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Will Oldham

di AA.VV.
Attivo da più di un decennio, Will Oldham è oramai considerato all'unanimità come uno dei più grandi songwriter dei nostri tempi. SA tributa il folkster con un lungo speciale che, dai Palace Brothers all'ultima incarnazione Bonnie Prince Billy, ripercorre le tappe principali della carriera dell'artista.
Foto: Will Oldham

Il bucaniere e le radici

di Stefano Solventi

Un nugolo di sensazioni contrastanti, pensando a Will Oldham. La fibra austera del folksinger e il piglio irriverente del punk. La sguaiatezza del busker e il tepore del musicista da front-porch. La tradizione e il post-rock. Un'allegria sfarfallante, un'apocalissi senza appigli.
Quell'aria da hobo all'ultimo stadio, da straniero ovunque, che però alle radici torna, sulle radici erige il proprio edificio musicale. Così presente (inconfondibili la voce e la scrittura), così dissimulato (quasi sempre nascosto dietro a moniker mutanti).
Lui e i suoi dischi una cosa sola, ma non fai fatica ad immaginarli camminare su strade diverse. In effetti sembrano due traiettorie - Oldham e la musica - che un po' per volontà un po' per caso hanno deciso di procedere fianco a fianco. Domani potrebbe non essere più così, senza bisogno di un motivo scatenante. E forse non ne sentiremmo troppo la mancanza, ci basterebbe il privilegio d’averlo incontrato, d’averci camminato a fianco per un tratto di strada.
Pensate, fino al 1991 tra Will e il rock il punto di contatto più evidente è l'immagine in copertina di Spiderland, epocale lavoro degli Slint. Davanti all'obiettivo quattro ragazzi parzialmente immersi nel letto di un fiume, non sai se in procinto di sprofondare o in agguato alla stregua di caimani. Dietro la macchina fotografica, Oldham: a tastare il polso dei tempi.
Un istante più tardi (l'anno successivo) oltrepassa lo specchio (il diaframma dell'obiettivo) fondando i Palace Brothers, poi Palace Music, poi Palace (forse non è questa la sequenza, ma tant'è). Il loro (il suo) è un folk rock bislacco e angoloso, dissanguato e dissacrato, pezzi di cuore e bile e malanimo sputati nella polvere.
Oggi, smussati gli spigoli, stemperato lo spirito iconoclasta, alterna sporadico il proprio vero nome a quello bizzarro e altisonante di Bonnie "Prince" Billy.
Non so bene quale impronta lascerà sul sentiero del rock una volta che avrà deciso di rientrare nel buio (perché c’è questa sensazione che potrebbe accadere, sparire all’improvviso, proprio come è apparso). Certo è che a forza di licenziare un miracolo poco appariscente dopo l'altro si è guadagnato un posto di assoluto rilievo tra i classici contemporanei, garantisce Johnny Cash.
Non è forse questo che dimostra in via definitiva l’ultimo Sings Greatest Palace Songs, in cui la prima produzione viene rivisitata alla luce di forme più concilianti, almeno in superficie?
Non so cosa rimarrà di mister Will Oldham. Personalmente mi tengo stretta l’immagine in copertina di Master And Everyone: sembra un po’ cercatore d’oro del diciottesimo secolo (pagliuzze iridescenti nello sguardo slanciato) e un po’ bucaniere post-moderno (quell’orecchino innestato come un chip minaccioso). Di fronte a lui un mondo che cambia senza respiro. Dentro di lui un mistero luminoso. Tutto qui.

Copertina: There Is No-One What Will Take Care Of You, by Palace Brothers (Usa: Drag City 1993, Europa: Big Cat 1993, Domino 2001)
  • Idle hands are the devil’s playthings
  • Long Before
  • I tried to stay healthy for you
  • The cellar song
  • (I was drunk at the) Pulpit
  • There is no one that will take care of you
  • O lord are you in need
  • Merida
  • King me
  • I had a good mother and father
  • Riding
  • Paul

There Is No-One What Will Take Care Of You, by Palace Brothers (Usa: Drag City 1993, Europa: Big Cat 1993, Domino 2001)

