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Triosk

di Edoardo Bridda
Un combo australiano in equilibrio tra jazz e electro, sempre pronto a infllare stendardi canterburiani, minimalismo, ambient e drone music. In tre album una sfida latente: rifondare il sound dei Tortoise.
Triosk nel 2004

Jazz rock per il nuovo millennio

di Edoardo Bridda

Un combo australiano che suona Gil Evans e dissotterra gli stendardi canterburiani infarcendoli di kraut e immergendoli negli errori digitali; un gruppo aperto a istanze exotiche, che usa contrabbasso pensando al dub, senza dimenticare la ricerca timbrica, l'ambient e la drone music.

Pensi ai Triosk e non puoi che pensare ai Tortoise, a come la lezione del gruppo di Doug McCombs abbia ancora un’importanza capitale nella ricerca musicale in questi ambiti.

I Triosk sembrano tre late night jazzers innamorati di alcune intuizioni di Mosquito, Gamera e Tortoise: stessa propensione alla liquidità e medesimo distacco, utilizzo di loop calati in qualche smoke singal parente dei Matching Mole, oppure sfondo a percussioni free, o ancora background per minimalismi tra Reich e Glass. Dall’esordio 1 + 3 + 1 al recente The Headlight Serenades, il percorso del trio si sintetizza in un lento praticantato volto a rifondare un’esperienza incredibile, partendo più propriamente dal jazz e dal laptop. Un percorso lento e compatto che inizialmente punta tutte le fiches sul bilanciamento jazz-tronico e sulla scientifica vivisezione del sound, ma che troverà la propria via sottendendo il secondo elemento e liberando altri stilemi quali l’ambient e la lezione minimalista.

La storia dei Triosk è targata ventunesimo secolo: nel 2002 una fitta corrispondenza internet tra il trio e il musicista elettronico Jan Jelinek porta alla realizzazione di un long playing epistolare via ftp. Jelinek, fresco di contratto con la Scape Records, è l’uomo chiave in questa storia, lo starter di un’esperienza tutta contemporanea. Durante una gig a Sydney, dove presenta Loop Finding Jazz Records, un lavoro giocato su campionamenti di dischi jazz d’antan in lunghi loop spaziali (un po’ come stava facendo Atom Heart con la musica latina esattamente nello stesso periodo), riceve un demotape contenente una manciata di composizioni tra improvvisazione, basi concrete e glitch. Ne rimane entusiasta, una volta tornato in Germania propone al trio di comporre le trame elettroniche sulle quali il combo dovrà improvvisare. Il modus è istantaneo: alcuni file contenenti sample glitch e gelaterie di soffusa ambient viaggiano per la rete e, in Australia, sopra quelle tracce i Triosk improvvisano, accompagnano, suonano jazz classico e free, metafisico e dada. Infine, il tutto viene rispedito al mittente per l’assemblaggio finale, che avviene, ancora una volta, grazie a un sampler e un Mac.

1 + 3 + 1 è ambient jazz, bop music futurista, un prodotto forse più vicino ai cutting di Jelinek che all’improvvisazione digitalizzata immaginata dei Triosk (Vibes/Pulse). Ma del resto, per un combo smanioso d’apprendere e espandere i propri confini, è un compromesso più che soddisfacente e d’altro canto, quando la partnership ingrana le proprie marce come accade in Mis-Leader e Munmorah (batteria free, contrabbasso angolare, fuligini di xilofoni e piatti, piano-synth liquorosi), il tentativo di rivedere la lezione dei Tortoise attraverso uno sguardo organico-meccanico-digitale, sempre asettico ma ancor più astratto (espanso a partire dal suo lato più liquid jazz e depurato quasi del tutto del rock e dall’industrial), è senz’altro degno di nota.
Theme From Trioskinek,(falso) manifesto dell’album, mescola fraseggi circolari/minimalisti di basso e pianoforte in una marmellata di pulviscoli synth e sibili, per poi calarsi in smalti di jazz canterburiano (il synth Matching Mole, la batteria à la Dan Bitney dei Tortoise) come noir music per silver screen; Neckless si ferma prima approfondendo i loop dinoccolati e il crescendo su strutture semirigide e semielettroniche.
Ma i fulcri dell’album sono Mis-Leader (i Soft Machine sparati nella stratosfera) e On The Lake: uno scarto stilistico nei confronti delle tartarughe e al contempo un tentativo di superamento, servendosi della lezione digitale del nuovo millennio. Qui il percorso dei Triosk risulta chiaro: non è una strada maestra, né una ricerca della grande firma, né il frutto di menti anche molto distanti per gusti e ispirazione; piuttosto un gioco d’angoli, il rigore, la sperimentazione minuziosa negli accostamenti, l’osservazione delle escrescenze sonore. Se l’operazione difetta è proprio nell’utilizzo eccessivo dei software digitali, e conseguentemente di stilemi in rapida senescenza (certi espedienti glitch su tutti), quel cader nella tazza dell’affogato al caffè digitale (track2), eppure, più che free climbing di note, questi brani sono anche test d’ingegneria. (7.0/10)

