Dall'ingenuo folk pop in odor di Byrds, Beach Boys e Neil Young di So Much For The City al sensuale e limato pop-rock d’annata del nuovo Let's Bottle Bohemia: i Thrills mettono tra parentesi il sole della California di Brian Wilson e zompano sinuosi nei Settanta con l’aiuto del suo vecchio compare Van Dyke Parks.

Sarà forse merito di Morrissey, che li ha voluti come supporter di un suo concerto alla Royal Albert Hall; o forse del mercato stesso, che ha loro consentito di occupare tempestivamente una cella nel mosaico rétro che ha contaminato - e tutt'ora contamina – le charts di quest’inizio di millennio; o - non da ultimo - sarà anche merito della Virgin e dei passaggi a sua emittenza MTV, se questi giovanissimi dublinesi si sono piazzati direttamente all'attenzione dei media nel 2003.
Eppure i Thrills di Conor Deasy, già forti di un indiscusso successo di pubblico, si sono anche fatti amicizie importanti e insospettabili, in barba alle perplessità della critica specializzata e ai detrattori. Peter Buck dei R.E.M. e Van Dyke Parks, l'arrangiatore di Brian Wilson, prendono da sempre le difese del gruppo noncuranti dei giudizi, anche pesanti, che vengono rivolti alla band da entrambe le parti dell'Atlantico.
E non c'è da meravigliarsi: i ragazzi di Dublino, come appaiono nel loro debutto discografico So Much For The City, suonano un pop smaltato di caramella folk California d'annata, con la benedizione dei più ovvi padrini: Beach Boys nelle armonizzazioni vocali, Byrds per le atmosfere, CSN per le svirgolate country, il Dylan delle Highway per l'uso dell'hammond. Insomma i soliti noti, confezionati in una formula sempreverde e, proprio per questo, non esente da una certa stucchevolezza.
Le cose non si fanno più facili con le liriche: tutta estasi ed esaltazione dello Stato più mitizzato (e sputtanato) del globo, quello di Mr. Olimpia, Schwarzy l'austriaco. E se comunque l'oggetto del desiderio non sono le spiagge di Baywatch ma località quali il Big Sur e Santa Cruz, descritte nel più bucolico dei modi ed opportunamente utilizzate per titolare anche i singoli di maggior successo, esse non sono di certo da meno in quanto a stereotipi.
Eppure queste due laccate e trasognate canzoni country pop convincono e, indubbiamente, il bubblegum melodico è prodotto nel più raffinato e ricercato dei modi, unendo semplicità e un'estetica rétro meticolosamente riesumata. Tuttavia, come direbbe il nostro Bugo, il cosmo ha un suo ciclo, e i singoli e quel sound così riconoscibile che li contraddistingue saturano ben presto il mercato. Così è sempre stato e così sempre sarà: l'exploit degli irlandesi rischia di durare il tempo di un soffio nel vento per poi fare, magari tra dieci o vent'anni, la gioia dei collezionisti e dei critici più spelucchini. Passato di continuo per ogni media, da NME a Top of the Pops in giù, il brivido Thrills rischia già a pochi mesi dall’uscita dell’albo di cadere nel dimenticatoio, tanto che in un mercato ipercinetico e incerto come quello attuale il piccolo mito sembra ormai tramontato da tempo immemore.
E invece non è trascorso neppure un anno dal debutto e, per non rischiare l'autoparodia e/o una probabile stroncatura incrociata da parte della stampa internazionale, i Nostri (e il loro esperto staff) meditano di cambiare rotta e naturalmente di battere il ferro di una popolarità sfuggente, prima che si raffreddi del tutto.
Per Let's Bottle Bohemia, in uscita il 20 settembre, non cambia niente se non per un (a Noi) consueto teletrasporto. Fuori il country e tantomeno i sapori californiani, dentro un pop pianistico e ottimista, appena venato di nostalgia e arrangiato in modo più leggiadro. Lo sguardo è verso i Settanta, decennio che i Nostri, grazie al patrocinio di Parks, reinterpretano in modo (sembra) più naturale, evitando così di scomodare i soliti sospetti. Sarà anche in questo caso una bolla di sapone?

