes licenziano questo EP grazie alla Troubleman, etichetta del lungimirante Mike Simonetti spostatasi in pochi anni dal post-punk creativo degli Shotmaker a gruppi diversi per intenti ed estrazione (come gli avant-rockers ABCS o le eroine neo-new wave Erase Errata).

Sin dalle prime note, Dead Hills emana un olezzo di morte: lo scenario è quello di una qualche cloaca putribonda abitata da un formicaio extraterrestre dove compare, a sommi tratti, l'attitudine "materica" che rese pregevoli i Mnemonists.
Considerati gli svariati cicalecci e versi che si respirano minuto dopo minuto in quello che si configura come un abisso siderale caratterizzato da un'intensità "cosmica" crescente, potremmo addirittura pensare a degli Animal Collective post atomici. Le tinte sono quelle dell'inferno bosch-iano: il giudizio è già compiuto, la dannazione è eterna. Il climax, giocato sulle sincopi dei bassi analogici rubati al ghetto e le urla indicibili di Young, prende una piega differente nella seconda traccia, meno criptica e a suo modo più ammiccante: di fatto è un sabba dalla crescente tensione che, invece di esplodere, si dilegua come in un qualche spaventevole rituale satanico. Dead Hill 2 - secondo chi vi scrive - rappresenta una preziosa e mirabile sintesi: la risposta definitiva del combo alla rigidezza dei Pan Sonic, ma altresì una fucina dove Swans, Throbbing Gristle e i due finnici autori di Kesto convivono armoniosamente (sempre che la parola armonia si possa usare in questo contesto). La terza e ultima puntata della saga - Rotten Tropics - non farà altro che sciogliere con furbizia i vagiti à la Genesis P. Orridge (che dei Gristle era l'urlatore) del precedente brano in una melma putribonda scandita da rintocchi di basso e da marci cigolii.

Sorta di inferno dantesco in tre gironi, l'EP rappresenta lo stato dell'arte nell'emergente scena noise americana (Dead Hill, Dead Hill 2, Rotten Tropics). La sua importanza consiste non tanto nel giocarsi la carta di una esperienza d'ascolto estremo, quanto la rappresentazione della sopravvivenza del suono. Suono che ci divora implacabile come le astronavi di Space Invaders, che avanza senza pentimento come i laser di Defender. In definitiva: un sound del Post Game Over. (7.5/10)

Copertina: Burned Mind
  • Dead in a Boat
  • Stabbed in the Face
  • Reaper's Gong
  • Village Oblivia
  • Urine Burn
  • Rattlesnake Shake
  • Burned Mind
  • Ancient Delay
  • Black Vomit

Burned Mind (Subpop / Audioglobe, 2004)

di Edoardo Bridda

Registrato tra l'ottobre 2003 e il giugno 2004 al Key Club di Benton Harbor, MI sotto la supervisione di Bill Skibbe e Jessica Ruffins e missato da Brendan M. Gillen (acclamato dj/sperimentatore di Detroit noto anche come BMG o Ectomorph), Burned Mind riesce ad essere truce ed anarchico ancor più dell'EP Dead Hills: da una parte l'effetto shock a base di sabba e urlacci melmatici si riaffaccia intatto, dall'altra la presenza di stasi sinistre e persino un paio di silenzi cage-iani rinverdisce il parco di torbide nefandezze.
Posta a principio dell'album, Stabbed in the Face (anche in 12'' e scaricabile dal sito della Sub Pop) è una dichiarazione di guerra bella e buona: l'astronave Galaga è approdata, ma dalla sua pancia non escono i Visitors con le tute rosse, bensì sincopi mefitiche, glitcherie alla Ikeda, urla à la Genesis P. Orridge, fischi di Ventolin (come li avrebbe voluti il diabolico Aphex Twin) e bordate di basso a mo' di radiazioni letali.
Fortunatamente tanto splatter ed effettismo "boom" alla maniera dei primi Swans viene intelligentemente dosato per dare maggiore risalto all'industrial ambientale, senz'altro la specialità del combo.
In brani come Urine Burn o Village Oblivia un microcosmo costituito da fauna rettiliforme di serpenti e flora di carcasse metalloidi è mirabilmente dettagliato, seppur nello spartano modo di Young e co., che hanno così modo di sfoderare le ultime armi thrash concretiste come il fiatone di Alien, i cicaleggi di qualche mutoide spaziale, la melma acquitrinosa di una tundra desolata, gli spari e le rasoiate di chitarre immolate alla distorsione perenne.
I Pan Sonic ritornano nei bassi imperturbabili di Rattlesnake Shake, mentre l'incubo sabbatico sbuca nuovamente nell'omonima Burned Mind, traccia forse un po' scontata che rimugina le deflagrazioni vocali di Stabbed in the Face e Reaper's Song. I interlocutori momenti di silenzio, aprono infine per il rumore bianco di Black Vomit, giocata abilmente sugli echi e le frequenze radio, come se l'astronave, tra le detonazioni del carburante e il comprimersi delle lamiere, stesse ritornando dall'abisso cosmico da dove era venuta.