di Antonio Puglia

È il 1993: la scena alternativa americana sta vivendo un momento di particolare splendore. Subito dopo gli scossoni epocali del grunge, e la paurosa scollatura tra indie e mainstream che ne è derivata, nel circuito indipendente impazza fiera la tendenza del lo-fi, una musica immediata e formalmente poco curata, manifesto di rivalsa e indipendenza verso il music business, e, quasi inevitabilmente, culla di talenti che segneranno un decennio.
Pavement, Lou Barlow e i suoi Sebadoh, Royal Trux, Silver Jews, Beck (di lì a poco un fenomeno da MTV) sono tra i protagonisti più noti di questo nuovo panorama musicale. Accanto a questa tendenza, da un punto di vista stilistico-formale sta prendendo piega un approccio compositivo ed esecutivo votato alla destrutturazione della forma canzone e a un minimalismo di matrice post-punk, ricco di pathos e di espressività: è il cosiddetto Post Rock, che si sta evolvendo sulla scia di un album uscito in sordina nel 1991 e oggi considerato all’unanimità un lavoro epocale, Spiderland (Slint). Nell’orbita di questo quartetto di Louisville, Kentucky, gravita il nostro Will Oldham che, dopo alcune esperienze come attore, ha da poco intrapreso una carriera da musicista, prima nei Box of Chocolate e poi nei Sundowners.
Dopo la pubblicazione del 45 giri Ohio river boat song per la storica Drag City, l'esordio full lenght a nome Palace Brothers è già un piccolo classico di songwriting: nel rocambolesco marasma a bassa fedeltà delle uscite ad esso contemporanee, tra rigurgiti punk, hardcore, wave e garage, There is no one that will take care of you propone un cantautorato fedele alla lezione di grandi maestri come Fahey, Young, Dylan e Drake, in un crocevia musicale tra le tendenze in atto. È infatti già chiaro da questa prima prova come il giovane autore riesca, quasi magicamente, a restituire alla country-music la sacralità dei grandi padri, in un crocevia musicale tra folk, post, e country (aprendo di conseguenza la strada a musicisti come Cat Power e Califone).
Facendo uso dei mezzi espressivi del suo tempo, Oldham non opera, come sarebbe lecito pensare, una frattura netta con la tradizione, ma traccia, tramite l’estetica lo-fi, una linea di continuità col presente, che all’ascolto appare del tutto naturale. C’è un filo sottile che lega le esili ballate dei Palace Brothers (ovvero Will, coadiuvato dai fratelli Ned e Paul e dagli ex-Slint David Pajo e Brian McMahan) all’illustre passato del folk americano.
Le storie tristi, oscure e maledette dei troubadours, gli ancestrali cantori della Vecchia America (da Guthrie a Cash, giusto per citarne due), rivivono in questo disco drammatico, fatto di cantilene, melodie sul filo della stonatura, atmosfere fuori dal tempo. Il cuore dell’America rurale batte e sanguina sotto la veste scarna di queste ballate folk; nelle chitarre scordate e la vocalità incerta di King me, nelle suggestioni western guidate dal banjo della corale Idle hands are the devil’s playthings, nella lunga nenia di Long Before, nella ninnananna waltz di O Paul, nel canto da hobo di (I was drunk at the) Pulpit, nella spettrale atmosfera evocata dall’organo della title track (l’episodio forse più vicino a un certo lirismo younghiano) ci sono già gli elementi chiave che faranno di Will Oldham uno dei più grandi e interessanti cantautori americani del nostro tempo. (6.5/10)

Dai Palace al Principe Billy (1994 – 2001)

di Maurizio Marino
Copertina: Days In The Wake, by Palace Brothers (Usa: Drag City 1994, Europa: Domino. Originariamente intitolato “Palace Brothers”)

Persino più ombroso ed impenetrabile rispetto all’esordio, Days In The Wake (Drag City, Domino 1994) scivola in continuazione dalle atmosfere acustiche di matrice country-folk alle asperità lo-fi, mentre dal punto di vista lirico si assiste ad un ulteriore incremento della visionarietà, che rende quasi incomprensibili brani quali Pushkin o Whither Thou Goest. Al tempo stesso, però, la comunicativa semplice di I Send My Love To You e All Is Grace come l’ironico ritratto semi-autobiografico I Am A Cinematographer sembrano suggerire timide aperture verso temi meno angosciosi.(6.0/10) Primo disco di svolta nella carriera di Oldham, Viva Last Blues(Usa: Drag City 1995, Europa: Domino) esce a nome Palace Music e vede una backing-band quasi completamente rinnovata, che ha ora i propri punti di forza nelle chitarre di Bryan Rich, nel piano di Liam Hayes e nella batteria di Jason Loewenstein (Sebadoh). Il cambio è evidente fin dal primo brano, More Brother Rides: le strutture delle canzoni si colorano di venature jazz e blues e i testi – a tratti ancora visionari – sembrano preludere a una flebile luce d’ottimismo. The Brute Choir, Tonight’s Decision (And Hereafter) e New Partner rientrano subito tra gli immancabili delle esibizioni live dei Palace, e l’album vende discretamente elevando il nome di Oldham anche al di sopra del circuito indie. (7.0/10)

Copertina: Arise Therefore, by Palace

Nuovamente rivolto verso l’oscurità, Arise Therefore(Usa: Drag City 1996, Europa: Domino) è il capitolo conclusivo della prima parte della carriera di Oldham, ed il canto del cigno del moniker mutante Palace. Da segnalare, oltre alla produzione di Steve Albini e alla presenza al piano e all’organo di David Grubbs, che conferiscono al disco una connotazione che potremmo definire vagamente post, la presenza di una manciata di brani memorabili quali Stablemate, Kid Of Harith, Give Me Children. (7.0/10) Tentando di fare ordine nella moltitudine di canzoni sparse tra mini-album, 7, demo, compilation nel corso di quattro anni di musica, Oldham dà alle stampe Lost Blues And Other Songs (Usa: Drag City 1997, Europa: Domino), un’antologia sorprendentemente coesa che ha le proprie vette in brani quali Trudy Dies, Little Blue Eyes,West Palm Beach, Gulf Shores. Una sorta di cronistoria personale, dunque, che segna le tappe di un’evoluzione che dalla semplice rilettura del folk appalachiano ha portato Oldham a conseguire una personalità autoriale di tutto rispetto. (7.0/10)

Copertina: Joya, by Will Oldham (Usa: Drag City 1997, Europa: Domino)

Prima uscita discografica pubblicata con il proprio nome di battesimo, Joya (Usa: Drag City 1997, Europa: Domino)è uno degli album della maturità di Oldham. Influenzato dal punto di vista musicale come da quello lirico dal classicismo di Dylan e Young, Joya – che vede anche un cameo di Dave Berman / Silver Jews – fa un passo avanti in direzione della canzone d’autore propriamente detta, e anticipa i temi di I See A Darkness in brani quali Antagonism, Open Your Heart e Apocalypse, No!. Le storie prendono il posto delle impressioni fugaci, nuove tematiche ricorrenti quali l’amore, la famiglia e la religione occupano i ruoli protagonistici: qualcosa in Oldham sta cambiando… (7.0/10) E infatti il disco-capolavoro arriva quasi di soppiatto, ed è intitolato a Bonnie Prince Billy, ennesima incarnazione di un artista che ha fatto del trasformismo una costante. Compimento definitivo del percorso verso una maggiore riflessività che sembrava caratterizzare gli ultimi album, I See A Darkness (Usa: Drag City 1999, Europa: Domino) è un viaggio splendido ed impressionante al tempo stesso nella solitudine umana.