Volati in prima classe da Dublino a S. Diego per una vacanza di quattro mesi in vista di registrare quello che sarà il loro debutto discografico, questi cinque ragazzi capitanati dal belloccio e versatile cantante/leader Conor Deasy devono aver avuto le idee chiare sulle canzoni che andavano a comporre. Fin troppo diciamo noi, visti i risultati scaturiti da quelle session bagnate dal sole.
L'impianto melodico, memore tanto del Beach Boy Brian Wilson quanto dei Beatles, gli arrangiamenti perfettamente ripescati e tirati a lucido dagli anni d'oro della costa occidentale tra il Dylan delle Highway, il Crosby acidulo dei Byrds, lo Young bucolico dei CSNY, sono tutti elementi compressi in 11 brani ottimamente arrangiati, tra agresti mid-tempos e (tante) ballate per pomicioni d'altri tempi al ballo scolastico, ognuno congegnato per avere una sua personalità e, aggiungiamo, ognuno debole a modo suo.
A dispetto del loro nome, i Thrills non danno i brividi: Santa Cruz You're Not That Far, il caramelloso singolo apripista, si ricorda più per la sua ostinata ricerca d'immaginario californiano che per l'effettiva bontà della melodia, mentre brani come Don't Steal Our Sun (più marziale e beatlesiana) rivelano oltremodo i difetti dell'eccessivo uso di una formula, sì vivace e variegata, ma irrimediabilmente ed eccessivamente stucchevole, ingessata in una ricerca passatista che finisce per diventare involontariamente parodistica.
Tra melasse al ralenti (Deckcharis and Cigarettes), carie dentarie (Old Friends New Lovers, Hollywood Kiss), anonimati pop (Just Travelling Through), scherzi country-rock (Say It Ain't So) e ruffiane ballate dylaniane (la conclusiva 'til The Tide Creeps In), il brano migliore è sicuramente il singolo Big Sur, l'unico dove melodia e arrangiamento raggiungono una perfetta fusione. Splendido, a tal proposito, l'intro cosmico per synth (raro esempio d'aggiornamento del folk lisergico del Crosby dei Byrds), azzeccata la melodia col suo andamento scanzonato, semplici ma efficaci le partiture per banjo e hammond. Se si mette da parte questa soddisfacente parentesi, So Much For The City, una volta neutralizzati gli effetti speciali che vorrebbero mascherare alcuni brani in modo da farli sembrare diversi da come sono (i prodigi arrangiativi non fanno sempre miracoli), soffre nella scrittura in sè e, pur piacevole ad un ascolto distratto, non c'è alchimia al mondo che lo possa salvare da una stroncatura. (4.9/10)

Parafrasando il ritornello del primo singolo tratto dal loro secondo album viene proprio da chiederselo: Whatever happened, my friends? Cos'è successo ai Thrills? Dove sono finiti quegli ingenui ragazzi innamorati dei Beach Boys? Dove sono andati a finire i maglioni di lana Aran e le Kilkenny?
Nel video che accompagna Whatever Happened to Corey Haine, il leader Conor Deasy, al centro della scena, è un belloccio dandy ottimista fintamente trasandato, noncurante di una serie di vicissitudini hippy che gli capitano attorno. Un gruppo di giovani – prevalentemente fresche ragazzine - si baciano, giocano, si dipingono il corpo e ballano; l’estetica è quella della California di fine ’60, ma l’aria uggiosa è quella di Dublino. Il gruppo suona un pop scintillante che non si vergogna di giocare con gli archi (periodo Bee Gees e Rocky 1): la voce del cantante in primo piano, il pianoforte a accompagnare la melodia, che in questa come in quasi tutte le altre canzoni soppianta nella costruzione dei riff di chitarra e slide. Dunque, dal country-folk di So Much For The City si passa al pop dei Settanta, con l’ineffabile zampino di alcuni professionisti dell’industria musicale.
E non c’è che dire: Dave Sardy (produttore di Marilyn Manson e Johnny Cash), Mr Van Dyke Parks (l’arrangiatore preferito da Brian Wilson, presente in The Irish Keep Gate-Crashing), e infine Peter Buck (ospite in Faded Beauty Queens) hanno svolto un lavoro egregio, vestendo le liriche di un Deasy più maturo con un classico flavour americano, senza che questo porti l’ascoltatore alla facile citazione.
Tell Me Something I Don't Know, che gioca inizialmente su un crudo riff garagista, si trasforma in una ballata mid-tempo con almeno un paio di cambi di ritmo (e qui l'effetto speciale, di mascherare l'insicurezza come in passato, aggiunge invece sale all'impasto); stesso discorso per il leggiadro piglio scanzonato di Faded Beauty Queens, con il chitarrista dei R.E.M. a aggiungere un prezioso contributo al mandolino; You Can't Fool Old Friends With, con sottile gioco straniante del synth korg, punta sulla più genuina delle soluzioni calcando sul ritornello; Found My Rosebud trasforma il rock degli Who in lucido pop; Rev Not For All The Love in the World presenta persino la caramella fiabesca dei Mercury Rev.
Le risacche country del debutto sono solo un lontano ricordo e con un Deasy che si destreggia a mo di Rod Stewart meno epico ma più (ostentatamente) sensuale, i brani di Let's Bottle Bohemia (originariamente noto con l'ironico working title di Let's Battle Insomnia) scorrono senza intoppi e cadute di tono. A fronte di arrangiamenti superlativi, quest'album possiede la spina dorsale che mancava al precedente. Per cui: dopati o no, non importa: i Thrills vincono le olimpiadi del pop. (6.8/10)