La storia dei Tv On The Radio nasce con un trasloco. David Andrew Sitek cambia appartamento e si trasferisce a Brooklyn, New York. Qui fa la conoscenza di Tunde Adebimpe, un omone con la voce istrionica alla Peter Gabriel e un gusto tutto suo per le immagini, che cura personalmente essendo un artista visuale. Adebimpe ha infatti un passato e un presente da attore e cineasta indipendente. La coppia si dimostra così affiatata da cominciare a lavorare insieme. I primi a beneficiare della loro creatività sono gli Yeah Yeah Yeahs. Sitek alla produzione dei dischi, Adebimpe alla realizzazione dei video. Una premiata ditta un po' sprecata se dedita soltanto a facilitare la creatività di terzi. E' così, che quasi naturalmente, il duo si tramuta in trio con l'arrivo di Kip Malone e comincia a dedicarsi a tempo pieno ad un proprio discorso musicale. La musica dei Tv On The Radio è fin da subito istronica. Un bazaar a buon mercato dove è possibile trovare di tutto.


Straniante come un manufatto imbizzarrito tra i flutti e i controflutti
della modernità, questo EP di debutto per i Tv On The Radio (notare
il senso di assurdo tecnico-storico, la sinapsi temporale inseguita anche
nella ragione sociale) colpisce per l'intensità, i cambi di umore,
la coesione, la pregnanza inafferrabile della cifra sonora che scomoda tribalismi
sintetici e bave chitarristiche, apparizioni di legni (virtuali?) e ipercinetiche
sovrapposizioni vocali, il battito crudo del drumming ed il mormorio cibernetico
delle macchine.
La voce densa e sussultante di Tunde Adebimpe - capace di falsetti inconsulti
come di profondità setose, di strozzarsi nell'eco radente - e le
inquiete scenografie cibernetiche imbastite da David Andrew Sitek sono le
strutture portanti di un suono suggestivo e impellente, misterioso e genuino,
soundtrack di evasioni per nulla innocenti, semmai consapevoli, ma pur sempre
evasioni.
Sullo sfondo, il soul, il soul, il soul, che sia quello malinconico e vibrante
della title-track (contagiata da hip-hop e psichedelia) o la sordidezza
pseudo-robotica di Blind (congerie di synth abrasivi e corde acidule come
un apocrifo Depeche Mode), mentre Staring At The Sun pulsa una distorta
danza wave infestata da corde radenti e beffardi ectoplasmi afro (splendido
il contributo della vocalist Katrina Ford).
Rimane da dire della prima traccia, ipercinetica, febbrile, compulsiva:
Satellite è il cuneo nella fessura, la chiave di accesso agli spasimi
desueti, collasso tribal-punk finito nella centrifuga con uno spiritual
arcano, Nick Cave come lo renderebbero i Blind Boys Of Alabama arrangiati
dai Cinematic Orchestra.
E' finita? No, perché la traccia nascosta ci propone uno strabiliante
sincretismo doo wop-gospel con cui riveste la cover di Mr. Grieves, già
teatrale delirio a firma Pixies che qui si consuma in un bizzarro cupo incanto.
Irresistibile biglietto da visita per una band dalle potenzialità
(forse) clamorose. Segnatevi il nome dei Tv On The Radio. (7.5/10)

Pensavo che avrebbero fatto il botto i newyorkesi Tv On The Radio, almeno
a giudicare dalleccellente ep Young Liars imbastito
lo scorso anno dal producer e multistrumentista David Andrew Sitek (implicato
nei progetti di Yeah Yeah Yeahs e !!!) e dal vocalist Tunde
Adebimpe (sorta di Roland Gift - ricordate i Fine Young Cannibals?
- folgorato da istanze electro e prog), più il piccolo grande aiuto
di una pletora d'amici della "scena" cittadina.
Scommessa perduta, ma solo in parte: se dopo un primo ascolto (facciamo due)
questo debutto su lunga distanza mi lasciava deluso come fanno le promesse
non mantenute, i successivi schiudevano la reale natura dellopera. La
deflagrazione cè ma sotto stretto controllo, incanalata lungo
strutture formali tanto inconsuete quanto ben delineate, sguardo cold-wave
lasciato scorrere su tiepidi scenari soul, funky e psichedelia ad intorbidare
digrignanti strategie progressive.
