Canzoni da cameretta, dolci cori e melodie che richiamano la generazione hippie e i suoni di Woodstock. Niente di più lontano dal folk d’anteguerra.
I Vetiver di Andy Cabic portano in giro per il mondo l’aria di San Francisco con due dischi che sanno di semplicità, intimità e dolcezza. E con un amico
particolare: Devendra Banhart.


A chi gli chiede che importanza abbia rivestito il “prewar folk” per lo sviluppo della sua musica, Andy Cabic risponde categorico: “Amo la old time music, ma posso ispirarmi a questi musicisti solo da lontano, un attimo prima di immergermi di nuovo nella mia vita, che è adesso e non cent’anni fa”. Bastano queste poche parole per capire quanto sia inutile e forzato parlare oggi di “riscoperta del folk delle origini”. Se si ascolta il primo lavoro dei Vetiver senza considerarli una sorta di ri-scopritori, si percepirà meglio la bellezza della sua semplicità. Altro che “prewar folk”: in ogni traccia dell’album si respira l’aria di San Francisco, città anomala, tanto vicina alla Sylicon Valley quanto lontana dal quel modo di pensare. Città strana per architettura e mentalità, che ha dimostrato nel tempo di essere una fucina di talenti, musicali e non.
L’intenzione di considerare i Vetiver come una sorta di folkloristica avanguardia s'infrange sulle note sognanti e psichedeliche di Father On e On A Nerve, sulla dolcezza cullante di Without A Song e Belles, sugli arrangiamenti simil-cameristici di Luna Sea o sull’arpa di Joanna Newsom che in Amerilie s'intreccia con il violoncello e la chitarra acustica. Atmosfere che richiamano gli ultimi anni Sessanta, unite a una vena “pop” tutt’altro che banale, che fa da cornice a un sound interamente acustico.
La dolce voce di Cabic, talvolta accompagnata da quella tagliente e sarcastica di Devendra Banhart, il violino di Jim Gaylord e il violoncello di Alissa Anderson danno vita a una musica il cui precedente storico, a volergliene proprio associare uno, potrebbe essere la Woodstock generation, con la sua ricerca di essenzialità. Cabic, ideatore principale del progetto, si è avvalso dell’apporto di numerosi ospiti, tra i quali Hope Sandoval alla voce in Angel’s share e Colm O’ Ciosoig, il batterista dei My Bloody Valentine, che in Luna Sea e On A Nerve accompagna con discrezione gli intrecci melodici degli altri strumenti.
Chi ascolta e giudica la musica cercando la scoperta sensazionale farebbe bene a fermarsi un istante. E ascoltare. (7.0/10)

La ricerca di semplicità e leggerezza sembra essere lo scopo primario di Andy Cabic e compagni. Questo ep (in realtà una sorta di maxi singolo, registrato per metà in casa di Cabic e per metà dal vivo) si presenta come appendice del primo lavoro in studio dello scorso anno, senza aggiungere né togliere nulla al linguaggio essenziale che ha caratterizzato la band.
Pochi fronzoli, chitarre acustiche “riempite” qua e la dagli archi e talvolta da qualche percussione e la voce dolce e malinconica di Cabic a sussurrare i testi, sono tutto ciò di cui i Vetiver hanno bisogno per la loro musica. La predilezione per l’uso di accordi “aperti” rende ancora più arioso il tutto sfiorando il mieloso, in particolare nelle due iniziali Been so long e Save me a place, che per l’accuratezza della produzione cozzano con il resto dei brani, in cui prevale un sound estremamente lo-fi. Se questi primi due brani ricalcano ancora le orme della Woodstock generation, con cori che quasi ricordano Crosby Stills Nash &Young, il resto si distacca un po’ da questo approccio per virare verso atmosfere più country (Busted richiama le melodie cantilenanti di certi Byrds). La sognante Belles, in una versione registrata alla radioWMBR, è l’unico pezzo già edito (e uno dei momenti più belli dell’album d’esordio) di questo In between, che già dal titolo potrebbe far presagire l’arrivo prossimo della seconda uscita full-lenght per il gruppo californiano. Niente di particolarmente importante, dunque.
Che lo si consideri un’appendice al passato del gruppo o un’anticipazione del futuro, poco aggiunge al già detto e non prospetta nessun cambiamento. Un’opportunità in più per chi ama farsi accarezzare dolcemente dalle melodie rassicuranti di casa Vetiver. Nient’altro. (6.0/10)