Copertina: I See A Darkness by Bonnie Prince Billie(Usa: Drag City 1999, Europa: Domino)

Sentimenti atavici come l’amicizia (la title track: Well I hope that someday, buddy / we have peace in our lives / together or apart / alone or with our wives / that we can stop our whoring / and pull the smiles inside), la morte (Death To Everyone: Cause buddy I’m not / afraid to die / cause life is long / and it’s tremendous), la nascita (Song For The New Breed: Inside of me / something is growing / something is glowing / something is showing), la depressione (Black: Black you are my enemy / and I cannot get close to thee / our life is ruled by enmity / and I can’t weaken that / the only way that I can see / is to hold you close to me / to love you for it’s meant to be / I weaken your attack) vengono scandagliati nel profondo, con un’analisi introspettiva che sfiora l’iperrealismo. Le parole di Oldham feriscono e lavorano dentro per lungo tempo: la tradizione cantautoriale del lato oscuro si arricchisce di un altro nome fondamentale, degno erede dei Drake, dei Cohen, dei Johnny Cash (che non a caso vorrà reinterpretare I See a Darkness insieme all’autore in un emozionante duetto nel suo American III, 2000). (8.5/10)

Copertina: Guarapero/Lost Blues 2 by Will Oldham (Usa: Drag City 2000, Europa: Domino)

Ode Music (Drag City, 2000) è un album interamente strumentale, consigliato ai soli completisti. Accompagnandosi con l’abituale chitarra acustica e con i meno convenzionali piano, organo e samples, Oldham esegue dieci composizioni minimali ed evocative, che vanno a costituire la colonna sonora di un film dal titolo omonimo diretto da Kelly Reichardt. (6.0/10) Continuazione di Lost Blues, Guarapero (Usa: Drag City 2000, Europa: Domino) raccoglie altri 16 episodi pescati tra singoli e rarità. Meno omogeneo del suo predecessore, l’album non manca però di incuriosire grazie alla rilettura di una poesia di DH Lawrence (The Risen Lord) e alle cover di Ac/Dc (Big Balls) e Lynyrd Skynyrd (Every Mother’s Son). Tra i brani originali spiccano invece l’omaggio a Phil Ochs Gezundheit e le struggenti Patience e Take However Long You Want. (6.5/10)

Copertina: Ease Down The Road, by Bonnie Prince Billy(Usa: Drag City 2001, Europa: Domino)

Ease Down The Road (Usa: Drag City 2001, Europa: Domino), secondo disco uscito a nome Bonnie Prince Billy, è forse l’album più classico della lunga carriera di Oldham. Profondamente influenzato dal cantautorato country-folk dei sixties, compie un deciso tuffo nel passato e mira a recuperare la comunicativa diretta della ballata. Il risultato sono 12 semplici, delicate, sincere canzoni d’amore e di passione che aprono lo sguardo su un paesaggio dell’anima ancora meditativo ma senz’altro più assolato che in tante altre occasioni precedenti. E se singalong quali Just To See My Holly Home e Grand Dark Feeling Of Emptiness – dove vengono nuovamente fuori, quasi compenetrandosi, i temi dell’alienazione e della famiglia – riescono ad evocare lo spirito dei canti corali del folk d’un tempo, le emozioni più profonde sono suggerite da May It Always Be (If you love me, and I’m weak / then weaker you must love me more / to re-enforce what’s also strong / and all the love we have in store) e After I Made Love To You (Eloquent, I soon retire / to nothing else I may aspire / after I’ve made love to you), probabilmente le due più affascinanti love songs firmate da Oldham. (8.0/10)

Copertina: MAster And Everyone
  • The Way
  • Ain't You Wealthy, Ain't You Wise?
  • Master and Everyone
  • Wolf Among Wolves
  • Joy and Jubilee
  • Maundering
  • Lessons from What's Poor
  • Even If Love
  • Three Questions
  • Hard Life

Bonnie Prince Billy - Master And Everyone (Drag City, 2003))

