Caratteri: [Small] [Medium] [Large]

Tim Hecker

di Antonello Comunale
Quella di Tim Hecker è “musica per stati d’animo da 4.00 del mattino”, come ebbe a definirla egli stesso. Situate in un territorio di nessuno in cui l’ambient diventa rumorosa, si sporca di interferenze e disegna astratte apologie alla malinconia, le composizioni del musicista canadese sembrano nascere miracolosamente dallo scontro tra la freddezza digitale del laptop e il calore umano dell’abbraccio romantico. Tutta la weltanschauung del musicista di Montreal.
Tim Hecker

Armonie in ultravioletto

di Antonello Comunale

Hecker inizia la sua carriera sotto lo pseudonimo di Jetone in territori marcatamente minimal techno.  Lavori come Autumnumonia e Ultramarin seguono le coordinate classiche del genere, insistendo particolarmente sulla ripetitività dei pattern ritmici e degli effetti d’ambiente. Jetone si fa un nome rapidamente, lavorando con etichette come Pitchcadet, Force Inc e Tigerbeat6, imprimendo un proprio personale stile, che porta dentro di se già molti degli elementi che poi concorreranno alla scrittura dei suoi lavori prodotti con il nome di battesimo.

Il gusto per la melodia ficcante e nascosta, per la texture sonora fumosa e stordente e l’alternarsi tra stasi (apparente) e confusione (evidente), sono tutte caratteristiche che troviamo già in Haunt Me, Haunt Me, Do It Again (Substractif, 2001) per una sub label della Alien8 Recordings. Accantonato per il momento lo pseudonimo di Jetone, Hecker firma senza filtri i venti frammenti d’ambiente che compongono il suo primo e vero lavoro ambient.

Su venti, solo nove composizioni hanno titolo, ma lo scarto all’udito è inesistente perché il lavoro è di una coloritura unica seppur assai distante dall’essere monocorde. Dell’esperienza Jetone vengono qui conservate le arricciature elettroniche, che agitano continuamente il droning sound del laptop. Music For Tundra che apre qui le danze, esemplifica al meglio lo stile dei brani: aperture gotiche di organo, frequenze impazzite al laptop, sali e scendi emotivo tra lande desolate e frastuoni tuonanti nella biosfera. Quella di Hecker non è certamente ambient per aeroporti, né tanto meno per sedute new age di yoga, piuttosto si allinea lungo le coordinate elettro-acustiche contemporanee di altri grandi poeti dell’atmosferico digitalizzato, primi fra tutti Fennesz e Keith Fullerton Whitman. (7.0/10)

Il riscontro di Haunt Me, Haunt Me, Do It Again presso la critica specializzata va dall’entusiastico all’ottimo. Tim Hecker viene visto come un abilissimo ingegnere del suono capace di manipolare i sentimenti e l’immaginazione oltre che le manopole. Il disco successivo corrobora ancora di più questa fama e stabilisce definitivamente Hecker come un nuovo standard d’eccellenza della musica elettronica contemporanea. Oltre alla proposta intriga anche l’azzardo d’artista. Dopo il disco di debutto si da alle stampe My Love Is Rotten to the Core (Substractif, 2002), un vero e proprio tour de force del taglia e cuci, in cui vengono fatti convivere scampoli di interviste, voci prese chissà dove, e suoni presi da concerti live dei Van Halen, il tutto per meno di venticinque minuti di fragore digitale. (6.5/10)

Il successivo Radio Amor (Mille Plateaux, 2003) è il disco della consacrazione, non solo del suo nome, ma soprattutto del suo stile. Alleggerita la prassi ultratecnica dei primi due dischi, il nuovo lavoro trova il fulcro delle proprie visioni intorno ad un piccolo villaggio da pesca dell’Honduras di cui fa esperienza Hecker stesso. L’afosa atmosfera tropicale si stempera e si riflette nelle mareggiate dronate di brani come Song Of The Highwire Shrimper, 7000 Miles, (They Call Me) Jimmy.