Ritornano i Vetiver di Andy Cabic. Ad intermittenza, come l’attività del suo fondatore, ormai impegnato in pianta stabile nella band di Devendra Banhart. Tornano i Vetiver e torna il passato musicale degli anni’70. A due anni di distanza dall’omonimo esordio discografico, infatti, il secondo lavoro full lenght della band americana, seppure molto diverso dal suo predecessore, si pone in linea di continuità rispetto a un approccio che strizza ancora una volta l’occhio al folk rock e alla woodstock generation.
Melodie dolci, arrangiamenti rigorosamente acustici, ma non per questo meno ricchi e curati, sempre più in contrasto con certo radicalismo lo-fi. Tra le note di To Find Me Gone si sentono risuonare echi della Band (I Know No Pardon), abbozzi di folk psichedelico (Red Lantern Girls), il country-blues-rock dei Creedence Clearwater Revival (Won’t Be Me) e riferimenti barrettiani (The Porter).
Una piccola svolta per chi apprezza e segue lo stile di Cabic, che tutto sommato, però, rimane intatto nelle sue composizioni, sempre strettamente legate alla chitarra acustica, pronta ogni volta a tessere le trame su cui vengono costruiti gli arrangiamenti. Canzoni che potrebbero benissimo essere eseguite da chitarra e tamburello, ma che spesso e volentieri vengono infarcite dagli archi, quasi sempre usati con parsimonia (cioè senza risultare pacchiani).
Dopo due album e un Ep viene da chiedersi, tirando le dovute somme, che senso abbia riesumare continuamente il famigerato sound della West Coast senza aggiungervi niente di nuovo. Eludendo la domanda si potrebbe puntare tutto sulla qualità e dire che in fin dei conti, questa musica è “fatta bene”, sia a livello compositivo che a livello esecutivo. Ma forse, caro Andy, è proprio arrivato il momento di cambiare. (6.5/10)

Che Andy Cabic, il fondatore dei Vetiver, ascoltasse da sempre musica a cavallo dei Settanta era cosa più che approvata, tanto è palese l’influenza che il folk-country uscito da quel periodo ha avuto sui suoi precedenti due album. Ma per chi avesse nutrito anche il minimo dubbio al riguardo, questo Thing Of The Past gli chiarirà subito le idee: Andy Cabic è totalmente anni Settanta-dipendente. Infatti, l’album in questione non è altro che una raccolta di cover, tutte scritte da cantautori folk-country-blues statunitensi, più o meno conosciuti, nell’arco temporale tra il 1967 e il 1973. I brani sono stati personalmente scelti da Cabic seguendo il criterio dei propri gusti personali. Gli artisti selezionati per l’occasione sono proprio quelli che più di tutti, per sua stessa ammissione, lo hanno influenzato e formato musicalmente. Ne citiamo alcuni: Hawkwind, Loudon Wainwright III, Ian Matthews, Townes Van Zandt e Michael Hurley. La rilettura del Nostro sarebbe assolutamente fedele agli originali, se non fosse per il tipico approccio vocale, dolce e intimo come una carezza, e per una essenziale limpidezza sonora che ha sempre rappresentato il suo tratto distintivo. Bellissima la rivisitazione della ballata pianistica Lon Chaney di Garland Jeffreys e quella di To Baby di Biff Rose, che per perfezione stilistica evoca addirittura i migliori Wilco.
Menomale che già dal titolo è chiaro che si tratta solamente di una cosa del passato. Speriamo che la prossima volta i Vetiver guardino al futuro. Chissà se questo tributo ai Settanta non ne rappresenti in una certa maniera un sentito congedo – riuscitissimo, dobbiamo ammettere – da certe sonorità e al prossimo album il Nostro non cambi decisamente, seppur dolorosamente, rotta? Se così fosse, allora Thing Of The Past sarebbe da considerarsi un album memorabile, ma, purtroppo, non ne siamo così fiduciosi. Che la dipendenza è dura da curare. (6.3/10)