di Stefano Solventi

Infallibile, inqualificabile, scontroso e affascinante, è arrivato: il primo grande album del 2003, poco più di mezz'ora di musica fuori dal tempo che cavalca la spuma del tempo, leggera e impassibile come un sughero sulle onde, ma sapiente delle profondità, di quanta dolcezza occorra al dolore e di quanto dolore attraversi in ogni istante la vita (la mente va un po' ai Fairport Convention più eterei e un po' al Neil Young acustico di On The Beach). Ed è infatti un disco sulla difficoltà dei sentimenti, sull'inevitabilità della solitudine, seppure suoni come il più disteso e seducente dei tre licenziati da Oldham con la ragione sociale del 'Principe' Billy. Ma questo non vi inganni: è solo che stavolta la consueta nudità formale (cui la produzione del "Lambchop" Mark Nevers regala una struggente fragranza) cerca conforto simulando quiete (enunciata fin dall'iniziale The Way, con quella dolcissima danza d'archi e l'accorato baluginare dell'organo) e spandendo tenerezza (vedi il palpitante duetto con Marty Slayton in Ain't You Wealthy, Ain't You Wise? all'ombra di un organo lieve), salvo poi - che vi credevate? - riservarci il consueto retrogusto di atroce mestizia (come nell'altro duetto Maundering) quando non la granulosità disarmante del pessimismo più nero (Wolf Among Wolves, in cui lo scabro velluto della voce si assottiglia in un falsetto incorporeo prima di decollare su un altrettanto impalpabile refolo sintetico).
E' un linguaggio fatto di segni appena percepibili che si caricano d'incisività abbacinante, come la suola che spesso sentiamo battere il tempo sul pavimento, o come quando in Even If Love (uno dei pezzi più cupamente bluesy mai partoriti da Oldham) le corde propalano un tremito d'ali sfregate e le basse frequenze sono la polpa stessa dell'inquietudine, o come quel synth quasi invisibile a cui la fragile melodia della title track si appoggia come a cercare riparo, oppure il vorticare angoscioso da cui sembra precipitare la trepida palpitazione di Joy And Jubile e, o infine la traccia vocale raddoppiata ed effettata in Three Questions, quello spaesamento insidioso che trova pace nella frugale epifania dell'organo a pompa… Insomma, c'è l'abilità quasi sovrumana di afferrare con le mani nude la radice stessa del malanimo risalendo le vene della tradizione con un gesto solo e naturalissimo, avocando una contemporaneità tagliente nel momento stesso in cui si chiama fuori da qualsivoglia "tendenza" (niente di più lontano infatti dalle esangui levità dell'ormai trapassato NAM) per cavare energia e senso dal farsi stesso - anche dalla "sporcizia" - del suono. Senza mai per questo perdere la tipica irrequietezza del cultore intransigente di sé, della propria sensibilità capillare e spietata, e perciò pietosamente consapevole del procedere intimo delle cose. Nessuno stupore quindi che la solitudine periferica annidata nella conclusiva Hard Life sappia farsi repentinamente universale, appena il tempo di lacerare le distanze con un bridge ascendente di corde accese e la voce affilata in una notte di dolore, dopodiché non ci sono più barriere, e il nostro cuore è il suo cuore, e nient'altro. (8.0/10)

Copertina: Seafarers Music by Will Oldham (EP, Drag City, 2004)
  • Sapele
  • Lars
  • Bogo
  • Emmanuel

Seafarers Music by Will Oldham (EP, Drag City, 2004)

di Stefano Solventi

A distanza di un anno più o meno esatto dall’eccellente Master And Everyone, Will Oldham torna e batte due colpi al portone. Due lavori diversi, diversissime le finalità, identica la vicinanza al cuore della questione. Quel rivangare pulsioni e storie e immagini, quel tastare sul polso del presente un battito antico e senza fine.

Il primo è un ep di quattro tracce strumentali – quasi solo chitarra acustica, spunta appena un brusio di basso e un’evanescenza di synth - concepito quale soundtrack per un documentario antropologico di Jason Massot. Arpeggi tra il sanguigno e lo spettrale, al limite del drakeiano (nel senso di Nick), sospesi in un soffio caldo. Temi reiterati fino al bordo dell’ossessione, impossibili da consumare perché nati già impalpabili. Sguardi rapiti nella densità di luce rappresa, il fruscio della vita nella dimensione accanto, tanto vicina da sfuggire, tanto silenziosa da suonare irreale.

Lo stile di Oldham è strano e austero, come se giocasse a dissimulare irrequietezze domate a fatica, che si rivelano nelle improvvise vibrazioni, tanto più toccanti quanto più sgraziate, tanto più attuali quanto meno afferrabili. Un John Fahey prosciugato di riverberi e fantasmi, il Jim O’Rourke di Bad Timing panato di polvere e disincanto. Lunghe (o sembrano solo tali?) progressioni attraverso modalità di scoperta esistenziale, un tedio avvolgente, ipnotico, dilettevole.

Ottimo da mandare in loop nei momenti di scissione psico fisica, quando pulsioni e impegni raggiungono uno stallo sognante o magari sei in strada e non è così male dimenticarsi per dove.

Copertina: Bonnie Prince Billy sings Greatest Palace Music (Drag City, 23 marzo 2004)
  • New Partner
  • Ohio River Boat Song
  • Gulf Shores
  • You Will Miss Me When I Burn
  • The Brute Choir
  • I Send My Love To You
  • More Brother Rides
  • Agnes, Queen Of Sorrow
  • Viva Ultra
  • Pushkin
  • Horses
  • Riding
  • West Palm Beach
  • No More Workhorse Blues
  • I Am A Cinematographer

Bonnie Prince Billy Sings Greatest Palace Music (Drag City, 23 marzo 2004)

di Stefano Solventi

Con Sings Greatest Palace Music – prodotto da Mark Nevers dei Lambchop - invece il buon Will si cela dietro al suo moniker preferito (e forse definitivo), come sembra suggerire anche il gesto stesso che dà la stura al disco, cioè un tornare sul luogo del delitto Palace/Palace Brothers e riappropriarsi di questo manipolo di canzoni, come a rivendicare per esse e per sé una calligrafia più brillante ma non meno intensa. Così se da un lato le canzoni ne risultano corroborate e non poco, allo stesso tempo anche il Principe Billy è costretto a rimettersi in discussione, a spostarsi ulteriormente offrendo un altro profilo ad un altro taglio di luce.

Difatti, se il precedente Master And Everyone sembrava un crudo rimuginare sotto la veranda in mezzo a un mondo desolato, raso al suolo da pulsioni profonde di morte e perdizione, questi quindici pezzi sembrano accendersi in un granaio guarnito a festa, indossano la luce tiepida del tramonto, spalmano di fragranze (f)estive il dolore che comunque cova ma tanto vale scenderci a patti, tanto vale ballarci sopra una danza di vita.

