Tortoise: forma o sostanza? Effimero fenomeno o band sopra le righe? SA, in occasione dell’uscita “It’s All Around You”, dedica uno speciale approfondito a una delle band più discusse degli anni novanta.
La scheda comprende: un’introduzione critica, l’intervista a Doug McCombs, la recensione di tutti gli album nonché la guida all’ascolto di singoli e remix.

I Tortoise nascono quando, durante gli anni Novanta, la scuola di Louisville sfuma in quella di Chicago, attraverso uno degli alberi genealogici più appassionanti della storia del rock: se da un lato l’ensemble sta a un estremo di questo percorso, dall'altro ci stanno gli Slint, secondo una vulgata ormai raccontata da tanti. Cosa i secondi abbiano insegnato ai primi, e come si sia arrivati dagli uni agli altri, è però una domanda destinata a diventare classica. Un quesito non ozioso, il cui interesse giace nella curiosità di comprendere se, e quanto, la decostruzione effettuata dai Tortoise dagli Slint (e dai Gastr Del Sol) si ritrovi poi effettivamente nella musica dei Tortoise ragazzi di Louisville.
Ebbene, a mente fredda, e basandosi soltanto sul fatto squisitamente musicale, il legame tra i due gruppi appare oggi più aneddotico che sostanziale, piuttosto legato alla militanza di alcuni musicisti in determinate formazioni, anziché ad un programma musicale in fieri da un gruppo all'altro. Troppo forzato ci sembra oggi un filo che unisca brani glaciali come Good Morning Captain o Breadcrumb Trail alle aperture ariose di TNT, alla melodia commovente di Along The Banks Of River, o agli intrecci compositivi di Night Air, Glass Museum o The Suspension Bridge. A distanza di anni, insomma, non resta che constatare quanta distanza realmente corra tra il "rock che non è più blues" degli Slint e il "rock che è quasi classica" dei Tortoise. Una distanza molto superiore rispetto a quella percepita all'epoca, tanto che ci sembra di poter tentare di rileggere i Tortoise in altra chiave e di poter ritenere un simpatico paradosso il successo del gruppo presso gli appassionati di rock alternativo.
Ricordiamo infatti, con una piccola digressione storica, come all'inizio degli anni Novanta il pubblico dell'indie-rock fosse prevalentemente formato da appassionati di gruppi che si ispiravano a formazioni come Husker Du, Sonic Youth e Fugazi. Si trattava sostanzialmente di una schiera di appassionati erede di un retaggio anti-progressive, ostile a tastiere e percussioni. Rispetto a questo background gli Slint erano una evoluzione relativamente potabile (ricordiamo che le uscite del gruppo risalgono al periodo tra l'88 e il '91 ma vengono "digerite" solo negli anni successivi). Per contro, il fatto che da lì, seguendo le etichette, le collaborazioni e la migliore critica che nasceva in quegli anni, si giunga ai Tortoise ha il sapore della beffa. I post-punk non avrebbero potuto immaginare di ritrovarsi, non si sa come, ad ascoltare un gruppo neo-progressive che suonava duetti di basso e vibrafono.
La storia del rock è stata molto generosa con i Tortoise, un gruppo con molti più debiti di quanti ne vorremmo ammettere. Non ci sono gli Ottanta underground dietro ad essi, ma i Settanta più dimenticati. Tra le svisate di basso del primo album si nasconde lo Hugh Hopper di 1984 e tutta Canterbury. La musica di Millions Now Living Will Never Die omaggia nella struttura il progressive (una lunga suite che idealmente doveva riempire una facciata del vinile) e nella forma Neu!, Steve Reich e Morricone. Le melodie di TNT indulgono a lungo nei territori del jazz-rock.
Non si vuole in questo modo sottrarre meriti alla musica del gruppo, capace di esplorare territori di raffinatezza compositiva di solito alieni al rock (pensiamo soprattutto a Millions e TNT) e spesso superiori anche ai loro stessi ispiratori. Nella musica dei Tortoise l'assolo è bandito, ma non a favore del ritmo, come già fecero i Talking Heads, bensì a favore dell'intreccio, presumibilmente realizzato grazie ad un lavoro di cut-up e produzione certosino (davisiano, verrebbe da dire).
Le composizioni disorientano perché non è mai chiaro chi sia dietro ad ogni singolo strumento e se esista una struttura tradizionale (strofa, ritornello, ponte). Allo stesso tempo, attraggono con un'aria di familiarità perchè sono piane e limpide, fino al limite della pedanteria. La loro musica non innova, perchè non ispira epigoni che siano in grado di partire da essa per andare verso nuove direzioni. Piuttosto, è un monolito che atterrisce, nella perfezione della sua autoreferenzialità. Tutto sommato i Tortoise sono stati un mirabile ensemble di produttori, e sono un gruppo di post-rock solo se si accetta per il termine una definizione molto ampia e vaga (come potrebbe essere "rock psichedelico").
E' per questo vivere tra gli equivoci che il vero corrispettivo storico dei Tortoise sono i Pink Floyd. Come quelli, i Tortoise suonano una musica nitida, dove il timbro (del basso, del rullante o della chitarra, a seconda del disco e del brano) gioca lo stesso ruolo della chitarra satura di Gilmour. Come quelli, i Tortoise appaiono anonimi e sfuggono al divismo, all'interno dei rispettivi bacini di utenza. Come quelli, sono ammirati da tutti ma non hanno generato una scuola di seguaci. Come quelli, hanno inseguito un astratto ideale di "classicità" raggiungendolo a tratti e camminando sul filo sottile del manierismo, fino a cadere inevitabilmente nella trappola del clichet con Standards.
Da ultimo, come i Pink Floyd anche i Tortoise sono uno dei bersagli preferiti dei revisionisti.