Quello dei Triosk è anche un jazz da scienziati: a poco più di un anno dall’esordio, quell’approccio trova un seguito in Moment Returns (Leaf, 2004), un album in proprio, anche se con contributi sporadici di Jelinek. La produzione in loco non ne cambia il format, l’“uno più tre più uno” rimane il canovaccio prediletto, ovvero quasi tutti i brani vedono guizzi di campioni in loop stagliarsi in sezioni suonate (come fossero improvvisate, anche se non lo sono) che a loro volta sono abilmente caricate d’effetti ad hoc (echi ed equalizzazioni, ma senza esagerare). S’accentuano le dilatazioni della cultura jazz (quasi lasciata a un’improvvisazione devoluta in Chronosynclastic Infundibula), l’ambient vischiosa (i sample bucolici e le tastiere docili di Tomorrow Today (Part 1) e Goodnight) quando non cupa (The Streets Are Empty), e certa malinconia post-rock (Two; Twelve), salvo una maggior presenza della componente minimalista, grande protagonista in un gioco di specchi dai mille punti di fuga (il groove lattiginoso su battiti technoidi di Love Chariot e soprattutto i nove minuti di I Am A Beautiful And Unique Snowflake con lo zampino di Jelinek).
La sezione più classicamente jazz del platter, seppur guarnita di minuzie elettro, non scompare (Tomorrow Today (Part 2) e Re-Ignite),ma rappresenta anche la parte meno interessante (come del resto gli esperimenti umbratili di Awake In The Deep) di un lavoro comunque fortemente spinto sulla ricerca elettro-acustica. Moment Returns è un album riuscito, studiato nei minimi dettagli, dove a mancare è forse la mano lunga di Jelinek a tutto campo, ma è probabilmente quest’assenza a rendere possibile lo studio di soluzioni acustiche differenziate, la spazializzazione dell’ambient e l’uso estensivo dei synth. (6.9/10)

Forse i Triosk di Moment Returns sono ancora troppo rigidi, forse troppo bravi, ma due anni più tardi con The Headlight Serenades (Leaf, 10 luglio 2006) il trio di Sydney ritorna sulle scene, con una grande scommessa: il confronto con i Tortoise. Mai come in questo lavoro le istanze del minimalismo, come quelle di certo pianismo à la Satie (o a tratti Debussy), dell’elettronica psichedelica e di un drumming più deciso (e persino rock), si fondono a mood jazzy non più dominanti, non più contrappesi del gingillo elettronico. Dalla sofisticata provetta in laboratorio dell’esordio si passa all’impressione di sensazioni, al disegno di ambienti liberi dal vincolo del drone a tutti i costi.

In The Headlight Serenades, mentre rimangono alcuni sporadici profumi post-rock (Not To Hurt You pare una cover degli Ui), s’accentuano i pianismi (Intensives Leben), mentre il frastaglio ritmico sostituisce quasi del tutto il facile frullato elettrodigitale. Maggior spazio è dunque ricoperto dai synth e dai quei suoni all’imbrunire firmati Boards Of Canada, qui ancor più evidenti che nella prova precedente (l’attacco di Visions Iv, Fear Survivor, Moment Returns). Eppure, come si diceva, il leit motiv porta dalle parti della band di McCombs, come accade fin dall’apertura Visions Iv, una traccia dove grappoli di note al piano si stagliano su percussioni sempre più energiche dalle parti di TNT, oppure, ancor di più, in Vostok, dove il gioco scoperto tra chitarra elettrica e un giro pseudo dub al contrabbasso portano diritti all’ultimo lavoro della band chicagoana, It’s All Around You.