Smussati gli spigoli, sedata la nevrosi destrutturante, ispessiti gli argini melodici, vivide orchestrazioni country-rock trasfigurano le sembianze spoglie (soprattutto quelle contenute nel tremebondo Days In The Wake) e insidiose delle versioni originali: il fiddle, il piano, la steel guitar, il mandolino, ma anche comparsate di ottoni (e trombone in I’m A Cinematographer) fino allo strisciante sax di Pushkin e a quello clamoroso della quasi irriconoscibile Viva Ultra. Un armamentario classicissimo, datato sotto tutti gli aspetti eppure capace di suonare fresco, dinamico, addirittura urgente.

Il segreto credo sia nella capacità di Oldham di giocare con modelli e archetipi senza alcuna soggezione, col piglio di chi sa l’ampiezza e le implicazioni del gioco, di chi misura il tempo nella lunghezza delle prospettive, immerso nel loro sapore fugace, di chi sa il modo con cui ogni palpito anche il più intimo è simbolo e riflesso di conflitti universali.

Molto di tutto questo è nella sua voce, in quel prodigarsi duttile seppure malfermo (l’incerto caracollare sui registri più bassi, lo sfilacciarsi su quelli alti fin quasi a strozzarsi, l’impagabile tremore dei vocalizzi), evidentemente consapevole della modestia dei mezzi eppure non potesse rinunciare, perché niente come la propria può essere la voce dei propri travagli.

Inutile sottolineare la bellezza dei pezzi, che del resto qui raccolti restituiscono di schianto la straordinaria statura autoriale di Oldham, per quanto antecedenti il trittico di capolavori della maturità. Quanto a me, è stato come soffiare sull’antico debole per Horses (cavalcata sul limitare del destino in diretta da Lost Blues), You Will Miss Me When I Burn (cinismo indolenzito e vibrante che non sarebbe sfigurato in Ease Down The Road, ma era in Days In The Wake) e le struggenti Agnes, Queen Of Sorrow (in duetto con Marty Slayton, l’originale è in Hope) e New Partner (melodramma amaro in salsa valzer, da Viva Last Blues).

Per il resto, vale quanto detto per l’ultimo buon Grant Lee Phillips: sarebbero bastate poche righe, il minimo per chiarire che trattasi di un gran disco di country rock. Per nulla a disagio nell’attualità, come capita ad ogni lavoro che si aggira dalle parti dei classici. (7.5/10)

Copertina:  Bonnie Prince Billy & Matt Sweeney - Superwolf (Domino, 2005)
  • My Home is the Sea
  • Beast for Thee
  • What Are You?
  • Goat and Ram
  • Lift Us Up
  • Rudy Foolish
  • Bed is for Sleeping
  • Only Someone Running
  • Death In The Sea
  • Blood Embrace
  • I Gave You

Bonnie Prince Billy & Matt Sweeney - Superwolf (Domino, 2005)

di Stefano Solventi

Matt Sweeney è un tipo un po’ particolare. Discretamente talentuoso con la sei corde, la fama di genialoide irregolare, attivo con gli Skunk sul finire degli ottanta. Ha lavorato tra gli altri con Cat Power e Guided By Voices, ma le principali attenzioni del circus se l’è guadagnate partecipando alla fugace e controversa avventura corganiana targata Zwan. Deve altresì alla sua antica attività di leader dei Chavez (band dedita ad una specie di folk-wave con voglia d’essere qualcos’altro, più o meno a metà dei nineties) l’amicizia con Will Oldham, ovvero il caro Bonnie Prince Billy che non vi sto certo a presentare.
Will suonò infatti coi Chavez ai bei tempi che furono, mantenendosi poi in buoni rapporti con Matt il mattacchione: si vede che era tempo che le loro strade si rincontrassero, di tornare ad unire forze e ingegni per questo Superwolf. Il quale, per mood, intensità e – massì – qualità, segna un ulteriore bel colpo nella carriera di Oldham. Cioè: è un gran disco.
Se qualche dubbio sorgeva circa l’effettiva compatibilità tra la tecnica “iridescente” di Sweeney e l’ombrosa fibra di BPB, già l’iniziale My home is the sea basta a liquefarli. Con la sua aria da preghiera elettrica, il sussurro che diventa bagliore, la titubanza che tuona d’impeto, col suo procedere a conati, l’anima piena e la terra che si scioglie sotto ai piedi: è una danza ubriaca sul filo, sogni da una parte e desolazione dall’altra, il cuore gonfio e una muta tempesta di pensieri.
Trattasi di uno dei due pezzi in scaletta dove viene percossa la pelle dei tamburi, l'altro è Goat and ram (inizialmente funerea finché l’irrequietezza non deflagra lancinante come un grido di battaglia pellerossa). Sono senz’altro i momenti più energici, sfiorando addirittura il piglio hard nella quadratura delle pennate, ma è un’energia comunque “nuda”, il sound si snoda senza contorno, la batteria e il basso non innescano alcun automatismo rockista, i volumi erompono e si spengono in una specie di vuoto pneumatico, sottolineando il potenziale evocativo, la flagranza sconcertante, la nuda presenza del suono.
Il resto è un susseguirsi di ballate folk-blues sparse, sconsolate, più o meno elettriche, chitarre e voce più vaghi sfarfallii di spazzole e sfumature d’organo. Un dolciastro spalancarsi di melodie, fragilità e brume in agguato (la filastrocca adagiata su un tappeto di rimbombi e piatti polverosi di Rudy foolish, la bella Lift us up, con un prezioso assolo di Sweeney, bravo anche ad intervenire nel canto dell’ansiosa What are you?).
É come se la tradizione mutante degli Stills e dei Parsons traslasse nell'attuale jungla opponendo una flemma atavica alla nevrastenia deragliante, mormorando formule antiche come se fossero inedite, giocando una partita magari ingenua, però vincendola proprio per questo (il folk acustico fischiettato in bilico tra bene e male di Only someone running, quello in equilibrio tra disincanto e serenità di Bed is for sleeping, quello colto al crocicchio tra sogno e dolore in Death in the sea, con il coretto impagabilmente storto, la chitarra che cova un arpeggio inquieto, il palpitante baluginio di un campanellino).
A tratti il sapore acquista una fragranza narrativa degna di certo Cat Stevens (ad esempio in I gave you, la caligine psych dell’organo, la voce da lupo scorticato, ammansito da qualche sconfitta di troppo), ma se c’è un tesoro nascosto in queste tracce va cercato nella trepida fragilità degli orditi, tra i ricami liquidi di corde, nell’energia trattenuta, nella dolcezza apprensiva, nel gusto per il suono mentre si fa suono, per il rumore attorno al farsi stesso del suono (il fruscio delle dita sulle corde, il cincischio del piede sul pavimento). Come in Beast for three, e basti il modo in cui quello spiffero d’organo sullo sfondo sa trasmettere il suo oceano di mestizia.
Caratteristiche che non abdicano certo in quello che possiamo considerare il piatto forte del programma, la lunga Blood embrace (che, salvo sviste, con i suoi quasi otto minuti è la canzone più lunga nel repertorio di Oldham): trattasi d’un blues scivoloso, sospeso, estatico, un crescendo di tensione che non raggiunge mai l’apice, ti destabilizza con quel suo incedere sul punto di qualcosa finché non implode nell’apparizione di un dialogo tra un uomo e una donna, distanze e intimità al capolinea, sbocco di memoria e sibilo d’archi. Sipario.
Chapeau, come di consueto, per Will Oldham. Uno invece tanto imprevisto quanto meritato per Sweeney: scommessa vinta, riprovateci. (7.2/10)