L'uscita di It's All Around You è stata per i Tortoise l'occasione per un lungo press-day con la stampa italiana e noi abbiamo raggiunto telefonicamente Doug McCombs, bassista e portavoce del gruppo. Oltre ad essere persona assai disponibile e estremamente paziente, cosa non facile dopo un'intera giornata dedicata ai giornalisti, Doug è grande appassionato di musica e dalle sue parole traspare una competenza, una chiarezza di idee e soprattutto una capacità di giungere al "punto" della domanda non sempre facile da trovare nell'interlocutore di un'intervista. Ne approfittiamo per chiedergli della loro ultima fatica ma anche di altre questioni legate in generale alla musica di questo gruppo ormai storico della scena underground americana.
- "It's All Around You" è prodotto in un modo un po’ diverso dagli altri dischi, vero?
« Ha richiesto più tempo e sessioni degli ultimi due album, "TNT" e "Standards". Forse in questo senso possiamo dire che è prodotto meglio. In generale ogni volta che realizziamo un nuovo disco, ci troviamo più a nostro agio con l’intero processo produttivo e affiniamo la nostra tecnica nel lavoro in studio. In ogni nuovo disco diventiamo più consapevoli del significato delle canzoni in termini di architetture sonore e produzione».
Sin dai primi ascolti ho avuto l’impressione che “It’s All Around You” fosse più lineare e accessibile dei lavori precedenti…
« Non penso sia più lineare, anzi… personalmente lo trovo più complesso di “Standards”, per esempio. Anche se esistono molte similitudini tra questi due lavori. "It's All Around You" ha un range più ampio a livello di dinamica. Accadono molte più cose sia in primo piano che sullo sfondo».
Ho notato un uso più limitato dell’elettronica. L’album sembra più “suonato” dei primi lavori, non trovi?
« In realtà l’elettronica è presente quanto nei dischi precedenti. Penso piuttosto che sia meglio integrata nell’impianto strumentale… più nascosta in un certo senso, ma la cosa non è esattamente voluta. Ci siamo abituati disco dopo disco a utilizzare l’elettronica in modo più trasparente, è stato un processo naturale».
In "The Lithium Stiffs" c'è la voce di Kelly Hogan. Penso sia una delle prime volte che vi servite di voci aggiunte nelle vostre canzoni, anche se in questo caso è utilizzata più come uno strumento. Come mai questa scelta? Possiamo aspettarci altri tentativi in questa direzione, in futuro?
« Probabilmente sì. Sai, per noi l'uso di voci in un disco è una novità, rappresenta un bel cambiamento e soprattutto una bella sorpresa per l'ascoltatore. Il fan medio dei Tortoise, infatti, non si aspetta esattamente di ascoltare delle voci in un nostro disco e così quando ci si trova di fronte resta un po' spiazzato. Potremmo ripetere l'esperimento in futuro... non so dirti quali siano le possibilità che i Tortoise collaborino con un cantante o un cantautore. Finora non lo abbiamo fatto perché non si è presentata mai la possibilità ma siamo assolutamente aperti a qualsiasi idea: è solo una questione di opportunità».
- Mentre "Dot/Eyes" ha una batteria "hard rock", in "Salt the Sky" c'è un riff di chitarra hard. Per un momento ho pensato di ascoltare i Black Sabbath! C'è dunque un omaggio al vecchio hard rock in questi pezzi?
« In effetti anche “Crest” ha questo tipo di sviluppo. Tutto questo fa parte della nostra esperienza musicale collettiva, molte cose diverse sono confluite nel tentativo di realizzare questo disco, molte esperienze finiscono in ogni nuovo disco dei Tortoise. Abbiamo sempre cercato di pensare in modo diverso, di porre a confronto e far collidere vari stili e generi musicali per creare qualcosa di nuovo. Penso che "Salt the Skies" rappresenti al meglio uno di questi momenti di ricerca».
- Nonostante la vostra musica sia fortemente debitrice verso la classica contemporanea, basta citare lo Steve Reich di “Music for 18 Musicians”, il suono dei Tortoise ha sviluppi diversi: alla base c’è sempre una ricerca melodica, un movimento armonico assente nei Minimalisti che citate.
« Sono fondamentalmente d’accordo, anche se alcuni nostri pezzi conservano la staticità di Steve Reich. Nel resto della produzione proviamo ad aggiungere un certo contenuto melodico alle idee classiche, basta ascoltare le parti di xilofono. In realtà non siamo interessati alla classica contemporanea ma ci affascina l’idea di combinarla con la musica popolare per realizzare qualcosa di nuovo e non ascoltato prima».
- Credo che "Standards" sia un buon album per la prima metà. La cosa positiva in quel disco è l'ironia, la band dimostra di non essere così seriosa come i critici la definiscono... ma ritengo d'altra parte che sia un lavoro molto confuso, incerto su quale direzione seguire. Come vedi "It's All Around You" in rapporto a "Standards"?
« Come ti dicevo prima penso che siano molto simili, anche se ritengo che quest'ultimo sia più complesso: accadono molte più cose rispetto a "Standards" che invece è più omogeneo. Non sono d'accordo però con la tua affermazione, per me restano due ottimi dischi che hanno molto in comune».
- Il jazz è un'altra influenza importante per la vostra musica anche se ritengo che la critica esageri nel considerare i Tortoise come un gruppo jazz-rock. Personalmente non trovo molte somiglianze con gruppi come Soft Machine, National Health, Caravan…
« La penso esattamente come te. Il jazz è una fonte d'ispirazione notevole per noi, inutile negarlo, ma ad ogni modo quel che suoniamo non è jazz! I critici dovrebbero capirlo, basta pensare che anche l'improvvisazione, che rappresenta uno degli elementi chiave per distinguere cosa è jazz da cosa non lo è, nei Tortoise è quasi assente».