Il tipico “clashing sound” di Hecker, dove le frequenze elettroniche sembrano collidere l’un l’altra e disegnare nuove geometrie armoniche si arricchisce qui di riflessi caldi ed evocativi. The Stair Compass vive di vampe elettroniche alla Fennesz, che bruciano lentamente fatati barocchismi minimal come nemmeno Colleen. I dieci minuti di Azure Azure potrebbero essere invece i più avventurosi del suo repertorio, tra voci di capitani persi nella tormenta e apocalissi atmosferiche per burrascose tempeste di suono da cui non si esce come prima. Radio Amor eccelle nella prassi visionaria e trova per il suo autore una cifra stilistica unica eimmediatamente riconoscibile. (7.7/10)

Un anno più tardi Hecker torna sugli scaffali di dischi con un disco nuovo per Alien8 Recording: Mirages (Alien8 Recording / Wide, 2004). L’iniziale Acephale  mostra subito un sound levigato di lusso, che rispetto al precedente Radio Amor graffia maggiormente lambendo territori quasi noise. Le note di un piano vengono disturbate dal riverbero intermittente del laptop nella successiva Neither More Nor Less. In definitiva, Mirages è un lavoro che gioca amabilmente con i due cliché dell’Hecker sound: da un lato gli avventurosi scontri di suono, che visto anche il romanticismo generale, assumono fragranze quasi shoegaze, dall’altro l’ambient minimale disturbata dall’elettronica trattata al pc.

Alla prima categoria appartengono brani come Aerial Silver, The Truth Of Accountants, Kaito, Balkanize-You. Alla seconda, invece, si iscrivono Celestina, Counter Attack, Aerial Light-Pollution Orange, Non Mollare. La splendida Incurably Optimistic che chiude il lavoro, riassume entrambe le posizioni. Mirages è un disco meno di cuore e più di cervello, ma il risultato finale è poco meno che ottimo, anche se inferiore a Radio Amor (7.2/10)

Nel 2005 Hecker dà il suo contributo alla serie Mort Aux Vaches della Staaplaat, elaborando un unico brano fiume di 40 minuti dove il suono parte evocativo e minimale, sfocia in un frastuono digitale dai riflessi doom, ritorna nella calma, si anima di una vaga melodia in lontananza che sciama nel sottosuolo… insomma un film a occhi aperti di cui non và rivelato il finale. (7.3/10)

  • Rainbow Blood
  • Stags, Aircraft, Kings and Secretaries
  • Palimpsest I
  • Chimeras
  • Dungeoneering
  • Palimpsest II
  • Spring Heel Jack Flies Tonight
  • Harmony In Blue I
  • Harmony In Blue II
  • Harmony In Blue III
  • Radio Spirricom
  • Whitecaps Of White Noise I
  • Whitecaps Of White Noise II
  • Blood Rainbow

Harmony In Ultraviolet (Kranky / Wide, 16 ottobre 2006)

di Antonello Comunale

Visto il nomadismo tra label diverse bisognava quasi aspettarselo che prima o poi l’artista di Montreal sarebbe approdato ad un’etichetta d’eccezione come la Kranky di Chicago. Il 2006 segna quindi, finalmente, il matrimonio tra due istituzioni del settore generando il nuovissimo Harmony In Ultraviolet. Il sesto disco di Hecker si manifesta subito come il più rumoroso e stordente fatto dal musicista canadese, nonché il più curato. Da un punto di vista formale, qui si raggiunge una perfezione sonora nell’uso dell’elettronica eguagliabile dal solo Fennesz di Venice

C’è qualcosa nella cura maniacale con cui Hecker assembla i suoni e li assoggetta al disegno generale, costruendo cattedrali sonore dalle forme più variegate, che lo fa sembrare un pittore di suoni, piuttosto che un abile utilizzatore del pc. Forse è per questo che alla Kranky citano i quadri astratti di Gerard Richter per cercare di trovare una similitudine formale alle composizioni di Harmony In Ultraviolet.

Lavoro più conciso e frantumato dei precedenti, che poco si prestavano ad essere ascoltati se non integralmente dall’inizio alla fine, Harmony in Ultraviolet si compone di mini suite, a loro volta suddivise in più movimenti. La parte d’eccezione spetta ai quattro magistrali frammenti di Harmony In Blue: soffice il primo, spiritato il secondo, evocativo il terzo, stordente il quarto. Palimpsest I e II sono ambienti subacquei che rimano molto con l’ultimo Pan American, nel mezzo i due capolavori del disco: Chimeras che disegna una sinusoide apocalittica e Dungeoneering la migliore delle sue false attese, che finisce oscurata da ondate senza fine di riverberi. Al sesto disco Tim Hecker non dà segni di voler rivoluzionare o voler rivoluzionarsi, eppure la noia è ancora lontana. (7.4/10)