Copertina: Bonnie "Prince" Billie - Summer In The Southeast (Sea Note/Wide, ottobre 2005)
  • Master and Everyone
  • Pushkin
  • Blokbuster
  • Wolf Among Wolves
  • May It Always Be
  • Break of Day
  • Sucker's Evening
  • Nomadic Revery
  • I See a Darkness
  • O Let It Be
  • Beast for Thee
  • Death to Everyone
  • Even If Love
  • I Send My Love to You
  • Take However Long You Want
  • Madeleine Mary
  • Ease Down the Road

Bonnie "Prince" Billie - Summer In The Southeast (Sea Note / Wide, ottobre 2005)

di Stefano Solventi

Un attimo di sconcerto: il vecchio Will s’è beccato il virus. Le conseguenze sono micidiali: chiusura della vena e via con la rivisitazione ad libitum del campionario (di norma il proprio, se occorre anche quello altrui). Pare che ne siano particolarmente colpiti i post-dylaniani, specie quelli con la barba da patriarchi e la solennità nel taschino. Da noi ha fatto clamore il caso De Gregori, che dopo oltre un quindicennio ancora stenta ad uscirne (è lecito dubitare che ce la faccia). E il principe Billie? Prima ci spiazza con un “best of” in chiave Nashville (il buon Sings Greatest Palace Music dello scorso anno), e oggi raddoppia con la qui presente antologia live. Tutto ciò nell’imminenza della pubblicazione di un disco di cover assieme ai Tortoise. Cosa pensare, dunque? Davvero quella splendida, dolente vena si sta otturando?

Boh. Intanto, però, c’è questo Summer In The Southeast, dove ben 17 titoli - dal periodo Palace fino alle più recenti uscite in solitario – vengono letteralmente sbattuti sul palco a far vedere ciò che possono (ancora). Ovvero, la dimensione live permea, preme ai bordi, forza le strutture, trasfigura: prendete all’uopo una Break Of Day o una Ease Down The Road, felicemente strigliate da un vivido piglio folk-psych (quasi come certe cosine dei Grateful Dead meno visionari), o l’iniziale Master And Everyone, dove gli scheletri sono sparpagliati da una febbre acida che rammenta certe minimali scorribande Velvet Undeground. I tremolii, il cincischio country rock, quel caracollare come una trottola sul punto di fermarsi, gli incanti e i disincanti intossicati: c’è tutto quello che ci saremmo attesi, ma c’è anche un brusco fare i conti con gli spigoli, la polvere, l’elettricità, il tirarsi l’un l’altro che s’innesca sui ogni palco seminato a rock.

Quindi è uno sgomitare contro i limiti e le limitazioni, un cavalcare le immancabili avversità, il tentativo di domare il flusso imbizzarrito, riuscendoci in fin dei conti malgrado tutte le sbavature, riuscendoci alla luce di una franchezza disarmante che fa palpitare Beast For Three e Take However Long You Want di quel poco che è loro richiesto, che annega la solennità di Pushkin o la storta allegria di Send My Love To You nell’ubriacatura del viaggiare (e di qualche bicchiere di scotch). Una franchezza che non prevede virtuosismi né contempla fedeltà, non levigatezze né zampillii cristallini, ma solo di regolare al massimo ogni questione, con la calligrafia – se non con la competenza – che nessun altro possiede. Che nessun altro possiede.