- Ogni membro dei Tortoise è impegnato in uno o più progetti paralleli. Quanto incidono i rapporti con gli altri musicisti sulla musica del gruppo?
« Incidono in maniera decisiva: suonare in altri progetti per noi significa fare nuove esperienze, proprio perché lavoriamo con gruppi di persone differenti che hanno modi di pensare alla musica diversi dai nostri. Questo bagaglio di esperienze accumulato nei progetti paralleli torna utile quando ci riuniamo nei Tortoise perché ognuno mette a disposizione degli altri le sue nuove conoscenze, c’è un libero interscambio delle idee ed esperienze realizzate».
Come fate a ricreare la complessità dei dischi durante i concerti? Che approccio utilizzate in fase di arrangiamento dei pezzi?
« Nella dimensione live la nostra musica guadagna sotto il profilo della dinamica. Mentre alcuni elementi acquistano rilevanza unicamente dal vivo, altri possono anche essere trascurati e omessi. Durante i tour suoniamo quasi tutte le canzoni dei nostri album in modo da capire come ciascuna di esse funzioni dal vivo, di quale sia l’arrangiamento più opportuno, quali gli elementi da valorizzare per ottenere un buon risultato. Non suoniamo mai le canzoni esattamente come sono su disco, il più delle volte le integriamo con brevi passaggi che fanno da collante o da chiusura».
Anche se non posso ignorare l'impatto che ha avuto sul pianeta rock la caduta di questo asteroide, l'opera seconda dei Tortoise continua a sembrarmi una questione privata, un fatto tra me e l'incanto inquietante di quarantuno minuti algidi e febbrili, progressivi e secchi, onirici e sferzanti. Rock strumentale applicato alla, scompaginato dalla, aperto ai riflussi della memoria e allo stesso tempo aggrappato con tenacia al presente, al suo mutare senza posa.
Quasi a porre in apertura le fondamenta di ciò che sarà questo disco e oltre, Djed sciorina quasi ventuno minuti di meditazione/escursione che sfilacciano il concetto di suite in sella ad un marchingegno krauto (prima è una marcia tra farragini digitali, poi un incedere serafico e quadrato di basso/batteria su emulsione di synth) con propensione jazzy (quei riccioli di piano elettrico, lo sfarfallio percussivo) senza voglia apparente di raggiungere mete né definire strutture. Sempre negate anzi ad ogni svolta, come uno spegnersi del sistema, fare reset e ripartire, ora adombrando una lenta trasfigurazione dub, ora aprendo a refoli esotici, ora dissolvendosi tra nubi electro-wave.
Il fuoco dell'obiettivo coglie il suono vicinissimo al suo compiersi, quasi ancora al livello di congettura, così che pare di scorgere la vibrazione tra l'attimo in cui non c'è e quello immediatamente dopo. Impalpabile e flagrante insieme, sembra oscillare tra dimensioni diverse che ugualmente lo sostanziano, come in un invito costante alla sinestesia percettiva (sembra un sipario di luce quel vibrafono, tracciano sbuffi di colore freddo quelle corde, cè odore di polvere incendiata tra quei fraseggi tremolanti di tastiera, quasi puoi sentire la ruvidità di quelle pseudo percussioni sintetiche...).
Il taglio della tela assume l'aspetto di una cesura, uninterruzione del flusso sonoro, salto del pick-up o errore del laser, guasto dell'apparecchio, fall out digitale: dopodiché è un saettare di bolidi nel fumo, distorsione di coordinate, stordimento nella cineseria androide, devoluzione elettronica. Mentre un loop gracchiante gratta il timpano, prima della trasfigurazione soul in chiusura, ottusa e allibente, come svegliarsi ancora uomini e non crederlo.
Il dado è tratto, è ruzzolato ed è andato ad infilarsi nella crepa: le successive cinque tracce danzano sulla corda tesa tra reale e virtuale, tra distacco e stordimento, furia e forma, superficie e profondità. Il valzer blues jazzato di Glass Museum compone un cadavere cinematico in cui le chitarre tornano a pennellare sicure scorci ambientali, immerse in una fregola di vibrafono-batteria, ma ad un certo punto sterza con asprezza sincopata in un incendio percussivo, affonda la lama, e si ritrae soddisfatta, anche se il fiato è spezzato e un velo di sudore ci gela le spalle.
In qualche modo è una danza degli opposti, levidenza della loro organicità come unautopsia dei tempi che corrono. Questo spiega il brivido, il timore, quel senso di agguato dietro langolo, limprovvisa impressione di vulnerabilità.
E muovendosi tra queste coordinate che A Survey staglia un fraseggio stopposo di chitarre acustiche su field recording rurale (simulato?) e sordida emulsione di synth, così come il conato math-rock/improv jazz di The Taut And Tame mette in primissimo piano un drumming secchissimo, morsi di corde su impalpabile loop cibernetico e vibrafono effettato. Dear Grandma And Grandpa è invece immersione pura/impura nei tremori electro come un capolinea di tante vaticinazioni new wave, ombra di luce raggelata che sapre allaria da soundtrack fumosa di Along The Banks Of Rivers, chitarra morriconiana, drumming sfarfallante, jazzitudine indomita, organo brumoso e tastierina a contrappuntare/rimagliare la malinconia.
Implosioni di frontiera, limite estremo che (perché) nega ogni prospettiva, sguardo gettato sul ribollire di stilemi al crocicchio di mille possibilità. Energia e timore, fuga in avanti e stasi stordente. Minimi termini e massimi sistemi, leggerezza e genio, divertimento e shock indelebile: i tratti somatici di un capolavoro. (8.0/10)