Senso d'allarme e una febbrile ironia i principali ingredienti di questo elisir lenitivo: la voce calda e guizzante spesso raddoppiata da un falsetto strinato, le tastiere in cupa escursione spaziale, ritmiche cibernetiche e ottoni da club fumoso, il baricentro tenuto sempre in bilico tra pulsioni vintage e propensione avant. E' la scia sonora di una band mutante o forse già definitivamente mutata, algidi freak della suburbia metropolitana stravolti e ravvivati dal rimbombo di catastrofi vicine e lontane, immersi in un presente frenetico, schizoide, senza abbastanza desiderio o speranza o coraggio per abbozzare uno straccio di futuro.
La prima parte del disco è squarciata da bagliori electro-funk
(quella Dreams che fa incontrare Tears For Fears, Peter
Gabriel, i Visage e il David Bowie di Ashes To Ashes),
jazz strappato a qualche giungla mentale (The Wrong Way, come dei Morphine di
ritorno da una scorribanda dark), post wave trasfigurata (quella King
Eternal che è allincirca un mambo-soul rivisto dai Joy
Division) e il bel conato dance di Staring At The Sun, più sintetica
e pulsante rispetto alla versione contenuta nel già citato ep desordio.
Con il valzer a cappella di Ambulance gospel percorso da beffardo
stridore il programma subisce un giro di boa piuttosto netto: rubricata Poppy come
bizzarra fantasia doo wop-wave (piuttosto bizzarra, poco fantasiosa), ecco
emergere il soul visionario di Dont Love You (organo doorsiano,
rodhes ombroso, ritmica zampettante, puntuti ricami di chitarra) e lestro
funkadelico di Bomb Yourself (drumming compresso, acidità volatili
di corde, vibrazioni liquide di tastiera, le paranoie radenti del canto).
Black music imbottita di psichedelia dunque, a cui la conclusiva Wear You
Out pone degno suggello imponendo il battito narcotizzato di una danza
rituale che è quasi bruma trip-hop, voce in sella ad un incanto ubriaco
vagamente Beta Band, sintetizzatore, sax e flauto a straniare la fauna,
sdilinquimento atonale che dissolve tetro.
Non mancano di fascino insomma i Tv On The Radio, anche se danno limpressione
di adagiarsi un po troppo sulle intuizioni stilistiche a scapito della
scrittura. Da cui certa aridità melodica, certa rigidezza espressiva
(se fosse voluto, pessima scelta a mio avviso). Tuttavia il loro è un
sound peculiare, uno dei pochi che riconosci subito, malgrado e attraverso
la rielaborazione del passato che lo struttura.
Lecito attendersi buone cose in futuro. La scommessa è ancora valida. (6.5/10)

Il secondo disco dei Tv On The Radio ha riprodotto, negli anfetaminici anni 2000, quella ossequiosa e trepidante attesa che ha sempre accompagnato le grandi stelle del rock. Un guazzabuglio di voci di corridoio, indiscrezioni, versioni advance mandate in rete prive di masterizzazione, senza un titolo definitivo, con l’incognita della data di uscita e la tracklist da rivedere.
A riprova che l’attesa fosse quella delle grandi occasioni e il senso di déja vu evidente, anche il cambio di etichetta. Niente più Touch&Go. Per il disco della maturità è parsa subito evidente a tutti la necessità di distribuzioni più professionali e performanti, e quindi ecco i newyorkesi targati major Interscope (sussidiaria Universal) per la distribuzione statunitense, noncuranti delle richieste provenienti dalla base, e pronti a mostrare cinica professionalità e scaltro calcolo programmatico.
E siamo dunque a Return To Cookie Mountain. Il fatidico secondo disco. “Quello della maturità”. Va subito segnata tra i pregi l’avvenuta presa di dimestichezza con i propri mezzi, con il proprio stile, che su Desperate Youth ... era ancora in fieri. Quel mostro di Frankenstein che è il suono dei Tv On The Radio, a dispetto delle sue caratteristiche meticcie è, invero, ormai riconoscibilissimo al primo secondo di ascolto. Gioca a tutto vantaggio il coacervo canoro che anima tutti i pezzi.