Godetevi dunque una Wolf Among Wolves che sembra inzuppata nelle onde di una sperduta spiaggia younghiana, una Death For Everyone inturgidita di watt, una Madeleine Mary dal cuore nero e sanguinante come un Jason Molina d’annata, una O Let It Be che gironzola tra Crazy Horse, Nirvana e allucinazioni The Doors, e ovviamente una I See A Darkness che procede come un tronco cavo da incendiarsi lungo il cammino. Insomma, l’avrete capito: scherzavamo. Nessun virus per Will Oldham. Solo un’altra delle sue. Fatta piuttosto bene, anche questa. (6.7/10)

Copertina: Bonnie "Prince" Billie - Summer In The Southeast (Sea Note/Wide, ottobre 2005)
  • Love Comes To Me
  • Strange Form Of Life
  • Wai
  • Cursed Sleep
  • No Bad News
  • Cold & Wet
  • Big Friday
  • Lay And Love
  • The Seedling
  • Then The Letting Go
  • God's Small Song
  • I Called You Back

Bonnie Prince Billy – The Letting Go (Domino / Self, settembre 2006)

di Stefano Solventi

Dopo le scorribande nashvilliane e le elucubrazioni pseudo-psych, Will Oldham torna ad accamparsi nel front-porch con vista sull'abisso. Però, siccome è un tipo sensibile e accorto, sa di avere sparato cartucce irripetibili ai tempi di I See A Darkness, May It Always Be o Wolf Among Wolves. Ragion per cui ha pensato bene di avvalersi dei servigi d'un druido islandese (il produttore Valgeir Sigurdsson, già al lavoro - inevitabilmente - con Bjork) e di una ninfa neogotica (Dawn McCarthy, straordinaria vocalist dei Faun Fables) per scompaginare le coordinate, per dirottare il punto focale dalle parti del folk progressivo, crocicchio di visioni e tradizioni come non spiacerebbe – per dire - ad un Joe Boyd.

Operazione rischiosa, perché poteva uscirne un ibrido improbabile, accartocciato in un barocchismo fumoso. Invece, i vocalizzi di Dawn e le trepide volute degli archi intervengono con trasporto e misura sulle trame folk, le straniano d'evanescenza avant senza gambizzarne la naturalezza. Ascolti e ti sembra di stare ancora lì, proprio lì, sotto al famoso front porch. Ma l’orizzonte è un gioco di fotogrammi sovrapposti: ologrammi di pomeriggi lattiginosi a Tanworth-In-Arden, fiabesche distese nordeuropee nel baluginìo dell’ultimo sole, palpiti notturni nel ventre di antiche inquietudini, soffici fantasmi di un archetipo futuro. La strada, il destino, Dio, la frontiera, la morte, l’amore. Le solite cose (?).

E' una collezione di ballads friabili e intense, col cuore spremuto tra caute contrapposizioni – la concretezza strascicata di Will e la mesmerica grazia di Dawn nel call and response della title track, le brume alcoliche Lanegan e l'estatico indolenzimento Drake in Cursed Sleep - oppure lasciato scivolare su misteriosi piani inclinati, vedi l'apprensione che satura il passo valzer di Strange Form Of Life o il torvo caracollare di The Seedling, squarciato da folate d'archi e cori lancinanti. L'Oldham compositore offre il meglio di sé nelle situazioni meno complesse, come nella ballatina a due voci di Lay And Love - tesa e dolciastra come un sentimento affilato - e soprattutto in quella I Called You Back che impasta meraviglia e desolazione, slide miagolanti e mormorio di tromba, tomografia di un dolore risolto, consolato dal proprio stesso esistere. Chiude tra falsi movimenti e fruscii Sparklehorse una ghost-track luminosa e letargica, degno sigillo di un lavoro che è probabilmente quanto di meglio potessimo attenderci dal caro vecchio principe Billy. (7.1/10)

Live: Bonnie Prince Billy - Teatro Masini, Faenza (28 aprile 2007)

di Linda Maldini

Finalmente è giunta l’ora del teatro - grazioso e gremito - per vedere Will Oldham. Un’occasione come poche per apprezzare uno dei miti del folk degli ultimi anni (facciamo tanti anni). L’inizio del concerto è inusuale, infatti sulle parole di ringraziamento e presentazione delle successive date di Strade Blu da parte degli organizzatori, dietro al sipario ancora chiuso si sente una chitarra che inizia a suonale le note di I See A Darkness, poi arriva la voce che sussurra appena… “Well you’re my friend…”Come dire, il Nostro ha una gran voglia di iniziare a suonare e questo nonostante il tour pressoché infinito che lo impegna già da mesi e che gli ha causato un lieve malore a Firenze pochi giorni prima. L’apertura del sipario rivela una formazione ridotta ai minimi termini, oltre alla elettrica di Oldham il solo Alex Nielson alla batteria. Un po’ poco, ma soltanto a parole perché le due ore a seguire saranno come minimo generose. Due ore di emozioni, fatte di brani presi, stravolti e rivoluzionati, a volte non immediatamente riconoscibili. I See A Darkness appunto e The Letting Go sono gli album prediletti, ma non si tralasciano nemmeno Ease Down TheRoad e Master And Everyone senza contare altre chicche sparse dell’intero repertorio.

Le luci del teatro disegnano un Oldham spettrale, suggestivo in quanto i lineamenti già particolari del suo viso si accentuano così arricchiti di ombre. Lui pare sentirsi a proprio agio, saltellando e suonando con il fido Alex ad accompagnarlo egregiamente. Alla fine proprio il batterista chiederà al pubblico quali pezzi gradirebbe sentire e i bis durano quasi di più del concerto stesso. Generosità assoluta.

