Vert, ovvero Adam Butler, proviene tanto dalla drum’n’bass, quanto dalla classica contemporanea. Il suo range va dai Mouse On Mars al Ragtime. Attivo dal 1996 e successivamente emigrato a Colonia, ha esordito con Broken Breakbeat Bebop per la Bovinyl, per poi unirsi al carrozzone di Andy Toma e Jan St. Werner, sottoscrivendo un contratto con la tedesca Sonig, l’etichetta di Dusseldorf di cui il famoso duo è proprietario.

di Edoardo Bridda
Inghirlandato lo scorso anno con l’entusiasmante Some Beans And An Octopus, Vert è in Italia per una piccola tournée. Praticamente la prima. Il musicista garantisce brani editi e soprattutto inediti che faranno parte di un prossimo lavoro dalla data ancora da definirsi. Nel frattempo lo abbiamo preceduto via mail a suon di domande e soprattutto: il ragtime è proprio così importante? E com’è Vert dal vivo? Uno con il mac riflesso in faccia? Lui garantisce: salirò sul palco da solo ma sarà come un hip hop trio …degli anni ‘30.
L’ho prodotto da solo. Al mixer c’era Andi Toma dei Mouse On Mars che naturalmente mi ha aiutato a metterlo assieme. Sicuro. È stata una roba da diventare matti e per venirne ha capo ho applicato delle strategie. Ho cercato d’inventarmi delle regole. Giusto per darmi dei confini. Quando mi accorgevo che il lavoro prendeva una piega la facevo diventare una regola. Per dire: non ci sono cimbali di nessun tipo nel disco perché a un certo punto ho realizzato che non ne avevo mai utilizzati fin lì. Dunque quella era diventata una regola…
Tutto viene dal ragtime! Sul serio, quel genere è stato lo starting point di così tanto pop a venire! Sapevi che la musica diventò un affare commerciale proprio attraverso la vendita dei suoi spartiti? Erano tunes dell’epoca. Un meccanismo e un certo modo di pensare era nato, dunque quando poco dopo arrivò il grammofono i concetti e le strutture di cui aveva bisogno erano già state avviate. Il ragtime poi non era un genere puro, esisteva combinato in differenti modi, con il jazz e il blues principalmente. Senza queste tre forme musicali non ci sarebbe stata la pop music. Poi. Ancora. Ci sono molti paralleli tra ragtime e la musica attuale: sempre negli anni ’30 alcuni pianisti s’incontravano ad Harlem per sfidarsi. Chi era il migliore? E chi il più veloce? Proprio come accade oggi con gli show open mic dove i rapper si sfidano a colpi di rima.
Sempre rispondendo alla tua domanda: le uniche piéce al piano che ricordo sono: The Entertainer di Scott Joplin e la Gymnopedie 1 di Satie. Credo che definiscano bene la musica che faccio adesso.
Versatili? Le canzoni dovrebbero esserlo sempre. Amerei pensare che fosse possibile per la gente fare cover delle mie canzoni. Se ci pensi è un po’ triste che non ci sono cover nell’hip hop, o nella musica elettronica. È una cosa che manca. Poco prima di scambiare la mia chitarra per un sampler mi ricordo d’aver cercato di convincere la band dove suonavo di fare una cover di Aphex Twin. Poi, da solo, ho fatto cover dei Can. È successo un bel po’ di tempo fa, tuttavia sono sempre dell’idea che la musica può essere presa in uno spirito completamente diverso. E poi sono un tipo anti-generi. C’è la musica bella e quella brutta. La cosa interessante infine è che i due estremi sono in un flusso costante …in un certo senso hai ragione.
Non ho mai avuto problemi con lo humour. È un peccato che così poca gente lo faccia scivolare nelle proprie composizioni. Cosa sarebbe stato di Warhol, Beckett o Pirandello senza humour? Mi è capitato di ridere di gusto leggendo Platone. Il Köln Konzert è stato un caso particolare per i sentimenti ambigui che provavo per la sua musica. Amavo e odiavo il disco originale, ecco perché possedeva a tratti quell’approccio “staccato”. Per alcuni versi in quello consisteva la sua ironia.
C’è veramente troppo da amare tra gli anni 20’ e gli anni ’30. Prendi Good For What Ails You, una compilation di musica dei medicine shows di quel periodo che ho nel lettore in questi giorni, è fantastica. Se poi parli del songwriting, beh c’è uno special feeling quando nasce un certo modo di intendere la scrittura. E inoltre, dentro ci torvi quello stupore che oggi è completamente soppiantato dal cinismo. Non che io abbia nulla contro il cinismo, ma è importante mantenere un senso di natività e trepidazione, anche in faccia al peggiore dei destini.