TNT, ossia "del predominio della forma sulla sostanza". Si aggiungono, in questo nuovo capitolo dei chicagoani Tortoise, al batterista John McEntire, anche nobili nomi della scena locale quali Rob Mazurek (qui alla cornetta) e Jeff Parker.
Aumentano, perciò, i legami con il free jazz di ceppo autoctono ma forse a discapito di un formalismo esasperato che la gloriosa orchestra Tortoise, che tale è in questa sortita discografica, ci propina nei 12 pezzi a titolo TNT. Esemplare ne è l’eponima intro, TNT, sorpresa in flagrante jazz da camera stimolante sì ma forse un poco frigido. Che il gruppo abbia imparato un mestiere, quello di sublimi arrangiatori, a discapito degli immaginifici coni espressivi con cui il dub bianco dei precedenti cd rivestiva le loro musiche, lo si denota già col secondo pezzo in scaletta: Swing From The Wutters, ligio a certe levigatezze prog che di lì in poi faranno capolino nel post rock d’oltreoceano, improvvisa garbatamente su di un tema melodico per poi sbizzarrire la sordina dell’elettronica free solamente nel finale. Tutto bello e avvincente ma, nonostante le citazioni colte (certo Jon Hassell dei primi ’80), carente assai di nutrienti emozionali.
L’altro perno su cui si regge l’opera, e impropriamente sarei tentato di conglobare anch’esso alle radici Seventies del prog nei nostri, è la fusion. Miles Davis e John McLaughlin stanno a guardare compiaciuti l’esito "barocco" e prezioso di questi esercizi di stile... beandosene. Purtroppo, col senno di poi, vien da dire che la materia bianca e dub dei primi due platter del combo quanto piuttosto le levigatezze armoniche in bilico fra musica filmica e post rock erudito dell’acclamato Millions Now Living Will Never Die (risalente al 1996) saranno sempre più dei fantasmi impercebili nel prosieguo di carriera dei nostri beniamini. Alcune bizzarie ancora affiorano da tanto mestierare: il nippo-carillon come riletto da un Jon Hassell in Ten-Day Interval, una The Suspension Bridge At Iguazu Falls che grooveggia in perfetto Tortoise style fra i solchi lasciti nelle armonie dalla chitarra, le ambascerie filmiche, meravigliose, di I Set My Face To The Hill Side (nostalgica e sentimentale, meglio che se un Morricone avesse attinto da Piazzolla…finalmente dimostrando, il disco tutto, di potersi scoprire anche dotato di un’anima "profonda"), il jazz’n’bass di A Simple Way To Go Faster Than Light (sorretta forse più coll’esperienza da veterani musici dei nostri che non da ispirazione superiore).
Il disco, su questa falsa riga, scorre piacevole e mai infingardo fino alla sua conclusione. Non lascia mai l’amaro in bocca, non desta mai con sussulti e sobbalzi da rivelazione assoluta e tutto questo proprio quando i Tortoise, oramai attesi al varco d’una celebrità incombente (dopo i fasti di critica underground e overground del precedente cd), divengono un nome di culto, caldo, per i musicofili di mezzo mondo. Il che non basta, evidentemente, a fare di codesto TNT un album imprescnidibile o mirabolante. Non in assoluto né tanto meno nella discografia delle Tartarughe più celebri nel post rock dei fu anni Novanta. (6.0/10)