Un carisma tanto forte che Dylan viene in mente per forza. Questo non sarà stato il Newport Folk Festival o la Royal Albert Hall ove il padre di Like A Rolling Stone venne chiamato “Judas!”, ma oggi ci sono degni eredi che rendono quell’appellativo ancor più fuori luogo, quasi una bestemmia. Questo è il folk che rivive nella voce di Bonnie Prince Billy.

Copertina: Bonnie "Prince" Billie - Summer In The Southeast (Sea Note/Wide, ottobre 2005)
  • I Came To Hear The Music
  • I've Seen It All
  • Am I Demon
  • My Life
  • I'm Loving The Street
  • The Way I Am
  • Cycles
  • The World''s Greatest

Bonnie "Prince" Billy - Ask Forgiveness ( Drag City / Domino, dicembre 2007)

di Stefano Solventi

Un album di cover del buon vecchio Oldham, ovvero l'ennesima dimostrazione dell'imprendibile versatilità del personaggio. Uno che come nulla fosse si mette a pescare dal catalogo dei pezzi preferiti riposto nell'anima, un pozzo nel quale puoi trovare davvero di tutto, dai Danzig a Bjork, da Phil Ochs a R. Kelly. Di qualsivoglia canzone offre quindi una versione macerata e stagionata nel barrique vetusto, meditata sotto al front porch delle meraviglie indolenzite, insomma le incorpora nel proprio tipico linguaggio da reduce folk (o disertore rock).

Di fatto le trasfigura, imprime marchio su marchio come un fumettistico ladro di bestiame per poi - con la calma di uno al di là del bene e del male - condurre l'ammansita bestiola nel recinto dove ormai staziona una mandria-repertorio di tutto rispetto. Un po’ come faceva l’amato Cash nell’ultimo vibrante scorcio di carriera, non certo con quella placida veemenza – non ci si guadagna i galloni di Man In Black per caso - ma con una solennità sgualcita per certi versi agli antipodi, eppure in qualche modo analoga.

Nel caso specifico, questo ep lungo (o album breve) annovera episodi notevoli come l'agreste ciondolìo di My Life (un tempo di Ochs), la gravità à la Lanegan-Molina di Am I Demon (già appartenuta ai Danzig), l'angelico trasporto di I Came To Hear The Music (scaturita dalla penna di Mickey Newbury) e la rattrappita processione caveana tra vibrazioni capricciose e cori ectoplasmatici di I've Seen It All (che nella sua precedente incarnazione si fregiava delle ugole di Bjork e Thom Yorke).

Nel bel mezzo della scaletta - otto i pezzi in programma - c'è pure un inedito autografo, quella I'm Loving The Street che snocciola dinoccolato country folk in cammino verso freakerie dolciastre e sciroccate, tanto per chiarire come stanno le cose (7.0/10)

  • Easy Does It
  • You Remind Me Of Something (The Glory Goes)
  • So Everyone
  • For Every Field There's A Mole
  • (Keep Eye On) Other's Gain
  • You Want That Picture
  • Missing One
  • What's Missing Is
  • Where Is The Puzzle?
  • Lie Down In The Light
  • Willow Trees Bend
  • I'll Be Glad

Bonnie “Prince” Billy - Lie Down in the Light (Domino / Drag City, 19 maggio 2008)

di Stefano Solventi

Torna Will Oldham con la consueta inesorabile prolificità da Woody Allen del folk alternativo. E non mi riferisco tanto alle luccicose nostalgie jazz (c'è persino un clarinetto) nella serafica For Every Field There's A Mole, quanto al suo cocciuto, sistematico reiterarsi. Lui col fisico irrimediabilmente fuori ruolo, con la calligrafia sempre così uguale e sempre così diversa, questioni di aggiustamenti di rotta più o meno significativi che in qualche modo si portano dietro i retaggi delle esperienze passate, meditandone ogni volta l'organicità rispetto al mood. Così che ogni disco trasudi peculiarità rispetto a se stesso e ineffabile coerenza rispetto ad un repertorio oramai come minimo autorevole.

Nel caso di questo Lie Down In The Light, sesto album col moniker del principe Billy, è come se lo struggimento rurale di Easy Down The Road s'immischiasse coi fremiti cameristici di The Letting Go, talora screziandosi di tremori elettrici riconducibili al progetto Superwolf. Il risultato è una sorta di neo-folk revival, che in So Everyone e You Want That Picture - previo il canto aggiuntivo della brava Ashley Webber - rimanda all'implume solennità dei primi Dylan-Baez e al lirismo misterico Jefferson Airplane, toccando l'apice con l'instant classic What's Missing Is, dove la malinconia procede placida per poi schiudersi come un fiore, laddove fiddle e pedal steel sono un'anima che piange, come ben sa la formula segreta di questo druido da front porch.

Strano che una materia tanto consueta, a primo acchito addirittura risaputa, riveli tra i solchi tanti preziosi e diversi rimandi. Strano? Macché, normale che con Oldham sia così. Che cioè Where Is The Puzzle? sciorini impudenza The Who sedata da un Gram Parsons istrione, che la speziata Easy Does It si snodi agra e dinoccolata come una filigrana The Band, che Willow Trees Bend declini pensosa morbidezza folk e astrazione jazz al punto da scomodare il Mark Hollis solista, che Keep Eye On Other's Gain si sgrani come un raga di marzapane confezionato dai primi più soffici Beta Band, eccetera.

Nel suo incommensurabile piccolo, quest'uomo è un principe. E già lo sapevamo. (7.3/10)