Kip Malone e Tunde Adebimpe nei brani più alla Bowie cantano ancora più alla Bowie; nei brani più alla Gabriel, ancora più alla Gabriel; negli scarti più gospel-soul ancora più gospel-soul. Se è vero che la regola non scritta di tutti i sequel hollywoodiani di successo è quella di aumentare esponenzialmente gli effetti, le esplosioni, le sparatorie, buon viso a cattivo gioco ed ecco Bowie, quello vero, unirsi alla banda nella calda ballata sgraziata di Province. Ma la lunga ombra del duca bianco si allunga su tutto il disco. Wolf Like Me - che si fregia, tra l'altro, del contributo di Katrina Ford dei compagni d'arme Celebration- è una specie di Suffragette City più acida per uno Ziggy Stardust negro da romanza pulp e l’iniziale I Was A Lover è l’uomo che cadde sulla terra, sprofondando in pieno ghetto hip hop.
Ma i Tv On The Radio non sono sic et simpliciter degli emulatori. Il loro approccio è quello dei ragazzini anni ‘80 che giocavano agli incastri con il cubo di Rubik. La sequenza blu è quella delle plumbee pagine new wave. Hours, complice anche Kazu dei Blonde Redhead, si muove sul passo cadenzato degli Psychedelic Furs e il coro da ululato alla luna, nella migliore tradizione britannica. E ancora la vigoria tutta punk rock di Playhouses, che pare uscita dritta dritta da un Dragnet o un Hex Enduction Hour, se ovviamente a capeggiare i Fall ci fosse stato un deadlocker nero e non Mark “denti marci” Smith.
Gli arrangiamenti sono tutti estremamente elaborati. Il battito di mani che tiene il tempo in Let The Devil In, lo scampanellio che apre le danze di A Method e l’organetto di Dirty Whirl, cose che stanno a metà tra un brano r’n’b e un outtake di Peter Gabriel. Sotto il segno di quest’ultimo si chiude tra l’altro il disco. Wash The Day Away: densa e magnetica, come le costruzioni tecno-melodiche di Us o Up.
Il disco pur nella sua ricercata varietà vive benissimo come un tutt’uno e in fase di scrittura mostra i segni del lavoro di mani ormai sapienti, seppure il déja vu, di fronte a certe armonie, emerga comunque. Ma è un peccato veniale di questi tempi. Che il post modernismo, inteso come assimilazione, rielaborazione e riproduzione di elementi, stili e idee del passato, in nuove forme, sia la prerogativa dominante dell’attuale popular music, fuor di dubbio. I Tv On The Radio ne sono l’epitome. Estremamente divertente, tra l’altro. (7.5/10)
Nonostante il concerto abbia avuto luogo in un italianissimo locale, i numerosi adepti della chiesa dei TV On The Radio, fomentati dai predicatori sul palco, hanno trasformato l’evento in un festoso rituale gospel, ballando e battendo le mani proprio come dei veri neri americani, tanto da mettere in dubbio in alcuni momenti la certezza di trovarsi ancora nel Belpaese. Il gruppo difatti, combattuto tra le due anime (entrambe “nere”) gospel e new-wave, ha puntato tutto sulla prima, trasformando le canzoni in sermoni declamati dal serafico Kip Malone e dallo scatenato Tunde Adebimpe, le cui voci purtroppo sono state penalizzate nell’acustica generale.