Il computer è uno strumento come gli altri. A me per dire non interessa proprio la differenza tra analogico e digitale. Meglio ignorarla non credi? Prendi lo “snare”. Sarà figlio di una drum machine o è il field recording dello sbattere di una portiera di un auto? A parte per i musicisti e i musicologi, ha così importanza questa distinzione?
E’ complicato. Da una parte nessuno vuole essere così riconoscibile e catalogabile al primo ascolto. Però, d’altra parte, gosh, non vogliamo essere tutti così moderni? E lo sai, è un bel sentire …essere contemporanei. Essere qui e ora. La cosa noiosa è confondere forma e contenuto. Assumere che usando i linguaggi della contemporaneità rimuova la possibilità di dire qualcosa. Così sì, se tu musicista pensi che la formula glitch più Satie sia abbastanza. Beh allora sei nel “wrong business”. E di più: se onestamente credi di poter fare musica in questo modo pensando che gente non la riconosca come figlia di un particolare tempo o luogo, beh allora magari cominciamo a sentire un po’ l’odore dell’arroganza (Ciao Goldie sto ancora ridendo della tua definizione di Timeless come here-today-gone-tomorrow-album) o della pazzia (Ciao Moondog).
Molto importante. È incredibile come loro riescano a fare così tante cose che alla fine sono sempre riconducibili alla parola Mouse On Mars. E’ stato un affare per me sentire Iaora Tahiti. Pensare a quanto fosse possibile produrre con le electronics. Aggiungerci strumenti reali.
Prima è arrivato il piano. Ho studiato piano dall’età di sei anni. Poi per poco arrivò l’oboe. Diciamo un paio di anni. Uno strumento orribile, pure difficile da suonare. A quattordici anni ho scoperto la chitarra elettrica che poi ho suonato costantemente per sei o sette anni. Amavo collezionare i pedali della distorsione. Ne ho uno veramente bello tenuto da uno spago di non so cosa, mai scoperto di che materiale fosse. Poi mi sono scocciato anche di quella e una sera pieno di LSD l’ho scambiata in un negozio con un sampler, un computer Atari, e una drum machine. Dopo averci giocato per un paio di anni sono passato a un computer più serio. E infine sono finito a vivere in una grande casa con dentro un vecchio piano. Ho iniziato a suonare il piano again.
Ho sempre comprato PC. Sono più economici mica per altro. E poi non mi interessa… manco sono un fan dei sintetizzatori. Ho sempre utilizzato tutto quel che mi capitava, soprattutto software. Poi per la domanda più interiore parto alle volte con un sound e altre con un feeling. Altre ancora con il beat o una linea di testo, e soprattutto spesso non ne ho idea. Continuo a pigiare finché non salta fuori qualcosa di interessante.
Per il nuovo lavoro ho cercato di concentrare il mio autismo in un range limitato di strumenti. Però ho registrato con Fedor Ruskuc, Gianni Legrottaglie, e alcuni ottimi musicisti per i fiati. A dire il vero ho lavorato molto con le librerie di sample per piano. Sto facendo in modo di scrivere tutta la musica prima di far entrare i musicisti.
Non è stato possibile portare Fedor e Gianni con me per ragioni logistiche. Sarò da solo ma non ve ne pentirete spero.
(Vert sarà in tour l’11 ottobre a Codroipo-UD, il 12 A Cesena, il 13 a Faenza, il 14 a Milano)

Nine Types Of Ambiguity (Sonig, 2001), conteneva brani inconsistenti ma volgendo al termine, introduceva curiosi pattern elettro acustici, tra piano, glitch e ritmiche sghembe, elementi che avevano destato la curiosità della critica e la speranza per un lavoro maturo. Small Pieces Loosely Joined conferma questo salto di qualità, denotando un musicista più attento alle timbriche, ma ancora in cerca di una definizione precisa del proprio sound.