Citazioni calibrate che trovano un gusto interpretativo mai troppo ostentato o suddito, condite abilmente con altri momenti più intensi e duraturi come i deici minuti ambient-Satie di One, Twenty Four, che denotano la maggior conquistadi quest’album: una freeness ritmica libera dai giochi della mano, perché espansa dai trucchi taglia-e-cuci di potenti software.

I Triosk vincono la prova del tre. Mai come in quest’album il loro sound risulta potente e pieno, accessibile. Un lavoro maturato, a distanza di due album, che pur mantenendo quel distacco da scienziati, appassiona per l’intelligenza delle soluzioni e per la varietà delle suggestioni. Per il colpo di genio forse ci vorrà ancora del tempo, ma i Triosk, si sa, prendono le cose con calma. (7.0/10)

  • Cornered
  • Weave in and Out
  • Be Still
  • Alone
  • Unrest
  • Why
  • Exhale
  • Give In
  • Passing Pain

Adrian Klumpes - Be Still (Leaf / Wide, 23 ottobre 2006)

di Edoardo Bridda

Parlando dei Triosk si è spesso insistito su una intrigante ingrediente di quel sound, un aspetto che è sempre gravitato al di sotto della nebulosa avant jazz di stampo Evans-iano in orbita su Saturno, una supernova che si è fatta sempre più importante fatta di garbo e angoli Reich, spettri La Monte Young e Tony Conrad, attitudini che portavano altrove, in primis al minimalismo poi all’isolazionismo, in altre parole a una compostezza che abbisognava di spazi dedicati.

Il contenitore di questi luoghi ha dunque un nome: Be Still, il bell’ album di Adrian Klumpes che del trio è il pianista, una raccolta di spunti che da un lato svelano una capacità compositiva di tutto rispetto e dall’altro aprono interessanti scenari a una carriera alternativa a quella del gruppo madre.

A costituire la cifra stilistica del lavoro concorrono: Alone, uno sguardo verso stelle lontane tra martelletti fuligiosi, note circolari e un cupo gong a annunciare il presagio, e Exhale, dimesso abbandono late night à la Takagi Masakatsu, un’aria per cuori infranti che lentamente s’incendiano di ricordi mentre delicatissimi risciacqui marini lasciano il posto a strascichi di vetri rotti sempre più rumorosi. Geniale anche se il brano a cui Klumpes tiene maggiormente è sicuramente Unrest (anche la composizione più reichiana de lotto), una distesa di quasi dieci minuti basata sulle tipiche ricorse di note e sovrapposizioni del maestro ma anche su accelerazioni e dissonanze ben calibrate. In coda la celestiale Give In , più ordinaria e debitrice verso certo recupero della cosmiche musik lato Kranky e un rimbecco minimalista come Passing Pain , che pur nel noto possiede pur sempre quello scarto di senso. Grande Klumpes. Musica profondamente notturna. Calda in ambienti siderali. Emozionale e ambientale. Ideale complemento di The Headlight Serenades (7.0/10)

  • Phases
  • Geoff As The Hulk
  • Pretender´S Hand
  • Death And Possible Dreams
  • Sprinter
  • Supply
  • A Life Of Near Misses
  • Twenties In The Eighties
  • Uniform 64
  • This Mountain

Roam The Hello Clouds - Near Misses (Scape Music, 6 settembre 2007)

di Edoardo Bridda

Mentre Ben “Donny” Waples prestava il suo basso in oscure session e il pianista Adrian Klumpes dava sfogo alle passioni minimaliste con Be Still, il terzo Triosk, ovvero il batterista Laurence Pike, aveva fatto nuove amicizie formando i Roam The Hello Clouds, un trio che vede la partecipazione del trombettista davisiano Dave Miller (amico di Jelinek e autore in proprio) e del mago laptop Phil Slater (quest’ultimo anche negli indietronici e rockisti Pivot, sempre con Pike e il fratello di quest’ultimo Richard). Da una session durata un giorno soltanto è nato Near Misses, un lavoro d’incredibile affiatamento dove pare d’ascoltare Bitches Brew in versione digital-dub (Phases), On The Corner versus i primi Tortoise, oppure Bill Laswell in pieno trip post-jazz, e questo senza citare il fondamentale lavoro al laptop di Slater, presenza d’incredibile libertà e profumi (alla faccia dell’omologazione software di molte produzioni elettroniche). Tra tradizione e innovazione, feeling old fashioned e indietronica che parte dai To Rococo Rot e finisce in faccia a Four Tet, il jazz dei duemila è sempre più dominio australiano. (7.2/10)