I Wolf Eyes dimostrano di essere un gruppo dal grande potenziale, che però in questa prova convince solo a metà: a discapito del climax complessivo, viene infatti dato grande spazio agli effettismi e alla brutalità. Quella che in Dead Hills era magia, in Burned Mind rischia spesso di diventare puro autocompiacimento. (6.5/10)

Foto: John Olson dei Wolf Eyes

Live: Ex Mercato24 (Bologna, 1 luglio 2005)

di Daniele Follero e Edoardo Bridda

I Wolf Eyes oggi rappresentano il limite massimo dell’underground, l’estremità più rumorosa e isterica del panorama musicale indie. Taglienti, pesanti, estremi. Difficile non farsi tentare dalla possibilità di vederli dal vivo. Un’esperienza piuttosto interessante: non certo per la raffinatezza sonora (mai ricercata), quanto per un impatto violento, straniante e doloroso - per le orecchie sicuramente - con l’oggetto musicale. C’è un non so che di nichilista nella musica dei Wolf Eyes, che viene fuori ancora meglio dal vivo, dove vengono spazzati via anche i più piccoli “ammorbidimenti” di post-produzione. La scelta di un luogo come l’Ex Mercato 24, un locale piuttosto spartano, tra i pochi centri sociali bolognesi ad aver mantenuto una parvenza di autogestione, ha aiutato la “sporcizia” sonora a farsi spazio e ad abbrutire ulteriormente il sound.

Facciamo due chiacchiere con i musicisti prima che salgano sul palco e non ne ricaviamo granché: Nate Young ha due occhi che parlano da soli e alla domanda “cosa ci dobbiamo aspettare dallo show di questa sera” non può che rispondere “il nostro solito spettacolo”, aggiungendo, fatalista e menefreghista, che metà della strumentazione è andata distrutta lungo le prime date della tournée.

E non c’è di che stupirsi: i tre bad-boy sono grezzi e sfrontati proprio come i cattivi dei film polizieschi USA, e non lesinano neppure breviari fatti di “yo, mother fucker, shit ecc.” intervallati da qualche verbo e veramente pochi aggettivi. Tuttavia, sospendendo l’orecchio dal loro rantolare selvatico, notiamo che a mancare all’appello è un membro storico della band, Aaron Dilloway, mentre la lineup è composta, oltre che dall’indiscusso fondatore, da John Olson, membro del duo Dead Machines assieme alla moglie Tovah O'Rourke, e Mike Connelly, già negli Hair Police. Aaron non è uscito dalla band, come dichiara nel sito Smelltheremains, semplicemente è l’ultimo della ciurma a doversi sposare, lo conferma lo stesso Connelly, il più giovane e neoarrivato del commando.

È l’ora del concerto: sul palco una chitarra (utilizzata esclusivamente per l’emissione di suoni noise), una drum machine, una specie di strano basso, di una pesantezza che fa vibrare lo stomaco, un corno, un piatto e poco altro. La scaletta è facile da intuire, composta per lo più da brani di Burned Mind, eppure c’è una differenza sostanziale con le versioni in studio, che contribuisce a rendere la performance tutt’altro che superflua: i tre si mettono sotto i piedi la buona produzione Sub Pop, fregandosene altamente di riprodurre quel sound ben “lavorato”, con un’attitudine che più punk non ce n’è. E non è necessario che Connelly ce lo ammetta dopo lo show per intuire che soltanto le linee di base (e il più delle volte un singolo suono in loop) appartengono ai brani originari; il resto, neanche a dirlo, viene deciso al momento e con le più devastanti intenzioni.

Il martellante incedere della batteria elettronica scandisce un ritmo lento e inesorabile che si perde in più di un’occasione in esplosioni caotiche che creano una massa rumorosa indistinguibile, che si affaccia al di là del muro del suono per vedere cosa c’è oltre. E qualcosa c’è: tutto un mondo di suoni che fuoriesce da una materia sonora vicina al rumore bianco, che la percezione ricrea istintivamente, come se volesse orientarsi in un deserto in apparenza statico e compatto eppure pieno di dune e dislivelli di profondità. Un gioco percettivo che costa caro alle orecchie, ma che vale la pena giocare per andare oltre la banalità del rumore in sé.