Pur essendo di gran lunga il suo lavoro migliore, Vert fatica a trovare il talento necessario per legare le sue intuizioni. I Always Lie è praticamente un pezzo dei Mouse On Mars con appena qualche fuzz in più; Everything From Shell, mostra maggiore originalità attraverso una marcetta immersa in scrosci di vetro (bicchieri) e rantoli di legname (alcune bacchette); benino anche The 10 Thou Sand Things, serenata per sveglie a due campane con spezie alla Fennesz; e carino anche il francesismo di 2 5 1. Tuttavia, nessuno di questi brani è in grado di andare oltre il piacevole accostamento delle timbriche, cosa che riesce finalmente in Octatone Rag, senz’altro la migliore traccia dell’album che, partendo da un ragtime suonato in un giardino giapponese, si sviluppa poi in un micro-funk jazzato, tra stridenti sonorità e improvvisazione glitch. Evidentemente, quando Butler si concede delle pause più frivole è anche in grado di convincere di più, purtroppo le pretese avant-classiche testardamente perseguite nelle successive Always Both, Sprung e soprattutto Against The Diagram Makers sono epitome della sua caparbietà e ostinazione.
Nella conclusiva Turn Right..., della durata di oltre trenta minuti, Butler introduce altresì il minimalismo di Philip Glass, svolgendo una traccia all’insegna dell’alternanza di stasi e movimento, dando così vita ad un viaggio, dai tratti sfumati, al termine della notte. La conclusione improvvisa della traccia lascia l'amaro in bocca. (6.0/10)

Chi l’avrebbe detto che Vert si sarebbe buttato sull’electroshifting con tali risultati. Proprio lui che, partito dall’accademico esperimento del Köln konzert, era approdato a una faticosa alternativa del suono Mouse On Mars farcito di classica contemporanea e piccoli fuori programma. Tra questi c’era il ragtime di Octatone Rag, un indizio di quel che sarà, una pianola da vecchio West che dava il tempo a un micro-funk smaltato di jazz. Era uno degli episodi migliori del precedente Small Pieces Loosely Joined e proprio da questa base il musicista riparte e si reinventa.
Capovolgendo il modus operandi, l’elettronica entra in un gioco di sponda, il suonato diventa prima donna e il digitale maggiordomo. E il gioco ci sta, eccome, inserendosi nel trend del momento e distinguendosi nettamente da tutti gli altri (Señor Coconut, Fs Blumm, Squarepusher, Triosk ecc.).
Ultimamente si è parlato di laptoppers che smessi i seriosi abiti della ricerca si sono buttati nel suono acustico, di gente che ha iniziato ad assoldare musicisti rimanendo dietro le quinte, oppure si è cimentata in prima persona cantando e suonando. Vert ha scelto la seconda strada: si è trasformato in eclettico à la Waits coniugato Beck, rifondandone il sound a partire dall’amore per il ritmo, prendendo spunti ma mantenendo le linee estetiche. Si parte dunque dal ragtime, il genere feticcio, da lì al musical degli anni 40, alle ballroom, ai veli jazz e persino alle confidenze Tin Pan Alley tanto amate dai Mercury Rev disertori (la riuscitissima October, la ancor più completa Yrs che parte da una base minimalista e sconfina poi in un rap di casa Anticon), il passo è breve, immediato e soprattutto naturale.
L’elettronica, si diceva, gioca di carambola, il suo uso è sornione, ironico. Un’emblematica It Is So compie lo switching dai territori più propriamente Sonig bazzicati in passato a quello d’antan: qui gangster da B-movies narrano storie spalleggiando fiati e xilofoni, mentre uno specchio d’acqua electro s’agita come olio per pistoni. Ma poi c’è molto altro: il singolone Velocity inscena un’altra di quelle micidiali basi charleston unendo clapping hands e linee di contrabbasso per un ritornello adorabilmente idiota come neanche gli Architecture In Helsinki, poi c’è il flipper ritmico e le sincopi di This One, sorta di Beck song in combutta con Andi Toma e aperture turco-circensi, e infine c’è tutto il territorio Swordfishtrombones waitsiano riscoperto e reinterpretato narrativamente con le magnifiche The Familiar Girl, Paper Wraps Stone e Words, dove legnosità e fumosità sanno di nuovi e vecchi proibizionismi, di musica vintage che più attuale non ce n’è.
Anche un brano come Step Under The Bulbshine, messo in fondo alla scaletta, avrebbe qualcosa da dire al cutting dei Matmos, come sono tantissimi i tocchi di genio dell’“elettronica tra parentesi” di Vert. Sono tutti indizi di un prodotto che non teme confronti con i propri riferimenti, soprattutto è album che s’ascolta a doppia mandata, in grado com’è d’intrattenere semplicemente come una raccolta pop. L’impressione è che Some Beans And An Octopus abbia ricoperto un mondo creandone uno nuovo. Uno dei dischi dell’anno. (7.5/10)