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Introduzione
Critica
Webografia

The Lights on... Transgender

di Stefano Solventi
Sono in cinque, ma è un laboratorio aperto a mille voci ed influenze. Crocevia di suggestioni dove passato e presente covano le angosce e gli incanti del futuro. Come un linguaggio nuovo, che dobbiamo imparare.
cover

Dire che i Transgender sono un quintetto basso-batteria-chitarre-voce e tastiere, cioè dire come stanno in effetti le cose, significa piantare dei paletti che la raffica di collaborazioni (remixer, vocalist, strumentisti) inesorabilmente spazza via. Tentare di classificarli in un genere significa credere che il nome se lo siano scelto con leggerezza, e invece no. Se poi vogliamo aprire il capitolo idioma, allora c’è da rimanerci secchi, perché al di là di Italiano, Francese e Inglese, la lingua maggiormente utilizzata (e – nell’ultima prova - utilizzata in esclusiva) è una macedonia di elementi balcanici, greci, tedeschi e orientali escogitata dal vocalist Lorenzo Esposito Fornasari. Non un intercalare di fonemi insensati alla maniera dei Sigur Ròs, ma una lingua vera, con una sintassi propria, quindi perfettamente traducibile (fatevi un giro sul loro sito).
Le motivazioni s’intuiscono dai risultati: una misteriosa, selvaggia libertà espressiva. La loro musica è uno squarcio sulla superficie delle cose, esala come gas da una crepa nel presente, rimbombo di un tempo e di un luogo sull’orlo di infami tragedie e sviluppi prodigiosi. Un paradigma rombante dell’inevitabile/necessario incontro di culture e genti, del reciproco specchiarsi di decadenze e ricchezze sopite.
Emiliani, assieme dal '97, i Transgender si auto-producono il debutto omonimo per l'etichetta New LM Record (correva il fatidico 2000). Occorrono quindi tre demo - A Dream Made Of Water (2000), Etno Ambient Project (2001) e Etno Ambient Project Remixes (2002) - affinché di loro si accorga l’occhiuta etichetta siciliana Snowdonia, per i cui tipi esce il sensazionale Sen Soj Trumàs (Snowdonia/ LM Records, settembre 2003). Un fantasmagorico patchwork di stili (blues, prog, folk, wave, electro, post, psych…) e lingue (italiano, francese, inglese e… trasgenderiano) che finisce per “contagiare” il supporto fisico, con la scaletta disarticolata in 69 tracce (non è che un trucchetto, of course…) più un mp3 curato dal guru electro Eraldo Bernocchi. Impressionante per la quantità e qualità delle idee, reso oltretutto memorabile da una controversa copertina (uno Stalin crocifisso - concepito da Cinzia La Fauci – di grande impatto ma non particolarmente gradito dalla band) e dalla comparsata di un sempre più ascetico Giovanni Lindo Ferretti, è il classico disco in cui tutte le carte a disposizione vengono messe sul piatto. Rischiando seriamente l’ipertrofia.

  • Fray Tjus
  • Suni
  • Actik
  • Soj D
  • Na Ryò Esy Ush
  • Kju
  • Berlina
  • Fatòm
  • Natyush

Mey Ark Vu (Trovarobato/Audioglobe, 23 ottobre 2006)

di Stefano Solventi

Il terzo album lungo dei Transgender testimonia un opportuno processo di decantazione. Il suono di Mey Ark Vu è ancora ricco, sfaccettato e bruciante (percussioni febbrili, chitarre sferzanti, organi acidi, theremin, tastiere e tastierine, vibrafono, archi...), ma si presenta decisamente sfrondato, punta con maggiore decisione ad una sintesi vibrante e arcana tra la wave-prog degli Stranglers e l'art-rock esoterico di Mike Patton. Non rinunciando con ciò alle istintive ramificazioni, siano esse scorribande nella terra degli orchi Black Sabbath (la lugubre e incendiaria Na Ryò Esy Ush), sghembe scelleratezze Devo in salsa klezmer (Actik), allibente kraut-dance (Berlina) oppure valzer impastoiato di sincopi, allucinazioni, tastierina psicotica, pennate hardcore e canto ieratico (la non meno che sbalorditiva Suni). L'effetto complessivo è grottesco, brusco e struggente.
A proposito del canto, anche qui occorre registrare un netto salto di qualità: detto che tutti i testi sono vergati nella ormai celebre neo-lingua, va sottolineato il lavoro di contenimento del Fornasari, bravo a limitare i vocalizzi allo strettamente funzionale, anche quando - come nella strutturata Soj D - prende un falsetto mellifluo che sembra gli A-Ha sulla graticola Tool, oppure quando - nella malinconia cameristica pseudo-Sigur Ròs di Kju - ti fa pensare ad un Matt Bellamy dopo nutritivi ascolti Demetrio Stratos.

Nel finale del programma i cinque emiliani scelgono di sedare la tempesta emotiva, prima con i palpiti arabescati di Fatòm e poi - soprattutto - con quella Natyush che imbastisce una concrezione cartilaginosa Gastr Del Sol (il piano seriale, l'organetto, il vibrafonino giocattolo...) mentre la voce dispiega fragile e arrembante trepidazione Tim Buckley. Prova ulteriore che si tratta di una band matura, con idee ambiziose e chiare. Che i confini – l’idea stessa di confini – se li è sbranati da un pezzo.  (7.3/10)