Quinto titolo della serie In The Fishtank, realizzata dalla Konkurrent in occasione del tour olandese delle band qui impegnate. L’idea è semplice: chiudere per due giorni artisti differenti in uno studio di registrazione, affinché registrino qualsiasi cosa abbiano in mente e che possa dar vita ad un mini LP. La partenza di The Lawn Of The Limp è straordinaria, perfettamente bilanciata fra l’eleganza post rock dei Tortoise e l’irruenza art-rock degli Ex.
Degna di comparire come brano portante di un qualunque album dei due combo, la traccia si divide fra momenti di attesa e schitarrate elettriche, per poi passare alla ben più ordinaria obliquità di Pooh Song. Le liriche urlate dagli Ex non sembrano sposarsi alla perfezione con le raffinatezze della band di Chicago e vengono per fortuna abbandonate nel marasma improvvisato di Central Heating. Più interessante l’incedere quasi blues di Pleasure As Usual, carico di una tensione che viene quasi abbandonata nell’epilettica “Did You Comb” e completamente dissolto nei minimalismi spettrali di Huge Hidden Spaces. Un disco riuscito solo a metà, che non sempre riserva piacevoli sorprese né una perfetta combinazione fra l’approccio noise degli olandesi e l’avant-garde di Chicago.

Con Standards, il loro disco del 2001 uscito in Europa per la Warp, i Tortoise entrano in una stanza degli specchi, dove ogni suono si riflette, deformato, in un altro, dove l'austerità diventa ironia, dove i toni composti del passato si sfocano in un riverbero frammentato di riferimenti privo di bussola. Destrutturazione e ironia sono i due elementi "nuovi" di questo disco, che - sia detto subito - segue le orme del fortunato TNT. Non ne è una replica esatta, è ovvio, ma non c'è quella sorta di rinnovamento che sia era sempre percepito tra i tre lavori precedenti.
Era spontanea, all'epoca dell'uscita di questo disco, una analogia con Kid A dei Radiohead, per un certo molle disfacimento del suono nel grembo dell'elettronica. Ma se per la band inglese quel cammino, quantunque impervio (si veda il dileggio di allora su Radio Deejay), era crescita, maturazione umana e artistica, Standards è semplicemente un disco minore di un gruppo in fuga impaurita dal manierismo.
I pezzi migliori infatti hanno abbondanti aromi dei dischi precedenti (Benway, Six Pack), scivolando nell'immensa prateria del già sentito. Conscio di ripetersi, il gruppo le inventa tutte per riscattarsi, facendo piovere ogni sorta di espediente: stacchi, cambi di stile, timbri elettronici vari. Purtroppo il risultato è solo quello di creare pezzi di cui non ci si riesce proprio a ricordare. I primi brani illudono. Una scanzonata Eros, la già citata Benway, la sussurrata Firefly, ma la schizofrenica ouverture con Seneca (che dopo una serie di rumori disordinati metteva sul piatto dieci secondi di suoni alla Photek e poi indecisioni cameristico-avanguardistiche), già avrebbe dovuto insospettire.
Difatti la seconda metà del lavoro è semplicemente agghiacciante. Eden 2 comincia come qualcosa da Kid A… e poi finisce, senza aver detto nulla. Monica inizia su suoni filtrati che paiono venire dai Daft Punk, virando poi disordinatamente verso un cuore nero di basso e batteria. Blackjack si presenta addirittura come la peggiore new age del pianeta su cui si innesta un tema morriconiano (meno azzeccato, tra l'altro, di quelli, splendidi, delle vecchie Along The Banks Of River e I Set My Face To The Hillside). L'incostanza che governa il disco si conferma allorchè anche questo tema si tramuta subito in una easy solare. Dopo una tale sequenza in piena picchiata, un attimo prima del crash definitivo, arriva Speakeasy. Si riesce a tirare la cloche quel tanto che basta a non sfracellarsi: chiaro, quel bel suono "pieno" di basso viene di peso dal primo disco, ma a questo punto lo accogliamo come una manna… (5.0/10)

Se Standards aveva proiettato l’ombra del blocco creativo sulla compagine di Chicago, ripetendo sterilmente una formula ormai ampiamente collaudata, It’s All Around You, nuova fatica del quintetto, prova a superare il collo di bottiglia rimescolando per l’ennesima volta le carte in gioco. Lo si intuisce sin dalla copertina in perfetto stile videogame, raffigurante un coloratissimo collage di ambienti naturali. Il risultato non è del tutto disprezzabile e, pur mancando gli sviluppi eclatanti che avevano segnato il passaggio da un disco al successivo nelle prime uscite della band, prefigura un significativo miglioramento rispetto all'album precedente.
Miglioramento che si delinea all’interno della semplificazione, dello snellimento delle architetture, di una ritrovata linearità strutturale. Piccoli passi per ricominciare. E’ evidente fin dall’elementare tema latino imbastito dalla chitarra di Jeff Parker nella title-track, fulgida di iridescenti ritmi sudamericani. The Lythium Stiffs è un esperimento vocale dai toni minimalisti che prende a prestito la voce di Kelly Hogan, per poi terminare in una coda di accordi floydiani: nulla di particolarmente sconcertante.
Punteggiate da sottili rivoli di vibrafono, le tastiere aeree di Crest rimandano direttamente all’età dell’oro canterburiana mentre Stetch (You Are All Right) mette in bella mostra intrecci reiterati di Fender Rhodes, xilofono e chitarra che richiamano certe strutture di Millions Now Living Will Never Die. Unknown è un Morricone fuori fuoco su un piano-sequenza lynchiano che sfiata la propria tensione nella mitragliante batteria di Dot/Eyes, punta di diamante del disco, alimentata da cariche di electronics a deflagrazione floydiana (ricordate le pale dell’elicottero di On The Run?).
I toni rilassati di On The Chin ristabiliscono la quiete con una tastierina raminga che rimanda alle ultime elucubrazioni degli Air, mentre il bozzetto ambient-elettronico di By Dawn rievoca certi artifici di Standards.
Il meglio avviene nel finale con la ritmica motoristica krauta e i singulti di basso di Five Too Many, ma soprattutto con Salt The Skies, che inizia ciondolante per poi esibire connotati hard-rock, tra chitarre à la Black Sabbath e drumming massiccio e sfumare in un turbinio sfrigolante di electronics e marimba. Da sottolineare infine il lavoro di produzione, mai così sottile ed efficace, ben evidente nella molteplicità e profondità dei layer di suono e nell’integrazione trasparente dell’elettronica nell’impianto strumentale. (6.5/10)