Difficile dire se i Wolf Eyes abbiano pensato a tutto questo o vogliano sorprendere solo per il loro estremismo, come fossero un fenomeno da baraccone. Ma poco importa. In neanche un’ora di concerto, i presenti si lasciano ipnotizzare senza storie con le mani alle orecchie e il sorriso sulle labbra, segno di un gradimento che riguarda più l’estremismo dell’esperienza appena vissuta, che il piacere dell’ascolto, qualcuno non ce la fa ed esce anzitempo, ma nessuno insiste più di tanto quando la band saluta e se ne va. Nessun bis, nessuno lo vuole, la gente è soddisfatta e altri dieci minuti potrebbero essere fatali. Ci vorrà un’oretta per riacquistare pienamente l’udito, ma, si sa, le esperienze estreme si pagano con gli effetti collaterali. Quando ne vale la pena…

Foto: John Olson dei Wolf Eyes
  • A Million Years
  • Lake of Roaches
  • Rationed Rot
  • Human Animal
  • Rusted Mange
  • Leper War
  • The Driller
  • Noise Not Music

Human Animal (Sub Pop / Audioglobe, 26 settembre 2006)

di Daniele Follero

Cosa c’è oltre il rumore bianco? Dove si può arrivare dopo aver superato la soglia del dolore dell’udito umano? Esiste qualcosa oltre l’inferno?
Il secondo album dei Wolf Eyes, primo con Mike Connelly (Hair Police) al posto di Aaron Dilloway, si porta dietro questi interrogativi. E non sono domande da poco. Capire se il più interessante fenomeno del noise americano sia stato un fuoco di paglia dissoltosi in brevissimo tempo dietro una coltre di rumore senza compromessi, oppure rappresenti davvero una nuova strada, un nuovo modo di intendere i suoni più estremi della contemporaneità, ci risultava necessario, come necessario era stato rompersi i timpani per capire dove volessero arrivare dal vivo questi tre yankee del Michigan.
Nei Wolf Eyes convivono due anime: una sinceramente punk nell’approccio, violenta e radicale fino allo spasimo, nella quale il rumore non cerca nessun punto d’incontro con il suono; e un’altra più vicina al concetto di musica d’ambiente, sia pure un ambiente estremamente caustico, fatto di incubi infernali ed industriali, un Averno di dolorosi graffi e laceranti ferite.
Il bello di Human Animal è proprio questo riuscire a unire due concetti musicali così diversi e a farli convivere in un paesaggio sonoro spaventoso sì, ma anche tanto affascinante.
La discesa agli Inferi comincia lentamente, attraversando il corridoio che conduce all’anticamera dell’Ade: A Million Years, con il suo incedere lento e inesorabile di suoni industrial è una degna introduzione alla catarsi rumorista che sta alla base di tutto l’album. Suoni e silenzi che sfociano nell’elettronica dagli spunti psichedelici della brevissima Lake Of Roaches. Neanche un attimo di respiro tra un brano e l’altro. Un continuum sonoro che conduce, come in un film dell’orrore, direttamente a Rationed Riot, altro capolavoro di ambient-noise ad alta intensità.
In un crescendo d’intensità ricompare anche il lato  più violento dei Wolf Eyes. La title track, la successiva Rusted Mange e The Driller (pubblicato in anticipo come singolo) sono quanto di più vicino al sound di Burned Mind: feedback ossessivi e percussioni pesanti e minimali a fare da sfondo al culmine dell’orgia sonica, riempita da grida strazianti ed eccessi di ogni genere.
Costruito come un racconto Human Animal alterna continuamente attimi di stasi e colpi di scena con una coerenza nelle proporzioni che difficilmente ci saremmo aspettati da campioni dell’esagerazione come loro.
Ci si è quasi abituati al calore delle fiamme infernali quando tutto finisce, lasciando il gelo nelle ossa. Noise Not Music è, già dal titolo, una sorta di manifesto del nuovo noise: immaginate un grindcore elevato a potenza (è possibile? Sì è possibile!) in cui tutto si confonde in un suono che raggiunge l’obiettivo di confondere tutti i parametri musicali possibili e immaginabili.
Dopo aver riassaporato la calma e con le orecchie che ancora fischiano, viene da chiedersi ancora una volta, come se fosse una continua domanda senza risposta: e ora, cosa ci sarà dopo? Dove si può arrivare ancora? (7.5/10)

Foto: John Olson dei Wolf Eyes
  • The Mangler
  • Black Vomit

Wolf Eyes & Anthony Braxton – Black Vomit (Victo, Ird, 2006)

di Daniele Follero

Chi di noi non si è mai cimentato, lavorando con la fantasia, in accostamenti improbabili e a dir poco impossibili tra musicisti? Al Bano che presta la sua voce agli Einsturzende Neubauten, Madonna con il nazi-satanista-killer del black metal norvegese Burzum.