Sorretti da una robusta sezione ritmica, la band di David Andrew Sitek si è lanciata in una trascinante esibizione in cui era impossibile restare fermi: pezzi come Satellite, già irresistibili nella versione originale, sono stati stravolti da arrangiamenti schizofrenici e resi ancora più coinvolgenti. Anche brani come Dreams escono sconvolti da questa frenesia, caricati con crescendi vertiginosi che lasciano il pubblico esausto ma appagato. Adebimpe sembra davvero un esagitato posseduto da un ardore divino: sempre in prima linea, non resta fermo un attimo contorcendosi, dimenandosi e battendo le mani a ritmo, mentre la sua voce camaleontica ripercorre le melodie dell’ultimo disco. Di contrasto Malone rimane imperturbabile dietro la sua maschera di occhiali, barba e capelli, disturbato dall’irrequieto Sitek, saltellante come un folletto da una parte all’altra del palco, che completa il quadretto da cerimonia religiosa con un “acchiappasogni” attaccato alla paletta della sua chitarra. L’apice dell’impeto orgiastico si raggiunge con Tonight, in cui Sitek, raggiunto da alcuni roadies (già scatenati a bordo palco) alle percussioni, lancia l’intero gruppo in un’esultante furia tellurica. Ma non è solo il ritmo a fare da padrone nella serata: le cascate di chitarre shoegaze non fanno mancare nulla delle atmosfere originali, sebbene nella dimensione live non sia possibile ovviamente riprodurre tutte le raffinatezze del disco.
Una prova dal vivo inattesa, soprattutto da chi si aspettava un concerto maggiormente incentrato sugli sperimentalismi new-wave dei dischi, ma che non ha lasciato per nulla insoddisfatto il pubblico, che anzi scatenandosi sull’onda dell’euforia del gruppo è diventato parte integrante e necessaria dello show.
Tv On The Radio atto terzo. Si chiama Dear Science, come l’inizio di una lettera, con tanto di virgola, sfuggita probabilmente quando si è trattato di elaborare la grafica di copertina. Stai a vedere che però l’omissione è voluta... Inizia con Halfway Home che è un chiaro mid tempo wave pop alla loro maniera con la produzione di David Andrew Sitek in risalto come non mai. Bella, levigata, protagonista del sound, messa in evidenza a prendersi tutta l’attenzione. I Tv On The Radio avevano annunciato che questo sarebbe stato il loro disco dance e quindi la produzione si adegua. Con un’elettronica densa e spessa come mai in precedenza e i beat belli grassi delle ritmiche. Il primo brano dice già tutto insomma. La band di Brooklyn fa il proprio ingresso ufficiale nella società del pop rock con tutto lo charme che è necessario: ovvero con una gran produzione e un generale ammorbidimento, che nel loro caso significa smussare giusto quei tre o quattro angoli indie che li rendevano un po’ ruvidi.
Insomma, ci provano un po’ con il rap di Dancing Choose, ma sarà un caso, si va subito a parare dalle parti di Prince, la cui ombra gigantesca copre quasi tutto il disco. Ergo funkeggiamenti morbidissimi e rotondità sexy ma senza inquietare troppo, come nel primo singolo Golden Age o in Red Dress su cui danno la mano gli afro-funkers Antibalas. O ancora l’irresistibile Kip Malone in falsetto gay di Crying, e le ariette quasi r’n’b della pianistica Family Tree o della conclusiva Lover’s Day forte della collaborazione di Katrina Ford (Celebration). Un lavoro di fino, insomma, dove l’animalità negra viene costantemente tenuta a bada. Una cosa che farà storcere parecchi nasi. Le voci di Tunde Adebimpe e Kip Malone si adeguano ai ritmi e alle melodie, che è un po’ diverso dallo stile del passato dove era semmai tutto il contrario. Un disco furbo ma senza darlo a vedere. Patrick Bateman, il serial killer yuppie di American Psycho, andrebbe pazzo per un lavoro del genere. Cosa esce fuori da tutti quei teoremi e da quelle analisi approfondite su sane icone pop anni ’80 come Huey Lewis e Phil Collins? Pat Bateman, l’uomo che diventa fan dei Genesis a partire da Duke, “perché i dischi precedenti sono troppo intellettuali”? L’estetica di Pat Bateman è tutta edonismo e easy way of life. Dear Science risponde alle stesse leggi. Omogeneo e compatto, laddove i precedenti erano semmai troppo frammentati, ma senza eccessive punte di genio (no Staring At The Sun o Wolf Like Me stavolta).
Un lavoro pensato appositamente per garantire un ascolto piacevole, salottiero, da yuppie inserito che ti mostra la sua bella casa e tutti i suoi dischi rigorosamente in compact disc. Un disco complessivamente ben pensato, ben fatto, ben suonato, che si piace prima ancora di piacere agli altri. Dear Science, è un disco “piacione”. (7.0/10)