Questo disco è straordinario. Per quell’intruglio di ironia e genialità iniettata nell’arte di coverizzare, elevando la pratica ad un’opera di potente trasfigurazione nel momento stesso in cui ne fa occasione di scazzo tra amici. E viceversa: è una burla radicale con profondi, forse irreversibili risvolti poetici. Dieci tracce rimodellate drasticamente, riuscite a volte bene (una That’s Pep! che veste i Devo da cowboy in sella ad un delirio electropunk, una Some Say che fa di Melanie una copula liturgica tra Jason Molina e Howe Gelb) e a volte molto bene (una Daniel di Elton John robotizzata e struggente, il Milton Nascimento squillante e febbrile di Cravo e Canela, il Richard Thompson di The Calvary Cross in languida posa psych Radar Bros). Sì, è senz’altro un disco straordinario, però non credo che ne consiglierei l’acquisto. Si dovrebbe ascoltare, certo, rendersi conto della cosa, perché a suo modo segna un punto di arrivo per Oldham e i Tortoise. Però è un lavoro - come dire - arroccato sulle proprie intenzioni, sulle proprie barricate “estetiche”, al punto che la comunicatività ne risulta disinnescata, pregiudicando la libera uscita delle emozioni.
I dieci episodi sembrano infatti altrettanti pretesti, null’altro che scuse per immergersi - Will e compagni di merende - nel limaccioso sciroppo della memoria, come palombari vivisezionisti, rivelando con ridanciana freddezza l’inganno sentimentale del rock, quel tragicomico errore di prospettiva. Ciò che è evidente nella conclusiva Thunder Road, dove il travolgente affrancamento springsteeniano diventa processione cupa, le emozioni al guinzaglio del buio, l’icasticità che fu di Clemmons (del suo sax) raggelata in un livido riffarama di tastiere. Come a dire, non è rimasto che questo pugno di mosche, alla fine. E tanto vale riderci sopra. Un ridere amaro, ma vivo. Che è sempre meglio di una fede ridicolmente perpetrata. Di una passione agonizzante.
E’ un disco straordinario, sì, col ghigno dei Tortoise e del principe Billy a sovrintendere ogni solco, inquietanti e burloni come stregatti di là dallo specchio. Ma è un disco che non sa - non vuole - uscire dal laboratorio pazzo in cui è stato escogitato. (6.1/10)

Prima pubblicazione dei Tortoise, Mosquito (US 7" in vinile trasparente, Torsion Music, 1993) è caratterizzato dalle percussioni ovattate di Goosneck, le cui ritmiche rassicuranti si incastrano nei tre temi portanti del brano. Un processo musicale che agisce per sostituzione e che propone in embrione quanto di strabiliante le tartarughe riusciranno a creare nel lato B di Gamera. Mosquito è invece pervasa di un’elettricità che si mischia alle prime idee di sapore post rock, riservando la chiusura della facciata alla spettrale Onions Wrapped in Rubber. Lonesome Sound (US 7" Thrill Jockey, UK 7" City Slang, 1993) è il secondo EP, l'ultimo che precede la realizzazione dell’album di debutto. La sua particolarità consiste nel brano d’aperura omonimo: mesta cover dei Freakwater, che tuttavia anticipa gran parte degli umori Alt. Country (si ascolti il drumming di John Herndon). Reservoir, a seguire, è un brano ricco di reminiscenze slintiane: canto in sotto tono e refrain che non dispiaceranno ai June Of 44. Sheets, che chiude l’ep, vira su un mood più cupo, tra esercizi di stile orientali e piccole improvvisazioni su una base di basso. A parte la cover, che rappresenta un caso isolato nella discografia del gruppo, questo lavoro

fotografa i Tortoise a metà strada tra il sound della band madre di ogni Post-Rock e quello, definitivamente emancipato, che sarà raggiunto pochi mesi più tardi da McCombs e compagni grazie al long-playing omonimo.
Vinile 12” molto raro, Gamera (UK 12" Duophonic Super 45's, 1995) ha col tempo assunto lo status di vero oggetto del desiderio e – per alcuni – summa musicale delle capacità mostrate dal combo di Chicago. Stampato dalla Duophonic nella serie Super 45’s, di questo disco sono state stampate ben quattro edizioni: una rossa, una trasparente, una nera (1500 esemplari ciascuna) ed una gialla fluorescente (limitata a 1000 copie). L’apertura del lato A è agreste, calma e gentile prima della vera partenza kraut-rock, a ricordare le affascinanti ed avvolgenti trame dei Neu!. La libertà espressiva, la concitazione musicale, i preziosi intarsi strumentali, le ritmiche studiatissime, le parti elettroniche perfettamente calibrate, tutto funziona in maniera eccellente.

Gamera resta un momento irreplicabile della discografia dei Tortoise, accostabile solo alle memorabili elucubrazioni di Djed ed al caleidoscopio musicale di Cliff Dweller Society. Questo brano riempie per intero il lato B del 12” Duophonic e per oltre quindici minuti ci trasporta in un’avveniristica dimensione parallela. Impossibile descrivere concretamente quel che accade in questo brano, dove estratti musicali si alternano alla recitazione di preghiere, melodie per orchestre si sostituiscono ad incursioni nelle oscurità dub. L’avvicendarsi di queste "visioni acustiche" viene presentato senza soluzione di continuità e parrebbe non aver termine. Perfino la chiusura, con l’eco di percussioni in loop, dà l’idea di una bobina che si riavvolge, di un viaggio che non ha termine. Un vinile straordinario, mai ristampato ma le cui due tracce sono reperibili anche su cd: Gamera nell’edizione giapponese di Millions Now Living Will Never Die, Cliff Dweller Society sulla prima compilation dell’All Tomorrow’s Parties (curata per l’appunto dai Tortoise).