Sulla scia di queste “missioni impossibili” esce questo disco che, in tutta sincerità, non sembra vero. Una collaborazione Braxton-Wolf Eyes era ciò che di più improbabile ci si poteva aspettare.

Ma poi, in fondo in fondo, riflettendoci bene, le cose quadrano: da un lato la storia del jazz nelle sue vesti più innovatrici e aperto ad ogni sorta di sperimentazione, anche la più improbabile; dall’altro una delle band più estreme e radicali (musicalmente, ovvio) degli ultimi anni. Due americhe che si guardano da lontano, ma che si incontrano nella diversità e, soprattutto, nella libertà che le contraddistingue. Libertà di provare, di fallire e qualche volta di riuscire.

In questo caso l’esperimento va in porto alla perfezione, senza alcun dubbio di sorta. I rantoli e le grida sofferte dei sax soprano e contralto di Braxton si fondono miracolosamente con le sinistre sonorità tra l’horror-ambient e il noise dei Wolf Eyes, ne arricchiscono ancora di più un sound già denso che circonda e stringe in una morsa imponente anche l’ascoltatore più distratto.

Registrato il 21 maggio 2005 al Festival de Musique Actuelle di Victoriaville e pubblicato una manciata di mesi prima di Human Animal, Black Vomit esce per l’etichetta canadese Victo, che ha contemporaneamente sfornato due altri interessantissimi live di Braxton, sempre a Victoriaville: uno in duo con Fred Frith e l’altro con il suo Sestetto.

Due brani, per una durata che oltrepassa di poco la mezz’ora. The Mangler è una lunga improvvisazione dalle tinte molto scure, che sfocia in delirio di violenza sonica. Tra questi paesaggi sonori si destreggia, come in un vecchio deposito di auto rottamate, il sax di Braxton, a volte sul punto di intonare una melodia, soffocata sul nascere; altre avanzando in preda a spasmi disperati.

Situazione quasi del tutto ribaltata in Black Vomit (da Burned Mind), qui intitolata Rationed Rot. Il sax qui è soffocato dalle sonorità pesantemente noise e si dimena drammaticamente per trovare una via d’uscita. Ne scaturisce una lotta senza vincitori in cui prevale il rumore. Un rumore significante, visionario, espressivo, che quasi si fa toccare con mano. (7.5/10)

Foto: John Olson dei Wolf Eyes
  • Failing Lights (Mike)
  • Spykes (John)
  • Nate Young (Nate)
  • Wolf Eyes

Self Titled (Troubleman Unlimited, 4 febbraio 2007)

di Daniele Follero

Meglio conosciuto con il nome Solo, quest’album dei Wolf Eyes risale ai primi anni della band, che all’epoca aveva pubblicato questo materiale su cassetta per la semi sconosciuta Gods Of Tundra.
Un po’ per amore di collezionismo, un po’ per l’effettivo interesse musicale di questi quattro lunghi brani, la Troubleman Unlimited si è decisa a ripubblicare il tutto in versione doppio picture disc. E ha fatto bene. L’occasione di ascoltare la band americana sezionata nelle sue singole parti e prima dell’esplosione di noise estremo e strutturato seguita a Burned Mind, è da non perdere, nonostante la tiratura limitata (appena 1000 copie) non aiuti la maggioranza degli interessati.

Quattro lunghe improvvisazioni elettroniche che vedono i componenti del trio per la prima volta in versione solistica (da qui evidentemente il nomignolo dato all’album, di per sé anonimo), tranne che nella quarta traccia. Il lato più individuale e (perché no?) introspettivo di quella macchina da guerra horror-punk-rumorista che sono oggi i Wolf Eyes. Failing Lights (aka Mike), Spykes (John) e Nate Young (Nate) si cimentano in esplorazioni elettroniche molto kraute e, se si eccettuano i taglienti rumorismi di Spykes, sono davvero pochi i legami con la ricerca del rumore bianco e del suono “doloroso” che caratterizza il lato più peculiare dei Nostri. L’ultima traccia, addirittura, che vede impegnato il trio al completo, sembra quasi un’anticipazione delle atmosfere orrorifiche di Human Animal, prefigurando lugubri paesaggi post-atomici fatti di suoni bassi e tenuti, rumori di fondo e morbosi fraseggi strumentali (nel caso specifico compare un sax).

Spazio ai live electronics, dunque, in una dimensione ambientale in cui suoni concreti, drones ed elaborazioni elettroniche di campioni segnano il cammino e determinano uno stile che, parlando dei Wolf Eyes per come li conosciamo, non sembra eccessivo definire “sobrio”. (7.0/10)