Fortemente influenzato dal jazz e dalle trasformazioni che questo genere sta fruttuosamente subendo a Chicago, Why We Fight (UK 7" Soul Static Sound, Soul 7 ,1995)accosta stridori provenienti da lontano assieme a chitarre elegantemente dissociate. Se la ritmica del lato A si fa incalzante, Whitewater assume un’aria più oscura e sgranata, scandita da un beat minimale e da drones sfarfallanti. Questo 7”, uscito originariamente nel 1995, è stato poi ristampato l’anno successivo con la cover di colore differente. Vaus (UK 7" Duophonic, 1996), vinile 7” – visivamente affascinante grazie ai suoi colori fluorescenti e stampato in circa 4000 copie (3000 per l’edizione blu, 1000 per quella arancione distribuita durante il tour giapponese) – presenta la title track, una traccia all’insegna del post-rock in cui le reiterazioni ed i loop si attorcigliano su di un semplice riff chitarristico.

Un cambio improvviso sposta la traccia verso un finale più elettronico, ma sono semplici idee, note a margine in una discografia di ben altra caratura. Più interessante Speedy Car, il lato degli Stereolab: anch’esso incentrato su un loop in andamento circolare ma dai toni più squillanti, il brano risulta quasi giocoso e sempre pervaso da quello spirito sixties tipico della band di Tim Gane. Vinile 7” di un bianco candido, Tour 1998 (US 7" Thrill Jockey, 1998) è stato venduto esclusivamente durante il tour che la band ha intrapreso nel 1998. L’andamento è più febbrile e divertito del solito, tanto da prestare l’orecchio alla tradizione sudamericana ed a svelarci un’inaspettata vena goliardica della band. Il lato B riserva invece una versione ancor più elettronica del brano, con rapidi inserimenti di beat ed una conclusione a singhiozzo che si interrompe di netto.
Disponibile soltanto ai concerti della band tenuti nel 2001 (ma ora anche tramite il sito della Thrill Jockey), Gently cupping the chin of the ape (US CD, Thrill Jockey, 2001) si compone di due brani outtake di Standards e tre tracce video. La traccia d’apertura, Waihopai, gioca su caldi smalti latini e un senso di impalpabile malinconia ma, verso la fine, cede il passo all’improvvisazione per sole percussioni; mentre Peering è un velleitario esercizio di synth pop alla maniera dei Tortoise, un brano assolutamente trascurabile per drum machine e un motivetto banale sulla falsariga di quelli della Warp degli anni novanta. Per quanto riguarda i video spicca Seneca (traccia d’apertura di Standards), clip in stile MTV dove sono ripresi scienziati in camice bianco nel tipico laboratorio pieno di bottoni e leve. Le restanti consistono in montaggi di riprese effettuate ai concerti. Solo per collezionisti.

Altro disco tanto imprescindibile quanto di difficile reperibilità, Rhythms, Resolutions & Clusters (US LP/CD Thrill Jockey, UK CD City Slang, 1995)è stato venduto durante il tour del 1995 sia in CD che in vinile. L’album presenta delle rielaborazioni di brani pubblicati sul primo album omonimo dei Tortoise e parte con lo stravolgimento di batteria ed electronics perpetrato dal geniale John McEntire alle prese con Alcohall. Your New Road viene remixata da Rick Brown, che ne rivendica il lato allucinato e mesmerico prima di cedere il terreno al proto-glitch di Casey Rice in Cobwebbed.
Steve Albini preferisce invece dilungarsi su registrazione di ambiente casalingo in The Match Incident, che aggiunge alla parte prettamente musicale una collezione di porte che vengono chiuse, bottiglie stappate, programmi televisivi e sospiri. Il lato B si apre invece con una versione dub di Tin Cans (The Puerto Rican Mix) a cura di Brad Wood, che fa risuonare insistentemente il basso attraverso bleep e chitarre prima di incanalarsi nelle atmosfere oscure di Not Quiet East Of The Ryan; la traccia si rivela carica di un black-sound acceso da vibrafono e tromba, e vede all’opera Bundy K. Brown con il sussidio tecnico di John Herndon e quello musicale di McEntire, Wood e Bitney. Il disco finisce per sciogliersi nei minimalismi di Jim O’Rourke e nelle sue modulazioni di frequenza che si incrociano all’insegna delle pura destrutturazione. Un album sorprendente, ben poco vincolato dalle versioni originali dei brani ma che segna la strada che porterà i Tortoise alla registrazione di Millions Now Living Will Never Die.

Nel 1996 viene stampata una serie di quattro vinili comprendente vari remix di impronta elettronica e di altissimo livello Remixed (JP CD Tokuma, US CD Thrill Jockey, 1996); data la non facilissima reperibilità di questi 12”, i brani vengono successivamente racchiusi in un pratico cd uscito su Thrill Jockey per il mercato americano e su Tokuma per quello giapponese. Si parte con U.N.K.L.E., alle prese con il capolavoro dei Tortoise originariamente apparso su Millions Now Living Will Never Die: Djed – Bruise Blood Mix sfrutta il loop ipnotico concepito dalla band di Chicago per dispiegare un tappeto ritmico insistente ed a tratti sincopato. Esattamente ciò che ci si potrebbe aspettare dalla creatura di James Lavelle nel 1996, per un remix senza infamia e senza lode ma certamente insufficiente se paragonato al talento di John McEntire. Il produttore infatti si misura sulla stessa traccia (in questo caso rinominata Tjed) tirando fuori dal cilindro uno dei migliori esempi di post rock di quegli anni, capace di mischiare alla perfezione elementi elettronici, riferimenti progressive, accenti jazz ed un’urgenza assolutamente rock.

Un brano straordinario, cui seguono gli stravolgimenti di Bubble Economy e Learing Curve a cura di Markus Popp: la prima traccia, destrutturata e ridotta all’osso, sembra richiamare gli esperimenti di Fennesz, trasferendoci in un mondo stralunato e iridescente, mentre il mood si fa molto più oscuro nelle micro dissonanze del secondo pezzo. Spring Heel Jack si tuffa in un drum’n’bass elegante e a basso voltaggio, che non rivela particolari sorprese e che non sembra sfruttare a dovere le possibilità di un brano come Galapagos, mentre Jim O’Rourke si mostra sinuoso e particolarmente versatile col remix di Reference Resistance Gate.
La traccia è inoltre ottimamente strutturata e bilanciata, un corpo unico che si svela con l’andare dei minuti e che si arricchisce di suoni cristallini. Luke Vibert rifà il trucco a Taut & Tame e a suo merito va la capacità di carpire e rimaneggiare gli aspetti più intriganti del brano. Ciononostante il suo lavoro non è fra i più brillanti e rimane in secondo piano anche se paragonato con Find The Time. Al remix di Bundy K. Brown partecipano anche Bob Mazurek (perfettamente riconoscibile alla tromba) e Jeff Parker, dilungandosi (forse eccessivamente) in una lunga suite minimale, sempre sul punto di esplodere ma perennemente in movimento. Una giusta chiusura per un disco a tratti imperdibile, giustamente da posizionare al fianco della discografia ufficiale della band.

Ancora un remix realizzato dagli stessi Tortoise, questo Jetty 99 appare sull’ormai storica compilation Chicago 2018… It’s Gonna Change (Clearspot, 2000). Un doppio cd essenziale per comprendere l’evoluzione della città e l’interazione fra le diverse band che vi hanno operato nello scorso decennio, tanto importante da poter essere identificato come il testamento spirituale del post rock.
Anche stavolta le affinità con l’originale incluso in TNT si fanno evanescenti, puntando prevalentemente su un ritmo sincopato ed una trama musicale frantumata. Risulta essenziale l’uso di electronics, mentre una liquidità sotterranea scorre attraverso i suoni ambient ed i tremori cristallini del remix. Un doppio cd in ogni caso eccezionale, grazie anche alla presenza (fra i tanti) di Bobby Conn, Sam Prekop, Jim O’Rourke, Chicago Underground Duo, Ken Vandermark 5 e Isotope 217.

Compilation del 1995 pubblicata per il mercato inglese e statunitense, Macro Dub Infection (UK CD Virgin, US CD Caroline, 1995)affianca prevalentemente artisti di matrice anglofona musicalmente affini a reggae e derivati. I Tortoise partecipano con Goriri, più tardi diventato un brano di culto e ripresentato esclusivamente sull’edizione giapponese di Millions Now Living….
In quasi sette minuti McEntire e soci si sbilanciano in sonorità alquanto vicine a quelle del secondo album, arrivando quasi ad interrompere la traccia con un sommesso bisbiglio e ovviamente concentrandosi sulle interazioni fra basso e batteria. Puntando su una produzione accurata e ragionata, i Tortoise preparano uno dei brani più interessanti di questa doppia compilazione, sbaragliando la concorrenza di Laika, Coil, 4 Hero e Tricky. Macro Dub Infection rimane comunque un esperimento riuscito, soprattutto perché non si è rinchiuso negli stilemi di genere ma ha affrontato il genere dub da una molteplicità di angolature. Il successo dell’operazione ha portato la Virgin a pubblicare il secondo volume nel 1997.

Mettere ordine nei cassetti è cosa buona e giusta. A Lazarus Taxon, lussuoso box di tre cd e un dvd ricco di video e riprese dal vivo, assolve egregiamente la propria funzione ripescando una mole di tracce in precedenza reperibili solo su ep, singoli limitati, compilation ed edizioni per il mercato giapponese. Il piatto forte, che da solo giustificherebbe l’acquisto, rimane però la riproposizione integrale (arricchita di un remix di Cornpone Brunch, intrico di bassi jazzy ora nervosi ora morbidi ad opera di Mike Watt a suo tempo escluso) del capolavoro Rhythms, Resolutions And Clusters, che nel 1996 vedeva scomodarsi, tra gli altri, Jim O’Rourke, Steve Albini e il gruppo stesso per stravolgere i brani dell’omonimo esordio.
Scrigno colmo di gioielli, i tre dischetti più uno riesumano la capitale gemma 12” su Duophonic che presentava l’effervescente cavalcata germanica Gamera e l’ingegnosa mini sinfonia improvvisata Cliff Dweller Society. Sempre dall’epoca d’oro del gruppo, il quadriennio 94-98 (diremmo fino all’acclimatarsi di Jeff Parker, il cui arrivo è coinciso con una palese svolta stilistica e attitudinale), troviamo la martellante percussività di Source Of Uncertainty regalata a Mo’ Wax, la notturna Whitewater, e la cover dei Joy Division As You Said (che saldava la catena tra post punk e post rock), fino a Nobuzaku Takemura che ripassa TNT in minimali ma leggiadre distese.
Con al centro un canone ancora pulsante, indefinibile e dai tratti unici, è tutto un fluire di paesaggi che sintetizzano creatività in strutture agili, che non disdegnano la finezza dell’esposizione anche nei frangenti più sferzanti o complessi.
Un ascolto avventuroso e disintossicante, basilare per non privarsi di capolavori capaci d’accostare profondità dub e traiettorie jazz, PhilipGlass e Can. (8.0/10)